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L’intervenzionismo statunitense in America Latina si era attenuato, con la progressiva riduzione della tensione alimentata dalla guerra fredda, dopo aver causato drammatici rovesciamenti civili e militari, generato instabilità o impiantato regimi dittatoriali, con sequele di assassinati, sparizioni, e repressione politica e sociale, in Guatemala nel 1954, Bolivia nel 1971, Cile e Uruguay nel 1973, Argentina nel 1976, Repubbblica Dominicana nel 1983, e Panama nel 1989. La dottrina del big stick, tornata in una versione rivisitata sul piano giudiziale in Paraguay nel 2012 e in Brasile nel 2015, ha ora come obiettivo il Venezuela.

Il paese aveva subito un golpe nel 1948, con la deposiziones del presidente eletto e l’instaurazione di una giunta dell’esercito. Nel 2002, la storia si era ripetuta, benché il leader della rivoluzione, Hugo Chávez, ritornò in sella in due giorni. Da allora, sei colpi di Stato si sono succeduti e risolti in un nulla di fatto. Il controllo degli idrocarburi della principale riserva mondiale continua a condizionare la politica interna venezuelana e le sue relazioni diplomatiche.

L’offensiva iniziata da Barack Obama, si  è intensificata con Donald Trump. Nel 2015, il Venezuela è stato dichiarato dagli Stati Uniti una minaccia alla propria sicurezza. Sono state imposte sanzioni economiche, nel 2019, e Washington, usando vecchie manovre senza effetto, ha cercato di dividere le forze armate. Nel 2020, è stato emesso un ordine di cattura per l’attuale presidente, Nicolás Maduro, ed esponenti del suo entourage, con l’accusa di narcotraffico.

Il crollo del prezzo del petrolio, dal 2013 ha provocato una contrazione del 70% dell’economia venezuelana, seguita da disoccupazione, aumento dell’indice di povertà e un’emigrazione massiva. Il governo non è riuscito a contenere il deficit di un’industria che aveva già diminuito la produzione per cattiva amministrazione e mancanza di una visione di investimenti. La situazione è stata aggravata dal blocco americano, tuttavia, il paese è in sofferenza per un esercizio pubblico fallimentare, un alto tasso di corruzione e frode fiscale – 71,8% di evasione a carico di imprese private e grandi fortune – e una politica monetaria che ha condotto a una iperinflazione. Si tratta della peggiore crisi dalla metà del secolo scorso in una nazione che non sta affrontanto un conflitto armato.

L’opposizione e gli Stati Uniti hanno cercato di trarre un vantaggio dalla vulnerabilità di questo contesto, ma Maduro è rimasto saldo al suo posto, navigando il boicottaggio finanziario e diplomatico, lo spettro di una invasione militare, e almeno un paio di tentativi sventati, quello recente a opera di un drappello di disertori e mercenari assoldati dagli americani. Nel mezzo dell’emergenza Covid-19, e l’isolamento sociale obbligatorio decretato a marzo, ha dovuto far fronte a 500 manifestazioni nel mese di aprile, per le quali non funziona l’argomento obsoleto della cospirazione imperialista. La gente ha fame e con una media di 40 dollari mensili di salario pretende risposte. L’esecutivo è ricorso a Cina, Iran e Russia per sollecitare aiuti. Malgrado i toni aspri da entrambi i lati, Maduro, per ridurre l’impatto negativo della pandemia, ha iniziato colloqui esploratori con la fazione avversa.

Il capo di quest’ultima, Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente della repubblica ad interim il 23 gennaio del 2019, con l’appoggio degli Stati Uniti, la Colombia filo-americana di Iván Duque e un largo seguito locale, non ha mai avuto una reale influenza in Venezuela. Guaidó è stato incapace di scuotere l’establishment che ha dimostrato coesione, acume politico e una sedimentata maestria populista. Guaidó, dal canto suo, si è rivelato un abile affabulatore, impegnato a cambiare la realtà attraverso una narrativa che però da sola non basta.

Era un deputado sconosciuto del partito Voluntad Popular quando assunse la guida del parlamento, che le forze critiche al chavismo condividono in maniera rotatoria, grazie a un patto stipulato dal 2015. Un aspetto significativo della vicenda è che, ancor prima dell’annuncio ufficiale in Venezuela, la notizia della sua autoproclamazione venne diffusa dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence. Questo momento sembrava premonire una caduta di Maduro e una transizione che invece non sono mai avvenute e paiono affievolirsi ogni giorno che passa.

Sebbene una cinquantina di paesi riconoscano Guaidó presidente interino, in virtù di una interpretazione della Costituzione, il ruolo é simbolico e il suo capitale reputazionale, costituito dall’appoggio internazionale, comincia a incrinarsi. Lo stesso Donald Trump non ha escluso di negoziare direttamente con Maduro, e il libro dell’ex consigliere per la sicurezza americana John Bolton, non risparmia giudizi sull’inesperienza di Guaidó. Lo scudo statunitense non é un dettaglio di poco conto, dato che lo ha sinora risparmiato dalla detenzione per il mancato compimento delle misure cautelari comunicategli dalle autorità giudiziali. L’arresto con l’accusa di terrorismo del capo di gabinetto del suo governo ombra è un chiaro avvertimento.

L’opposizione ha dato per scontato un sostegno che, nonostante tutto, non ha mai ottenuto dalla maggioranza della popolazione, e si limita alla classe medio-alta. L’unica possibilità di Guaidó comporta un prezzo ingente, ovvero un’ulteriore aggravamento delle sanzioni che porterebbe la cittadinanza a un livello di disperazione tale da rendere il Venezuela ingovernabile. In pratica, l’abbattimento dell’esecutivo da parte dei ceti abbienti, e il settore privato, può essere raggiunto con il sacrificio degli strati popolari e vulnerabili. In molti, vicini a Guaidó, credono poi che l’ago della bilancia potrebbe essere spostato da una ipotesi credibile dell’uso della forza da parte degli Stati Uniti, e un’operazione da terra con il concorso della Colombia.

In nessuno dei momenti di serio impasse del governo – le proteste contro Maduro del 2014 e la messa a referendum della sua presidenza nel 2016 – si sono concretate le speranze di un sollevamento generale. La solidarietà ideologica delle classi popolari, e una fitta rete di interessi e benefici fra l’esecutivo e l’esercito, sono la ragione quasi inattaccabile della longevità del socialismo bolivariano. Trattarlo alla stregua di una banda di ladri e criminali non è una strategia che possa trarre alcun beneficio.

Non ha pagato nemmeno l’ambiguità del discorso di Guaidó con il suo moto oscillatorio fra un dialogo con il chavismo, la dipendenza dalla Casa Bianca, e l’eventualità di un intervento straniero. Le espressioni ricorrenti di Guaidó sulla necessità di lasciare aperti vari scenari, o di valutare ogni opzione, altro non riflettono che la difficoltà di strutturare il dissenso, un fronte dove si trovano gomito a gomito progressisti ed esponenti della destra radicale. Le attese frustrate ed errori operativi di carattere macroscopico, che sottolineano l’insuccesso della sua strategia, hanno creato discrepanze, malessere e defezioni. L’avventata incursione marittima nei pressi di Caracas agli inizi di maggio ne ha deteriorato l’immagine, anche se ora cerca di ritornare a galla con attività parlamentari e mobilitazioni sociali. Due suoi assesori si sono dovuti dimettere per uso di fondi pubblici per foraggiare l’impresa senza l’autorizzazione del parlamento.

Eppure, dove non ha potuto l’ingerenza americana, potrebbe avere la meglio il coronavirus. I vertici militari temono l’accrescere del disordine pubblico. Il sistema venezuelano ha in dotazione 80 ventilatori per una popolazione di 28 milioni, solo il 60% degli ospedali dispone di  acqua corrente, e le interruzioni di energia elettrica ne mettono a repentaglio il funzionamento, così come la penuria di carburante il trasporto dei malati. Le misure preventive per arginare l’espansione del contagio hanno determinato il rincaro del 50% dei beni alimentari, mentre le importazioni si sono dimezzate creando scarsità sul mercato.

Informazioni elaborate dalla rispettata agenzia di sondaggi, Datanálisis, evidenziano che il 79% dei venezuelani disapprova la gestione della pandemia. Maduro ha calmierato i prezzi, agito sulla politica monetaria, e aggirato le sanzioni, importando petrolio dalla compagnia russa Rosnef. Non è stato sufficiente o efficace, e i gruppi di autodifesa delle comunità locali potrebbero detonare sviluppi imprevisti.

Una tregua umanitaria fra i bandi opposti è al momento la via d’uscita per ridurre l’esposizione del paese ai rischi del COVID-19 ed evitare di portarlo allo stremo. Maduro è apparso propenso, avendo molto da perdere, ma con l’antecedente di non aver fatto alcuna concessione significativa nel passato. Guaidó è stato a lungo indeciso, non volendo concedere a Maduro un vantaggio e l’occasione di dividere oltremodo l’opposizione, in una fase insidiosa del suo progetto.

È stato firmato un accordo, un debole passo verso un dialogo, ipotecato sin dalle esternazioni posteriori. Il documento titola “collaborazione fra il ministero della salute e i consiglieri  tecnici del parlamento” e, per quanto generico nelle sue modalità di esecuzione, segnerebbe una reciproca affermazione istituzionale: il parlamento riconosce il governo in quanto legittimo e il governo ammette il parlamento in quanto funzionante, quando il primo aveva sconfessato il governo, sostituendosi a esso, e il secondo aveva decretato il termine delle funzioni del parlamento, per sentenza del tribunale supremo di giustizia. Putroppo due ore più tardi, Guaidó si è riferito a Maduro con l’appellativo di dittatore, e alti funzionari governativi hanno specificato che l’accordo era stato siglato con espressioni dell’opposizione e non con il parlamento.

I partiti antagonisti insistono che per ristabilire la democrazia bisogna convocare elezioni presidenziali; l’esecutivo ribadisce che la prossima tornata elettorale sarà legislativa, e la procura attiva un procedimento per inquadrare il partito di Guaidó come un’organizzazione sovversiva. L’assistenza sanitaria può ora entrare in Venezuela, ma lo stallo politico è lontano dall’essere sciolto, con gli attori chiave concentrati nel mantenere o guadagnare il potere.