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Politica

Il Venezuela e le ombre sulla caduta di Maduro: vince la politica imperiale, perde l’umanità

Dietro la spedizione Usa in Venezuela un messaggio ai Paesi competitor. Ma anche una strategia che, forse, va bene a molti.
Venezuela

In un precedente analisi, abbiamo ricostruito la genesi e le strutture della caduta di Nicolas Maduro in Venezuela. Resta un dato di fatto: qualcosa in questa vicenda non è chiaro. Non si tratta di un golpe: non ci sono state forze armate ribelli che hanno rovesciato il governo instaurandone uno proprio. Il tutto è avvenuto con estrema celerità, senza che l’esercito venezuelano abbia sparato un solo colpo. Le tempistiche, in effetti, lasciano qualche dubbio. Quasi all’una di notte sono cominciati i bombardamenti: il popolo è stato immediatamente allertato, ma senza ordini precisi. Si aspettavano tutti un segnale, un pronunciamento da parte di uno dei leader politici, che invocasse l’inizio della difesa popolare nazionale, ma nulla. Quando il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha infine preso la parola per denunciare il bombardamento, qualche manciata di minuti dopo Trump ha annunciato che Nicolás Maduro era in stato d’arresto assieme alla moglie e che i due sarebbero stati immediatamente trasferiti negli Stati Uniti e lì processati.

Gli armamenti usati dai nordamericani sono stati di notevole portata, i cieli sul Venezuela resi impraticabili: insomma, un attacco per aria e per terra mirato a sbrigare la faccenda quanto più in fretta possibile. Dal governo si è invocata subito la mobilitazione popolare e il popolo chavista è sceso in piazza, così come è sceso in piazza quello antimaduro: mentre però la prima fazione era molto più numerosa, i canali occidentali hanno dato più risalto alla seconda, sebbene susciti perplessità vedere un popolo festeggiare dopo aver subito un bombardamento da parte di un Paese straniero.

Si parla di talpe interne, di traidores vicini a Maduro, guardie del corpo che l’avrebbero venduto per trenta denari. Ma c’è anche chi paventa che si sia trattato di una mossa da parte dell’establishment: vi diamo Maduro, ci lasciate in pace in cambio di una possibile apertura economica ai giacimenti petroliferi. Non perdo tempo ad elencare le ipotesi folli circolate in ambito MAGA (anche nostrano) perché mi occupo di politica internazionale e non di igiene mentale. Ma resta pur vero che la velocità con cui gli avvenimenti si sono susseguiti, la cattura di Maduro e della moglie senza che alcuno abbia tentato di difendere il presidente (erano davvero tutti collusi, tutti traditori?), il silenzio totale da parte dell’esercito: questi rimangono punti oscuri e indagarli è ciò che deve fare l’analista. Perché non si è tentata una difesa? Perché si è aspettato così tanto per convocare il popolo in piazza? Perché il ministro della Difesa ha parlato quasi contemporaneamente all’annuncio della cattura del presidente? E ancora: perché Rubio pare così fiducioso rispetto alla collaborazione da parte di Delcy Rodríguez?

Le reazioni negli altri Paesi

Questi non sono interrogativi semplici, poiché le risposte ad essi delineerebbero non solo quale fosse la reale relazione politica tra Maduro e i suoi più stretti e fidati collaboratori, ma anche il possibile futuro del Paese. Quel che abbiamo sul piatto è invece la reazione degli altri Paesi.

Come scrivevamo, c’è chi ha festeggiato, chi semplicemente ha trovato uno straccio di giustificazione, chi ha fornito prese di posizione palliducce e di circostanza. In pochi si sono espressi con sgomento dinnanzi a una violazione e a un pericoloso precedente: da oggi, chi potrebbe condannare un Paese che ne attacca un altro accusato di arrecare pericoli “ibridi”? Il presidente brasiliano Lula e i suoi omologhi colombiano, Petro, e messicana, Sheinbaum, hanno alzato la voce e richiesto l’intervento immediato degli organismi internazionali a difesa dei Paesi: non è difficile comprendere quanto l’America Latina sia in questo momento seriamente in pericolo e quanto siano corresponsabili quegli alleati che non stanno muovendo un dito, minacciando per esempio gli Usa di ripercussioni.

Parlo in particolare della Russia, con cui il Venezuela ha in essere non solo legami storici ma vere e proprie partnership: se è vero che non esiste alcuna clausola che prevede l’obbligo automatico di difesa reciproca in caso di conflitto armato, è anche vero che dal punto di vista militare, strategico e diplomatico avrebbe potuto impegnarsi maggiormente in aiuto di un Paese partner, proprio in virtù della vicinanza di Putin a Trump[1]. Invece, la dichiarazione relativa agli accadimenti suona più come circostanziale che quella di un Paese direttamente coinvolto.

Il ruolo di Delcy Rodriguez

Voci non confermate indicavano la presenza di Delcy Rodríguez a Mosca al momento della cattura di Maduro, altre invece – tra cui quelle russe – confermano la sua presenza in patria e di aver avuto colloqui con Lavrov a distanza, nelle ore precedenti agli avvenimenti. La stessa Delcy Rodríguez che pare essere divenuta il punto di contatto tra gli interessi statunitensi e la tenuta del regime chavista: vedremo nei prossimi giorni quale sarà il risultato di questa interlocuzione.

La dichiarazione cinese, arrivata ore dopo, è stata più forte di quella russa, chiedendo la liberazione del presidente e della consorte e il ripristino di una situazione di legalità statuale, senza più ingerenze. Ricordiamo che nelle ore precedenti al bombardamento, una delegazione cinese guidata da Qiu Xiaoqi, Rappresentante speciale della Cina per gli affari dell’America Latina e dei Caraibi e inviato del presidente Xi Jinping, si trovava proprio a Miraflores, per un incontro con Maduro.

E la risposta della un-tempo-fu pacifica e pacifista UE? Ovviamente in accordo con una ipotizzata transizione democratica. E rispetto all’invasione di un Paese sovrano? Nulla, Ursula von der Leyen forse giocava a carte e non aveva tempo di informarsi su chi avesse commesso cosa: il cattivo c’è, si chiama Maduro e tanto basta.

La distruzione della laicità

Che dietro agli attacchi statunitensi ci sia un chiaro monito ai Paesi competitors di lasciar fare e non immischiarsi in faccende che gli Usa ritengono “casalinghe” non è così difficile da comprendere e d’altronde la National Security Strategy di qualche mese fa lo ribadiva senza fronzoli. Ma viene da chiedersi: si sta assistendo alla totale destituzione in forma globale degli organismi multilaterali? Se gli Usa dell’era Trump hanno abdicato al multilateralismo, ricomponendo le relazioni su base bilaterale, gli altri Stati del Consiglio di Sicurezza ONU finora hanno tenuto a ergersi come differenti.

Tuttavia, sorge il dubbio che il lavare i panni sporchi in casa senza subire pressioni esterne ma, al contrario, allontanando e silenziando ogni possibile ficcanaso, possa essere una ricetta valida per tutti. E quindi, in questo senso, accettare quel che è accaduto in Venezuela (e che Trump già minaccia di voler replicare in Colombia e a Cuba, con le stesse improbabili accuse), in fondo, potrebbe persino considerarsi conveniente.  

Nella nuova logica di risistemazione globale, abbiamo gli Stati Uniti che molti reputano un impero morente, ma che riesce ancora ad agire indisturbatamente per il mondo, e altri Paesi, con magagne più o meno bisognose di essere sistemate.

La grande sconfitta è l’umanità, che si ritrova a guardare in faccia spettri che pensava si fossero ormai ridotti in cenere, quantomeno in Occidente. In mezzo a questo vortice, analisti partigiani e giornalisti improvvisati teorizzano e propongono visioni che incitano alla distruzione del dubbio, della laicità del pensiero e di una chiara visione d’insieme. Tutto questo non fa che continuare ad inquinare la possibilità di cogliere tutte le pieghe di una storia complicata e fragile, come spesso sono le vicende di questo sfortunato, sofferto e meraviglioso pezzo del puzzle di nome América Latina.

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