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Gli accordi di Dayton del 1995 hanno sì messo fine ad una delle guerre più cruente dal secondo conflitto mondiale, ma al tempo stesso hanno creato una struttura di Stato bosniaco molto complessa. In Bosnia non vi è più la guerra, ma è difficile parlare di pacificazione: l’architettura della federazione nata da Dayton ha posto fine a divisioni create da fili spinati e campi minati, ma ha dato vita ad un contesto dove i muri divisori appaiono costituiti dalla non meno pericolosa diffidenza sociale e politica. Bosgnacchi (bosniaci musulmani), croati e serbi compongono assieme uno Stato dove però, per evitare tensioni, appare difficile anche realizzare un singolo censimento per timore che un’etnia rivendichi una posizione di maggior forza a discapito dell’altra. Nella giornata di domenica questo complesso e complicato paese è andato alle urne ed i risultati non hanno mancato, come prevedibile, di suscitare curiosità e sorpresa. 

La complicata divisione dei poteri in Bosnia

La Bosnia Erzegovina nata dagli accordi di Dayton è uno Stato federale distaccatosi da Belgrado, composto da due entità: la federazione di Bosnia – Erzegovina, composta dalle entità dei bosgnacchi e dei croati, e la Repubblica Srpska, ossia la repubblica che ingloba l’entità serba. Si tratta di un’architettura statale che non ha pari al mondo, un complesso sistema quasi a “scatola cinese”: vi è un’amministrazione statale il cui potere deve essere condiviso dalle tre entità, sotto vi sono due Stati autonomi dove, a propria volta, lo Stato di Bosnia – Erzegovina è suddiviso in altri due Stati, uno bogsniacco ed uno croato. Impossibile anche solo pensare ad un governo unitario in un paese del genere. Ed infatti secondo gli accordi di Dayton non può esserci un solo presidente. Esiste, al contrario, un consiglio di presidenza formato da tre membri, ognuno dei quali rappresenta una delle tre entità etniche della federazione. A turno, ogni otto mesi uno dei tre membri assume la reggenza della presidenza. 





I tre membri del consiglio di presidenza sono eletti a suffragio universale dalla singola entità di appartenenza. In poche parole, i bogsniacchi eleggono il proprio presidente, altrettanto fanno i croati ed i serbi. Di fatto è come se le urne aperte domenica erano posizionate in tre Stati diversi. Ogni entità ha la sua peculiarità politica e le proprie dinamiche tutte interne, quella bosniaca appare un complicato mix tra federazione e congregazione. Difficile dare una linea comune politica al paese, specie sul posizionamento internazionale e sulle riforme interne. Ogni singola pietra mossa in Bosnia potrebbe suscitare malumori se non vere e proprie tensioni tra le tre comunità. A complicare il quadro sono anche i risultati usciti dalle tre entità al voto, oltre che alle accuse di brogli che arrivano da più parti. 

La vittoria dell’indipendentista Dodik tra i serbi 

In tutto questo, per valutare al meglio il voto bosniaco è bene fare un’ulteriore precisazione. Domenica non sono stati eletti i presidenti delle tre entità che compongono il paese, bensì i tre componenti che comporranno il nuovo consiglio di presidenza in rappresentanza ciascuno della propria entità. Milorad Dodik, secondo quanto da lui stesso affermato nelle scorse ore, rappresenterà i serbi. Sarebbe stato lui a vincere tra gli elettori iscritti nei registri dei serbi di Bosnia. Dodik è un uomo politico già molto noto sia in Serbia che in Bosnia: nato a Banja Luka, capitale della Srpska, è molto legato alla madrepatria serba. Da giovane ha studiato lì, da buon serbo è grande appassionato di basket tanto da essere attualmente presidente onorario del Partizan di Belgrado. Poi la discesa in politica tra i serbi di Bosnia, l’incarico di primo ministro fino al 2010 e, successivamente, quello di leader della Srpska. E le sue posizioni spesso fanno discutere: in particolare, Dodik viene definito un vero e proprio indipendentista il cui fine è quello di far tornare questo territorio sotto Belgrado. 

Accuse respinte, ma il carattere nazionalista nella politica di Dodik appare ben marcato. Nel settembre del 2016 ad esempio, è fautore di un referendum volto a dichiarare il 9 gennaio festa nazionale della Srpska. Il 9 gennaio non è una data come le altre, bensì è il giorno della proclamazione (avvenuta nel 1992) della nascita della Repubblica serba di Bosnia ad opera di Radovan Karadzic. Per Sarajevo quel referendum, che ha avuto esito positivo, appare come un vero e proprio schiaffo: di fatto, con questa proclamazione, si fa della Srpska la naturale prosecuzione dell’entità creata da Karadzic, acerrimo nemico dei bosniaci e considerato responsabile di crimini di guerra dal tribunale internazionale. Appare difficile, anche a distanza di ore dal voto, reperire risultati ufficiali. Nella Bosnia di oggi diffondere notizie ordinarie potrebbe essere pericoloso, dunque niente indiscrezioni sugli esiti: occorre aspettare la proclamazione dell’ufficio elettorale. Ma Dodik appare sicuro ed ha già rivendicato la vittoria: a perdere è stato l’uscente Mladen Ivanic, il quale invece invita alla calma. La vittoria di Dodik non creerebbe comunque velleità separatiste, almeno non nell’immediato.

Ma anche in questo caso il voto rappresenta più di uno sberleffo all’Ue: Dodik infatti, in seno al consiglio di presidenza, può orientare la linea internazionale del paese verso rotte diverse da quelle dell’integrazione all’Ue. Se il successo all’interno della comunità serba viene confermato, allora le novità volute da Dodik a Banja Luka potrebbero essere portate direttamente a Sarajevo. 

Le elezioni tra i bosniacchi ed i croati

Confusione, accuse di brogli ed incertezza anche nelle altre due entità al voto domenica. In tanti parlano di ritardo nei conteggi, persino di mancato aggiornamento delle liste elettorali. Come riportato da AgenziaNova, alcuni attivisti rilevano da alcune settimane la presenza di migliaia di centenari tra chi ha il diritto di voto, segno di disorganizzazione nella gestione delle elezioni oppure di volontà di creare maggiore confusione. Faticano ad arrivare dati certi anche dalle consultazioni bosniacche e croate, si parla al momento solo di indiscrezioni. 

Tra i bosniacchi la vittoria sarebbe andata al conservatore Safik Dzaferovic, leader del partito di centro – destra bosniaco. Tra i croati invece a spuntarla dovrebbe essere stato il socialdemocratico Zeljko Komsic: se confermato, questo sarebbe un risultato ben distinto da quello serbo, visto che Komsic avrebbe sconfitto il nazionalista Dragan Covic. A prescindere comunque dai risultati, l’unica cosa certa è che a Sarajevo a regnare sarà la confusione: in Bosnia si prospetta ancora poca stabilità e molta diffidenza tra le tre principali etnie. 

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