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L’inaspettato è accaduto: la scelta sull’aborto ha scollato l’elettorato dalle proprie appartenenze partitiche, almeno nel sunflower state. A poco più di un mese dalla storica sentenza che ha ribaltato la Roe vs. Wade, il Kansas sceglie di difendere il diritto all’aborto: gli elettori hanno infatti bocciato la proposta che avrebbe rimosso il diritto di accesso alle interruzioni di gravidanza dalla costituzione dello Stato. Si tratta del primo vero test elettorale sulla questione da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha consentito agli Stati di vietare la procedura. I “no” sono arrivati a sfiorare il 60% facendo registrare un’affluenza record alle urne. Il dato è fondamentale perché mostra come sia in grado di galvanizzare gli elettori in vista delle elezioni di medio termine dell’8 novembre. Ma ciò che sorprendere maggiormente è che sia accaduto in uno Stato profondamente conservatore (anche se a guida democratica), ove Donald Trump, aveva vinto di quasi 15 punti percentuali nel 2020.

Aborto vs. Trump: cosa dicono i dati

Il Kansas sfiora appena i tre milioni di abitanti e circa un quinto della popolazione vive nelle 59 contee ad ovest di Wichita. Circa 940.000 cittadini hanno votato al referendum, un volume impressionante in un anno di medio termine. Si tratterebbe di un’affluenza del 49% che ha portato al voto quasi lo stesso numero di abitanti del medio termine del 2018.

Al di là del risultato generale, è interessante analizzare il voto contea per contea. Il 59% degli elettori nella contea di Leavenworth ha respinto l’emendamento, la stessa quota che ha votato per Trump nel 2020. Nella contea di Saline, il 64% degli elettori ha votato per Trump nel 2020 e il 55% ha votato contro l’emendamento. Nella contea di Sedgwick, in cui Trump aveva strappato il 55%, il 58% degli elettori ha optato per il no. La maggior parte dei sono giunti dalle contee più popolose dello Stato, che comprendono grandi aree urbane e suburbane. Lo stato possiede quattro istituti che effettuano le procedure di aborto: due si trovano a Wichita e due a Overland Park, aree che hanno votato contro l’emendamento. Se ci si sposta nella contea di Wyandotte, in cui sorge Kansas City, i no raggiungono il 74% (a fronte di un 65% per Biden), mentre la vicina contea di Johnson, la più popolosa dello stato (quasi 600mila abitanti), il 68% difende il diritto all’aborto a fronte di un 53% di elettori che avevano scelto l’attuale presidente. Nelle aree rurali che hanno sostenuto in modo schiacciante Trump, i margini di scelta del no hanno tutti superato il 50% sebbene in alcune zone non in maniera schiacciante.

Al momento si tratta di proiezioni che, basandosi sull’oltre il 90% dei voti scrutinati sono ormai ritenute affidabili, sebbene i risultati ufficiali giungeranno non prima di una settimana.

Dobbiamo aspettarci un “effetto Kansas”?

È risaputo che le elezioni di medio termine siano un referendum sull’operato del presidente in carica, i cui tassi di approvazione non raccontano nulla di buono. Tuttavia, questo 2022 sembra poter tirare fuori dal cilindro ogni tipo di sorpresa. Mentre gli Stati Uniti viaggiano verso l’8 novembre, la violenza armata di alto profilo fa sempre più notizia, un comitato del Congresso indaga sull’attacco al Campidoglio e si sta sulle barricate a proposito dell’aborto. Tutto questo mentre il tasso di inflazione raggiunge il 9,1%, il suo punto più alto da decenni.

Appare davvero difficile stimare quanto “l’effetto Kansas” potrebbe ingenerare una reazione moltiplicatrice nel Paese, ma soprattutto quanto un tema così polarizzante possa scalare le vette delle priorità degli americani. Un sondaggio di Quinnipiac del 20 luglio mostra che il 34% di tutti gli elettori ha classificato l’inflazione come la questione più urgente che il Paese deve affrontare e la violenza armata al secondo posto (12%). Nessun altro problema ha raggiunto la doppia cifra. Tuttavia, prese separatamente, le priorità di Democratici e Repubblicani cambiano. Il sondaggio mostra che tra i repubblicani, l’inflazione (48%) è al primo posto seguita dall’immigrazione (16%) senza che altri problemi raggiungano la doppia cifra. Tra i democratici, la violenza armata (22%) è al primo posto, seguita da aborto (14%), inflazione (14%), leggi elettorali (12%) e cambiamenti climatici (11%). E tra gli indipendenti, l’inflazione (41%) è al primo posto senza altri problemi che raggiungono la doppia cifra.

Cosa ha vinto, dunque, in Kansas? I gruppi pro-choice affermano di aver enfatizzato i temi dell’autonomia corporea e della libertà individuale per conquistare gli elettori con visioni complesse sui diritti riproduttivi. L’intera campagna ha fatto leva sulla riluttanza dei cittadini a consentire a Washington di intervenire nelle decisioni sanitarie personali, incoraggiando gli elettori a “dire no a un maggiore controllo del governo”. Da tenere d’occhio, per il momento, il Kentucky. Qui, una coalizione per la difesa del diritto all’aborto sta utilizzando lo stesso messaggio per combattere un simile emendamento costituzionale. Heather Ayer, coordinatrice della campagna per l’American Civil Liberties Union del Kentucky, ha affermato che i focus group hanno dimostrato che l’enfasi sulla libertà personale nelle decisioni mediche risulta un argomento vecchio stile, ma sempre e comunque vincente.

La questione aborto, tuttavia, questa volta è stata protagonista di una votazione specifica su un unico tema. A novembre il cabaret di motivazioni che spingeranno al voto sono le più varie e avranno strettamente a che fare con i bisogni primari. Si tratterà di capire quanto questa moral issue sarà in grado di competere con altre questioni: di certo, questo precedente, se venisse confermato altrove, potrebbe essere un punto a favore di Biden, che potrebbe intestarsi questa battaglia e appuntarsela sul petto.

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