“Il vecchio ordine mondiale postbellico” oramai “non esiste più” e “nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato all’evento di apertura della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco e rincarato quanto già espresso a gennaio a Davos dal premier canadese Mark Carney.
Il mondo di ieri è finito
Il mondo conosciuto fino a poco tempo fa non esiste più, avverte Merz, e l’altra faccia della medaglia è che in una nuova era di competizione globale anche la Germania può e deve avere un ruolo attivo nel “risveglio delle medie potenze” perorato da Carney e oggi rinsaldato da Merz, che sta guidando la più ambiziosa politica di riarmo europea e giusto ieri ha spinto per il rilancio del progetto di Europa a “più velocità” per preparare l’Unione alle sfide globali. Merz disegna un mondo cupo. L’ex ferreo sostenitore dell’asse transatlantico, che da capo dell’opposizione al predecessore Olaf Scholz perorava una maggiore saldatura con Washington, oggi fustiga l’amministrazione di Donald Trump per aver distaccato l’Europa dagli Usa e il Vecchio Continente per aver dato troppo per scontato l’ombrello a stelle e strisce.
“La politica delle grandi potenze sembra offrire risposte forti e facili, ma è un gioco pericoloso”, avverte Merz, invocando “fermezza e determinazione” per difendere “una libertà che l’Europa ha goduto nel dopoguerra e non è più scontata”. In tal senso, il cancelliere tedesco non rinnega la Nato, ma perora il fatto che “l’Europa deve prendere un ruolo di leadership in partnership, non accettare un mondo dominato dalle grandi potenze come destino inevitabile”.
Lo scenario caos secondo Merz
Lo scenario critico descritto dal Cancelliere tedesco non giunge, certamente, nuovo ed è la conseguenza che emerge da un quarto di secolo di deterioramento graduale dell’ordine internazionale liberale per effetto, molto spesso, delle sue stesse contraddizioni.
Certo, c’è stata l’ascesa cinese; c’è stata la guerra d’aggressione russa all’Ucraina; ma c’è stato, soprattutto, un generale deterioramento della convivenza tra le potenze dal momento in cui, molto spesso, furono gli stessi garanti di questo ordine a eroderne le fondamenta. Si può dare credito alla Germania di non aver contribuito allo smantellamento di questo ordine nei casi della guerra in Iraq del 2003 e di quella in Libia del 2011. Ma certamente l’Occidente collettivo non è esente da colpe.
Ora restano le macerie dell’ordine internazionale. Resta una corsa alle armi aggressiva e foriera di nuova instabilità, mentre tramontano i trattati che garantiscono l’equilibrio atomico tra Usa e Russia e in Europa l’invito a “pensare l’impensabile” con una nuova proliferazione non è tabù. Rimane un’atmosfera pre-conflittuale, favorita in particolare dal neo-espansionismo russo, dal solipsismo americano, dalla assertività israeliana in Medio Oriente (che Merz non nomina una sola volta) e dal declino culturale, politico, strategico delle élite. Soprattutto, resta una generale, graduale tendenza delle società più avanzate ad abituarsi alla guerra. A inizio gennaio Papa Leone XIV diceva che la guerra sta “tornando di moda”. Oggi, Politico.eu ha pubblicato un sondaggio che mostra come in Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti sia aumentata la percentuale di cittadini che ritengono possibile la terza guerra mondiale nei prossimi cinque anni.

L’incubo della guerra globale
“In assenza di segnali di una fine imminente della guerra totale della Russia contro l’Ucraina, che dura da quattro anni, e con gli Stati Uniti che intraprendono azioni militari in Iran, Siria, Venezuela e Africa sotto la guida del presidente Donald Trump, molti elettori vedono un rischio crescente di conflitto globale”, nota Politico.eu.
Il monito di Merz e quello precedente di Carney devono impegnare le medie potenze, specie dell’Occidente, a promuovere quei poteri frenanti che possono contribuire a creare resilienza e robustezza al sistema internazionale: accordi di libero scambio, filiere tecnologiche e della Difesa non condizionabili dalle grandi potenze rivali o alleate, un rinnovato multilateralismo.
Si può raccontare il cupio dissolvi di un mondo vecchio che tramonta, ma urge la pars costruens per evitare, parafrasando Antonio Gramsci, che nell’interregno emergano i fenomeni morbosi. Nella nuova “era dei predatori” globali, ben raccontati nell’ultimo saggio del politologo Giuliano Da Empoli le potenze in questione hanno la possibilità di cambiare il corso della corrente. A patto di non rassegnarsi allo sfocio bellico di queste dinamiche.
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