Il vento dell’est torna a soffiare sull’Europa. Come uno di quei venti stagionali che si sa che ciclicamente tornano a fendere un territorio. La Polonia ci ricorda in questi giorni che esiste un’altra Europa. Un’Europa che dell’Unione europea fa parte, ma che a differenza della parte occidentale sembra rifiutare il sistema culturale, politico e anche ideologico implicito nell’appartenenza a Bruxelles. Un’Europa che risponde all’entusiasmo con cui l’Occidente penso di inglobare l’Oriente ricordando a tutti che oltre la ex cortina di ferro non c’è solo un insieme di Stati, ma un insieme di culture. Popoli diversi, modi di vita diversi, confessioni diverse che si intrecciano tra loro costruendo una trama ben diversa da quella occidentale.

Lucio Caracciolo, in un suo editoriale su Limes, ci ricorda come “la divisione fra Europa occidentale ed Europa orientale è ancora con noi. Semmai si accentua” e che “chi immaginava che l’apertura della cortina di ferro comportasse l’unificazione del Continente non faceva i conti con la maledizione del lungo periodo”. La Polonia, con la sentenza con la quale è stata decretata la superiorità del diritto nazionale rispetto a quello dell’Unione europea, è sicuramente l’esempio ultimo, e più eclatante, di questo errore commesso da molti: considerare l’ingresso nel club occidentale come certificazione dell’adesione a tutto ciò che esso comportava e che comporta.

Le cose sono un po’ diverse. E se da Varsavia è arrivato il messaggio più duro nei confronti di Bruxelles, i segnali continuano ad arrivare da diversi angoli di quello che un tempo era lo spazio sovietico. Segnali diversi ma costanti che ci ricordano come l’Europa, spesso concentrata sulla divisione tra sud e nord del continente, si è colpevolmente dimenticata di quella altrettanto profonda tra est e ovest. Divisa tra frugali e “cicale”, tra mediterranei e nordici, tra proiezioni verso l’Africa e disinteresse al tema, l’Ue ha riscoperto quella frattura che sembra far affiorare un confine che si credeva cancellato. Perché è nella parte orientale che si vivono tutte le contraddizioni e le vere ambiguità della percezione dell’Europa. È a est che si innalzano muri per timore dell’arrivo di nuovi migranti (non ultimo con la Bielorussia). È a est che si riflette sulla contrarietà del diritto comunitario a quello nazionale e non l’opposto, come avviene invece in modalità diverse nella parte occidentale. È sempre a est che si riscopre l’identità nazionale e religiosa. E mentre l’Europa occidentale ragiona su una difesa comune continentale (probabilmente più orientata su Parigi che sulle altre capitali che ne fanno parte), gli Stati dell’Europa orientale guarda con molta perplessità a quello che si discute a Bruxelles, consapevoli che è solo la loro fedeltà all’Alleanza atlantica a poter rappresentare un freno al terrore delle (vere o presunte) ambizioni russe sul continente. Lo ha detto, con parole molto chiare, la presidente dell’Estonia, Kersti Kaljulaid, in un’intervista a Repubblica.

La cortina di ferro, insomma, non è ancora realmente caduta. Lo è stata finché il rapporto si è basato sulla prospettiva che gli aiuti economici ai Paesi orientali non fossero a loro volta collegati a un deciso cambio di passo verso l’adesione a tutto il blocco occidentale. Ma ora che l’asticella dell’Ue si alza inevitabilmente per promuovere altro rispetto alle potenzialità economiche, i problemi tornano ad affiorare. Specialmente quando il motore economico Ue viene fiaccato dalla competizione internazionale e dalle crisi contingenti. Che la cortina di ferro sia ancora presente proprio per questa incapacità di adeguarsi e per le risposte economiche inefficienti, ne è testimone, del resto, anche il cuore pulsante di questa Unione europea: la Germania. Le tendenze elettorali, non da ultimo il voto di settembre che ha chiuso l’era di Angela Merkel, ha sentenziato che quella barriera rappresentata dal fiume Elba ancora esiste ed è parte integrante della vita politica tedesca. C’è un est e un ovest. E se c’è nel cuore della Germania e della sua Kerneuropa, tanto più esiste in un continente i cui destini si sono uniti ma dopo secoli di differenze e di diffidenze. Il vento dell’Est, come dicevamo all’inizio, continua a soffiare. Ora sta all’Ue leggere questa corrente che rischia, se non compresa, di trasformarsi in tempesta.

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