La recente visita in Israele del segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha dato impulso ai lavori del governo d’eccezione basato sull’alleanza-alternanza fra Benjamin Netanyahu e Binyamin Gantz. I due (ex) rivali hanno messo da parte le ostilità per sviluppare un’agenda con dei punti in comune, capace di garantire stabilità politica al paese, e fra essi rientra l’annessione della Valle del Giordano.

Parti del mondo islamico e l’Unione Europea hanno espresso forte contrarietà allo storico gesto, che rientra all’interno dell’accordo del secolo dell’amministrazione Trump. L’Ue ha anche paventato il ricorso a possibili sanzioni nei confronti di Israele qualora procedesse all’annessione, ma c’è un altro giocatore internazionale che si è intromesso nella partita in supporto dei palestinesi: il Vaticano.

L’intervento della Santa Sede

Il 20 maggio, la Sala Stampa del Vaticano ha comunicato che ha avuto luogo una telefonata fra l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per le Relazioni con gli Stati, e Saeb Erekat, il capo della diplomazia palestinese. I due hanno discusso “della possibilità che la sovranità israeliana venga applicata unilateralmente” sulla Valle del Giordano e sugli altri territori attualmente oggetto di contesa che, de facto, sono sotto amministrazione effettiva israeliana.

Gallagher ha ribadito la tradizionale posizione del Vaticano sul conflitto israelo-palestinese, esprimendo “preoccupazione per eventuali atti che possano compromettere ulteriormente il dialogo […] e il processo di pace” e che “il rispetto del diritto internazionale, e delle rilevanti risoluzioni delle Nazioni Unite, è un elemento indispensabile affinché i due popoli possano vivere fianco a fianco in due Stati, con i confini internazionalmente riconosciuti prima del 1967”.

Infine, l’arcivescovo si è detto speranzoso che i due popoli possano trovare “di nuovo, e presto, la possibilità di negoziare direttamente un accordo, con l’aiuto della comunità internazionale, e la pace possa finalmente regnare nella Terra Santa, tanto amata da ebrei, cristiani, musulmani”. Ed è proprio quest’ultimo punto, ossia la concezione di Israele come Terra Santa per le tre religioni abramitiche (cristianesimo, ebraismo, islam), che spiega e sostiene l’intera visione della chiesa cattolica sul conflitto israelo-palestinese.

Realpolitik e fede

Papa Francesco si sta inoltrando su un sentiero la cui destinazione finale è stata già tracciata ed immaginata dai predecessori: dare reale forma al significato della parola “cattolico” (che in lingua latina vuol dire “universale”), gettando le basi per la traslazione della romana chiesa dall’anziano e post-cristiano Occidente alle periferie del mondo, ossia tutti quei teatri geopolitici brulicanti di vita ed opportunità e che fino a ieri sono stati trascurati, adombrati dal tentativo (fallito) di ri-evangelizzare il Vecchio Continente.

Il pontefice argentino non ha apportato alcuna modifica sostanziale alla tradizione diplomatica e alla visione delle relazioni internazionali del Vaticano, mostrandosi in piena sintonia con i predecessori ed avanzando nel solco della continuità, dall’agenda cinese al dialogo ecumenico con ebrei, musulmani e cristiani ortodossi.

Acquisire una vera dimensione globale nell’epoca del multipolarismo religioso equivale ad aumentare l’esposizione nei teatri di conflitto più spinosi, da qui l’accresciuto interesse della Santa Sede per la questione palestinese, sulla quale Jorge Mario Bergoglio interviene periodicamente per reiterare l’appoggio ad una soluzione bi-nazionale e il sogno di trasformare Gerusalemme in una città a statuto internazionale. Quest’ultimo proposito è stato ribadito durante la visita dello scorso anno a Rabat, dove è stata siglata una dichiarazione congiunta con il re del Marocco, Mohammed VI, che impegna i firmatari a lottare insieme per rendere Gerusalemme un luogo aperto al culto libero delle tre religioni abramitiche.

Vaticano-Israele, un rapporto complicato

La storia dei rapporti bilaterali fra Vaticano ed Israele inizia molto prima del 1993, l’anno della nascita di un canale diplomatico ufficiale e formale per mezzo della firma dell’accordo fondamentale, ed affonda le origini nella storia del movimento sionista e del suo principale esponente: Theodor Herzl (1860 – 1904).

Herzl fu il capo-scuola del sionismo politico tardo-ottocentesco, autore della pietra miliare “Lo stato ebraico“, e dedicò l’intera esistenza al ritorno del suo popolo nella Terra Promessa. Fu colui che riuscì a trasformare il sionismo in una forza politica transnazionale dal potere dirompente, e per questo motivo è citato nella dichiarazione d’indipendenza di Israele in qualità di “padre spirituale dello stato ebraico”.

Molto prima della Dichiarazione Balfour del 1917, il documento che consacrò la trasformazione del Regno Unito nello sponsor principale della causa sionista, Herzl tentò di ricevere l’appoggio della Chiesa cattolica. L’influente lobbista ottenne un’udienza privata con Pio X, il 26 gennaio 1904, spiegandogli il proprio piano nei dettagli e le ragioni impellenti dietro la necessità di “creare un focolare ebraico in Palestina” (ossia i pogrom dilaganti nell’Europa centro-orientale) ma la risposta fu un “Non possumus” categorico, motivato da ragioni teologiche. Fu a partire da quell’incontro, comunque molto cordiale, che iniziò a maturare la peculiare visione vaticana per Israele basata sul “non ostacolare e non supportare” e sull’idea che Gerusalemme dovesse diventare una città internazionale, possibilmente sotto influenza cattolica.

L’eventuale fondazione di Israele nel 1948 non ha mutato quella visione, che il 15 aprile 1949 è stata trasposta su carta dall’allora pontefice regnante Pio XII nell’enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus. L’enciclica chiede che su Gerusalemme “sia stabilito un regime internazionale […] a tutela dei sacri monumenti” e la sua validità è stata sanzionata da ogni successore: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.

Il dialogo con gli esecutivi israeliani è stato, quindi, caratterizzato da una problema di fondo sin dal principio e il posizionamento della Santa Sede nel corso della guerra fredda – che ha sempre guardato anche verso il filo-arabismo – ha peggiorato ulteriormente la situazione. Nel 1974 scoppiò l’incidente diplomatico, pur in assenza di rapporti ufficiali, quando l’arcivescovo cattolico Hilarion Capucci fu sorpreso dalle autorità israeliane ad introdurre un carico di armi in Cisgiordania per conto dell’Esercito di Liberazione della Palestina, l’ala militare del più celebre OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Capucci era un personaggio-chiave all’interno dell’insorgenza palestinese, come palesato dal fatto che il suo rilascio fu chiesto dai dirottatori dell’Air France Flight 139, e fu condannato a 12 anni da una corte marziale. Nonostante la natura controversa del personaggio, l’allora pontefice Paolo VI attivò la diplomazia segreta per chiederne il rilascio in cambio della promessa perentoria che gli sarebbe stato impedito di mettere piede in Israele ad perpetuum. Fu liberato quattro anni dopo, nel 1978, ma Capucci continuò a guidare il fronte cristiano del movimento filo-palestinese e rendendosi protagonista di nuovi scandali.

Fu Giovanni Paolo II a guidare la normalizzazione dei rapporti bilaterali, diventando il primo papa ad entrare nella sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986. Sette anni più tardi, il Vaticano avrebbe promosso la firma dell’accordo fondamentale, inaugurante i rapporti diplomatici in via ufficiale con lo scambio degli ambasciatori. Ciò nonostante, le relazioni continuano ad essere caratterizzate dalla freddezza per via dello sbilanciamento di ogni successore al trono di Pietro in favore della causa palestinese. Anche in questo caso, Jorge Mario Bergoglio non ha apportato alcuna modifica rispetto ai predecessori, riconoscendo la Palestina come uno “Stato sovranonel 2015 e reiterando periodicamente il proprio supporto ad una soluzione bi-nazionale.

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