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Parafrasando Pier Paolo Pasolini, siamo dinanzi al “razzismo degli antirazzisti”: sembra infatti un paradosso, ma negli Stati Uniti e, in generale, nel mondo anglosassone, l’antirazzismo liberal si sta – non troppo lentamente – trasformando in un razzismo “sistemico” nei confronti dei bianchi. A denunciarlo non è certo una testata conservatrice o di estrema destra ma Leighton Woodhouse sul blog della ex giornalista e redattrice del New York Times, Bari Weiss. Come spiega Woodhouse, infatti, la soluzione proposta dall’antirazzismo woke non è quella che “insegnavano Martin Luther King e Thurgood Marshall” ossia che “tutti gli esseri umani sono uguali e quindi ogni tipo di discriminazione è un male. Si tratta, invece, in modo esplicito, di abbracciare la discriminazione, ma questa volta come strumento di ‘equità’. In pratica, questo significa una discriminazione razziale contro i bianchi e gli asiatici”. Questo per “compensare” i secoli di razzismo che gli afroamericani hanno provato sulla propria pelle per colpa dei bianchi.

La nuova concezione di razzismo: dimenticata la lezione di Martin Luther King

Nel suo libro del 2019 How To Be an Antiracist, lo storico Ibram X. Kendi spiega cosa significa essere “antirazzisti” nell’America di oggi. “L’unico rimedio alla discriminazione razzista è la discriminazione antirazzista. L’unico rimedio alla discriminazione passata è la discriminazione presente. L’unico rimedio alla discriminazione attuale è la discriminazione futura” scrive Kendi. Tanto che il Wall Street Journal si chiede, a proposito delle teorie del controverso storico: “La cura per il razzismo è davvero più razzismo?”. Come sottolinea RealClear Politics, per comprendere appieno il nuovo antirazzismo, dobbiamo ricordare la definizione tradizionale di razzismo: stereotipizzazione, denigrazione, emarginazione o esclusione delle persone sulla base della razza. Definizione che ha cambiato radicalmente significato in “emarginazione e/o l’oppressione delle persone di colore basate su una gerarchia razziale socialmente costruita da chi privilegia i bianchi”.

Dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter, questo modo di pensare e concepire il razzismo ha cominciato a dilagare nei campus universitari, sui media liberal, nell’opinione pubblica, diventando un dogma indiscutibile. L’aspetto centrale di questa nuova concezione di “razzismo” è che non è più neutrale rispetto alla razza. Ora è impossibile, per definizione, che i bianchi siano vittime del razzismo. La definizione stessa costruisce una “gerarchia razziale” per cui solo le persone di colore possono essere vittime e solo i “bianchi” possono emarginare o opprimere. I bianchi non possono in alcun modo essere vittime, solamente “carnefici”, oppressori e privilegiati. Chi nasce bianco, già in culla, è accusato di essere parte di un sistema che privilegia i bianchi. Non è forse una concezione razzista quella secondo cui una persona di colore è vittima del razzismo, per definizione e, al contrario, una persona identificata come “bianca” è razzista?

Il razzismo contro i bianchi è realtà?

Che la nuova concezione di antirazzismo sia ormai parte del dna culturale della sinistra progressista americana e dei liberal, lo dimostrano anche le azioni dell’amministrazione Biden. Come sottolinea Woodhouse, lo scorso marzo, il presidente Biden ha firmato il Rescue Plan Act, che avrebbe dovuto aiutare gli americani che ancora si stanno riprendendo dal Covid-19. Il disegno di legge ha stanziato 4 miliardi di dollari solo per gli agricoltori di colore, che hanno perso terreno per anni e ora costituiscono solo il 2% di tutti gli agricoltori americani. Questa era, sostenevano i sostenitori, una forma di “giustizia riparativa”, dato che gli agricoltori afroamericani erano stati duramente colpiti da decenni di “razzismo sistemico”. Peccato che negli Stati Uniti l’agricoltore medio guadagni appena circa  45.000 dollari l’anno e la stragrande maggioranza degli agricoltori, di tutte le razze, sta affogando nei debiti.

A porre fine a questa evidente discriminazione è fortunatamente intervenuto il Wisconsin Institute for Law and Liberty, il quale ha intentato una causa contro il governo federale. Un‘ingiunzione del tribunale ha messo fine a quello che ha definito “una diffusa discriminazione”. Perché mai gli agricoltori del 2021 dovrebbero essere ritenuti responsabili e dunque penalizzati di un qualcosa che non hanno commesso? Altro esempio concreto del razzismo contro i bianchi – e asiatici – è rappresentato dalla clamorosa decisione dell’Art Institute of Chicago, che il mese scorso ha licenziato i suoi docenti universitari – volontari – per essere troppo bianchi e troppo benestanti. I 122 volontari avevano dedicato, in media, 15 anni della loro vita al museo, e avevano una profonda conoscenza delle sue oltre 300.000 opere d’arte. Questa forma discriminatoria di “antirazzismo” non è una tuttavia prerogativa dei soli Stati Uniti. Come riportato nelle scorse settimane dal Giornale.it, nel Regno Unito succede che l’English Tour Opera, una delle più importanti compagnie liriche internazionali, ha deciso di lasciare a casa metà dei suoi musicisti orchestrali e di non rinnovare loro il contratto. Motivo? Hanno la pelle del colore “sbagliato” e devono lasciare il posto ad altri, appartenenti alle minoranze. Non conta che questi 14 musicisti siano dei veterani, che siano bravi e professionali, no: sono bianchi, dunque addio.

La teoria critica della razza

Per gli attivisti antirazzisti tutto ciò si basa sulla Teoria critica della razza. Secondo i suoi sostenitori, la “supremazia bianca”, attraverso il “razzismo sistemico”, esiste e mantiene il potere attraverso la legge e una visione della storia vista sotto la prospettiva dei bianchi. Secondo tale teoria, “il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana” ed è pervasivo nella cultura dominante”. Come riportato da InsideOver, molti studiosi e accademici hanno criticato la teoria critica della razza e i suoi sostenitori spiegando che essa fomenta il razzismo dei neri contro i bianchi e dunque una guerra cultura insuperabile.

Tra questi c’è il giudice Richard Posner della Corte d’Appello del Settimo Circuito degli Stati Uniti, il quale ha sostenuto, nel 1997 che la teoria critica della razza “volta le spalle alla tradizione occidentale dell’indagine razionale, rinunciando all’analisi per la narrativa”. Inoltre, rifiutando l’argomentazione ragionata, i teorici della razza critica, “rafforzano stereotipi sulle capacità intellettuali dei non bianchi”. L’ex giudice Alex Kozinski, che ha prestato servizio presso la Corte d’Appello del Nono Circuito, ha criticato i teorici critici della razza nel 1997 per aver sollevato “barriere insuperabili alla comprensione reciproca” e quindi eliminando opportunità di “dialogo significativo”.