È una Spagna divisa e polarizzata quella che si prepara al voto di oggi, 23 luglio, per il rinnovo delle Cortes. Le elezioni anticipate, organizzate per la prima volta in piena estate, si tengono in un clima di forti divergenze politiche, che rischiano di riaccendere tensioni interne sopite da anni. Secondo i sondaggi, il Partito popolare (PP) potrebbe uscire dalle urne come primo partito ma non raggiungere la soglia di 176 seggi necessari per governare. “Pur di tornare al potere dopo cinque anni, i popolari si alleeranno con Vox se sarà necessario”, dice Paloma Román Marugán, politologa e docente alla Universidad Complutense di Madrid. Si tratterebbe della prima volta dalla fine della dittatura franchista, negli Anni 70, che un partito di estrema destra entra nel parlamento spagnolo.
L’obiettivo della destra è quello di capitalizzare il risultato delle elezioni municipali del 28 maggio, che si sono trasformate fin da subito in un voto sul premier e leader del PSOE Pedro Sánchez, e che hanno visto il suo partito perdere il 6% dei consensi rispetto al 2019. Sánchez ha anticipato le elezioni generali, inizialmente previste a dicembre, nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi e mobilitare l’elettorato di sinistra, ma ha faticato a portare le tematiche favorevoli al suo partito al centro del dibattito.
L’economia ai margini della campagna elettorale
In particolare, PP e Vox hanno cercato di non offrire sponde sull’economia, tenendo l’argomento ai margini della campagna elettorale. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Instituto Nacional de Estadística, l’economia in Spagna va molto meglio del previsto, ed è tornata ai livelli pre-pandemia. La disoccupazione è calata ai minimi dal 2008 e il PIL cresce più della media europea, ma per Sánchez potrebbe non bastare.
In quelle che sono le prime elezioni spagnole in estate, una delle incognite principali riguarda l’affluenza, storicamente elevata nel Paese. In occasione delle elezioni generali del 2019, si attestò al 75,7%. Quattro anni più tardi, può rivelarsi decisiva in un contesto estremamente polarizzato come quello spagnolo: “Nonostante ci saranno circa 10 milioni di spagnoli in vacanza, ci aspettiamo una affluenza più elevata che alle elezioni municipali”, dice Román Marugán. “Al momento, hanno già votato per posta 2,5 milioni di persone”.
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A dipendere maggiormente dai dati sull’affluenza è la coalizione PSOE-Sumar: “Gli elettori di destra sono già mobilitati. I partiti di sinistra, invece, hanno cercato di portare alle urne gli elettori che non hanno votato a maggio. Sicuramente vedremo una partecipazione maggiore, quello che non sappiamo è se sarà sufficiente per Sánchez”.
Se i sondaggi degli ultimi giorni fossero confermati, Popolari e Vox avrebbero i numeri per superare la soglia dei 176 seggi: “Il PP non lo ammette ancora per non compromettere la sua campagna elettorale”, dice Román Marugán, “ma è qualcosa che abbiamo già visto accadere a livello locale e che può replicarsi nel governo nazionale”.
Il rischio caos in Catalogna
Davanti ai numeri incerti, la sinistra avrà bisogno dell’appoggio di tutte le formazioni presenti in Parlamento. Anche di quella frangia dell’indipendentismo catalano che fa capo a Carlos Puigdemont, l’ex presidente della Generalidad catalana fuggito in Belgio, e che con Sánchez è sempre stato in conflitto.
“Gli indipendentisti catalani in parlamento non sono affatto un blocco unico”, sottolinea Marugán. “Durante la campagna elettorale, ogni partito ha cercato di guadagnare voti sugli altri per avere più potere negoziale con Sánchez qualora dovesse formare il governo”.
Già dopo le manifestazioni dell’ottobre 2017, seguite al referendum sull’indipendenza, Sánchez era riuscito ad abbassare le tensioni tra Madrid e Barcellona. Ma qualora l’ultradestra dovesse andare al governo, il malcontento nella regione potrebbe crescere e sfociare in nuove proteste. Abascal ha già annunciato le sue intenzioni: centralizzare il potere e rendere illegali tutti i movimenti indipendentisti. “Con Vox al governo la tensione in Catalogna crescerà inevitabilmente”, prosegue Marugán, “e lo stesso potrebbe accadere nei Paesi Baschi. Questa prospettiva è una minaccia reale per il Paese”.
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L’attenzione di Bruxelles
Un’eventuale vittoria della destra nel Paese si aggiungerebbe a quelle già avvenute in Italia, Grecia, Svezia e Finlandia negli ultimi mesi, e confermerebbe un trend nazionalista in grado di ridefinire gli equilibri europei. Per questo le elezioni sono seguite con grande attenzione dall’Ue, che nel 2024 sarà chiamata a rinnovare il Parlamento europeo.
Sulla carta, prima della débâcle elettorale di maggio, Pedro Sánchez avrebbe potuto giocarsi una campagna elettorale molto importante, condotta sotto i riflettori internazionali. A giugno di quest’anno è iniziata la presidenza semestrale della Spagna al Consiglio dell’Unione europea: un periodo che si sarebbe dovuto concludere con le legislative inizialmente previste a fine anno, e che avrebbe garantito lustro al premier uscente. “Non credo che all’Unione europea piaccia l’idea di un cambio di governo durante il semestre di presidenza, né l’ipotesi che l’estrema destra vada al potere”, conclude Román Marugán. “Ma d’altronde non è la prima volta che succede in Europa, l’Ue si farà trovare preparata”.