Carlo Jean non è soltanto un generale. È un intellettuale, un maestro degli studi strategici e della storia militare, un uomo che ha attraversato a testa alta i palazzi del potere, fin da quando al Quirinale lavorava accanto a Cossiga. Per anni ha insegnato alla Luiss e adesso è ancora in cattedra alla Link Campus University. Quando parla di quello che sta accadendo nel Mediterraneo e in Libia non fa nulla per nascondere il suo scetticismo verso chi spaccia soluzioni facili o a buon mercato.

Cosa c’è all’origine del caos libico delle ultime settimane?

C’è la conferenza organizzata a Parigi, lo scorso 29 maggio, da Macron. Alla quale hanno partecipato solo quattro esponenti politici libici quando, tra tribù e milizie, le formazioni rilevanti sono più di cento. E quelli che sono stati esclusi dai giochi hanno temuto di essere emarginati dall’accesso alle ricchezze e si sono mossi contro il centro del potere. In particolare, la Settima Brigata di Tarhuna che era stata cacciata da Tripoli dalle brigate rivoluzionarie tripoline a cui Sarraj aveva appaltato la sicurezza della città.

Come spiega questa svista da parte del presidente francese?

È noto che non esiste un popolo libico ma un insieme di tribù. Lo stesso Gheddafi, quando aveva dei problemi, non riuniva il Consiglio del Comando della Rivoluzione ma quello dei capi delle tribù. Ora, dal momento che la Francia è il regno della razionalità, non è pensabile che si sia trattato di una svista.

Quindi?

Lo ha fatto per rafforzare Tobruk, su cui punta perché Haftar ha il controllo dei porti petroliferi della Mezzaluna del petrolio, nel golfo di Sirte, nonché dei giacimenti petroliferi della Cirenaica che sono i più ricchi della Libia.

L’Italia, invece, è legata soprattutto alla Tripolitania…

È lì che si concentrano i grossi interessi italiani. Ma in questa situazione di caos, prendere posizione netta a favore di Sarraj è pericoloso, perché non si sa bene come andrà a finire. Sarraj è stato scelto dall’Onu, ma si è rivelato abbastanza inetto, un timbracarte che non ha milizie proprie. E quando c’è una guerra civile quello che importa non sono le parole, sono i fucili. Non a caso Di Maio è volato in Egitto, che è il grande protettore di Tobruk, e Moavero da Haftar.

Cosa ha portato a casa la diplomazia italiana?

Intanto è riuscita ad allontanare lo spettro delle elezioni a dicembre agitato da Parigi. E poi ha fatto uno sgambetto alla Francia organizzando il summit di novembre in Sicilia, che dovrebbe riunire moltissime delle parti in causa.

Qualcuno ipotizzò di risolvere la questione dividendo la Libia…

La scissione della Libia in Tripolitania e Cirenaica, caldeggiata dall’ex ad dell’Eni Paolo Scaroni, è impraticabile. Perché i campi petroliferi più ricchi sono in Cirenaica, proprio al limite con la Tripolitania, di conseguenza la definizione dei confini porterebbe inevitabilmente ad un conflitto interno.

Anche l’intervento militare non è un’opzione sul tavolo…

Non abbiamo 200mila uomini e l’opinione pubblica insorgerebbe: basta vedere la canea che fanno le Ong perché non lasciamo entrare in porto i migranti. L’unico Paese che potrebbe intervenire in Libia in maniera massiccia è l’Egitto, ma in cambio dei campi petroliferi del Tibesti o, quantomeno, delle royalties dello sfruttamento del petrolio. Poi c’è l’Algeria che potrebbe agire, forse d’intesa con l’Egitto, perché sta esaurendo i giacimenti di gas e quelli libici gli fanno gola.

Cosa ci possiamo aspettare dal “governo del cambiamento”?

La geopolitica è indipendente dalle tendenze dei singoli governi. E il sistema di alleanze italiano non è che consenta grosse variazioni sul tema, né l’Italia è in condizioni di promuovere un’azione europea più decisa nei confronti dell’Africa.

Nel frattempo, seppur in drastico calo, gli sbarchi sulle nostre coste continuano. Che fine ha fatto la missione in Niger annunciata dal precedente governo per fermare l’immigrazione dall’Africa subsahariana?

È in stallo perché, anche in questo caso, ci sono in ballo gli interessi di Parigi. In Niger ci sono le miniere di uranio che riforniscono le centrali nucleari francesi e il governo nigerino è d’accordo con i trafficati di esseri umani. Tutta la difficoltà della missione italiana in Niger è lì. Fermare gli immigrati vorrebbe dire andare ad incidere sulla tratta gestita dalle tribù che, fino ad adesso, tollerano la presenza francese.

Cosa propone?

Il controllo delle nascite, a cui però si oppone non soltanto l’islam ma anche la Chiesa cattolica. Le misure igieniche e le medicine che abbiamo esportato in Africa hanno allungato le aspettative di vita e la mortalità infantile è crollata. Negli anni Cinquanta gli africani erano 200milioni, ora sono un miliardo e 200 milioni e, alle attuali condizioni di crescita, a fine secolo saranno più di 4miliardi. Se non c’è una misura di transizione demografica saranno un terzo dell’umanità. La Nigeria, ad esempio, nel 2050 conterà più popolazione dell’Unione europea, che facciamo?