I rami delle viti si attorcigliano nodosi creando strane sculture d’arte moderna e serpenti che sembrano ballare in balia di incantatori. Il terreno è gelato e chiazze di neve si spargono qua e là.
Residuo di una bufera di neve diventata poi pioggia. All’orizzonte la stretta pianura si trasforma in colline e poi in montagne di ghiaccio e neve. La vendemmia è ormai un ricordo autunnale e le piante dormono in attesa della prossima rinascita.
Il Libano è uno dei paesi creati nell’area che va dal Caucaso fino alla Mesopotamia, in cui nel seimila avanti Cristo nacque il vino. Il vino libanese divenne famoso per la prima volta nel Mediterraneo, quando nel 3000 avanti Cristo i Fenici cominciarono a esportarlo sulle loro navi costruite con il famoso e resistentissimo cedro del Libano. La fama dei suoi vini rimase immutata per secoli. Anzi durante le invasioni degli arabi, e l’epoca d’oro dei sultanati Ommayyadi e Abbassidi, il vino continuò a proliferare.
Dal settimo secolo d.c. Fino al tredicesimo secolo, epoca in cui i cristiani erano ancora in maggioranza, in quei territori che oggi sono chiamati Libano, Siria e Iraq e vivevano in pace con i musulmani e gli ebrei, sotto i primi califfi Islamici, il vino fu al centro di tutto la poesia in lingua araba. Esattamente come nella vicina Persia, l’esaltazione della taverna, del vino, dell’amore, era qualcosa che andava di pari passo con la riflessione mistica e religiosa.
Ancora oggi gli esperti discutono se si tratti di poesie che vadano interpretate letteralmente e che raccontano di un certo scetticismo nei confronti della religione o se invece abbiano un significato mistico. Alcuni sostengono che i poeti, che talvolta scrivevano perfino di amori omosessuali, in realtà si volessero mostrare peccatori, perché la perfezione era solo di Dio. Probabilmente tutte le interpretazioni di questo fenomeno, apparentemente non coerente con la cultura islamica che formalmente sembra proibire il vino, hanno colto una parte di verità. Certo per cancellare le tracce del vino in quei primi anni della cultura musulmana bisognerebbe distruggere metà della letteratura medioevale in lingua araba, persiana e turca, polverizzare mosaici e miniature.Proprio quello che fanno oggi gli estremisti islamici per nascondere una verità scomoda.
Fu con l’arrivo degli ottomani, in quello che oggi è il Libano, nel 1517 che la situazione cambiò. La vinificazione fu proibita, tranne che per motivi religiosi. Iniziarono gli anni in cui erano i cristiani e gli ebrei che producevano il vino per motivi religiosi, per poi contrabbandarlo nelle case di molti musulmani. Quest’epoca di proibizionismo durò fino all’ottocento. Nel 1857 dei padri gesuiti introdussero dall’Algeria francese dei nuovi vitigni e metodi di produzione moderni. Fu in quest’epoca che nacque la moderna industria vinicola libanese.
La produzione di vino esplose con la caduta dell’Impero Ottomano e la nascita del Libano sotto il protettorato francese nel 1920. Secondo le statistiche dell’epoca, il paese era allora abitato da una maggioranza di cristiani e cospicue minoranze sciite e sunnite. Inoltre, vi erano altri gruppi religiosi, come i drusi.
La produzione ebbe un crollo durante gli anni della guerra civile, dal 1975 al 1990. La demografia libanese rimane una questione abbastanza controversa, se non un vero tabù. Sicuramente dopo la guerra gli sciiti e!i sunniti sono diventati il 60 per cento della popolazione, un po’ per demografia, un po’ perché molti figli dei cristiani sono emigrati in Occidente. Questo però non ha ostacolato la rinascita della vinicultura. Sarebbe un errore pensare che gli sciiti e i sunniti non bevano vino.Quest’industria è ormai completamente laica. Molta della produzione è nella valle della Bekaa intorno alla città di Zahle, ma vi sono molte altre zone nel paese in cui fioriscono le aziende produttrici di vino. La più antica cantina vinicola libanese è Ksara, fondata a Zahle nel 1857 da padri gesuiti. Subito dopo nacque le Domaine des Tourelles fondato nel 1868 da Pierre Eugène Le Brun, un francese stabilitosi in Libano. Nel 1930 padre Gaston Hochar fondò Château Musar, mentre Michel Bustros, fondò negli anni 50, Château Kefraya, la più grande azienda vinicola libanese. Oggi controllata dalla famiglia Bustros e dal carismatico leader druso, Walid Jumblat. I drusi sono i seguaci di una religione di derivazione musulmana sciita fondata nell’undicesimo secolo in Egitto. Si tratta di una fede misteriosa, in cui solamente alcuni saggi hanno accesso alla totalità della dottrina. Sono una delle comunità che compongono il mosaico libanese. Dopo la guerra civile nacque invece Château St. Thomas. Ma è negli ultimi anni che sono nate tantissime nuove cantine, tra cui Ixsir non lontano dalla città costiera di Batroun, il produttore biologico Domaine de Ball. Attualmente esistono quaranta produttori di vino nel paese. Le aziende più grandi sono riunite nell’Unione Vitivinicola del Libano. I vini libanesi sono esportati in Europa, Stati Uniti, Canada, Brasile, Australia, nei paesi arabi e in alcune nazioni africane. Tra i rossi si producono Cabernet Sauvignon, Carignan, Cinsault, Grenache Noir, Syrah e Tempranillo. Mentre i principali bianchi sono lo Chardonnay, la Clairette, il Merwah. Infine si utilizza l’Obeeidi per fare l’Arak, il tipico distillato, non dissimile da quello turco e greco.
“L’ebbrezza del vino uccide e fa rinascere: piacevole è la morte che procura, ma ancor più lo è la vita” (Al-Taghlibi Al-Akhtal, poeta arabo)