La scelta è tra passato e futuro, tra probabile morte e possibile ringiovanimento e tra conosciuto e ignoto, nella consapevolezza che chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non sa quello che trova. La scelta riguarda la Chiesa cattolica, impero dei due millenni votato all’eternità e con lo sguardo fisso su un orizzonte temporale incomprensibile all’Uomo, perché escatologicamente orientato alla fine dei tempi, e ha a che fare con quella che papa Francesco ha ribattezzato la “terza guerra mondiale a pezzi”, ovverosia lo scontro egemonico tra Occidente e Oriente che ha riportato il pianeta ai tempi della Guerra fredda.

Dal Venezuela alla Siria, passando per Ucraina e Mediterraneo, non v’è teatro, e neanche continente, che non stia venendo toccato dalle manovre di Stati Uniti, Russia, Cina e dei loro alleati, partner e satelliti. Perché oggi, come nel 1960, nessun luogo è realmente sicuro e la pura neutralità è un miraggio. I grandi stanno chiedendo a medi e piccoli di prendere posizione, allinearsi e combattere, che si tratti di introdurre sanzioni ai danni di un’economia nazionale o che si tratti di telefonia mobile, e per il Vaticano, alla luce dell’aggravamento della terza guerra mondiale a pezzi, prossimamente potrebbe arrivare il momento della prova del fuoco: Occidente oppure Oriente.

Tra Occidente e Oriente

Guidata dal dinamico e carismatico duo Bergoglio-Parolin, la Chiesa cattolica sta venendo traghettata dall’anziano e poststorico Occidente, culla della civilitas christiana divenuta sede della postcristianità, alle cosiddette periferie del mondo, corrispondenti a tutti quei teatri tormentati da guerre eterne e vittime dei giochi di potere delle grandi potenze.

La Chiesa, ne sono convinti il papa argentino e il suo stratega vicentino, potrà superare (quasi) indenne il 21esimo secolo soltanto fuggendo dall’Occidente e attecchendo in tutti quei territori che, privi di speranza e assetati di fede, rappresentano dei serbatoi unici in termini di potenziale evangelizzazione. Queste lande, brulicanti di vita e in piena germogliazione, sono spalmate dall’Africa subsahariana all’Oceania, traversano l’indosfera, toccano lo spazio postsovietico e giungono sino alle porte della Città Proibita.

E perché la Santa Sede sia interessata a far uscire i propri chierici dalle loro zone di conforto, incoraggiandoli ad addentrarsi e a portare la croce in terre marchiate dai terrifici hic sunt leones e finit hic Deus, come l’Iraq recentemente visitato da papa Francesco – o la Cinaal centro dell’agenda estera pontificia –, è piuttosto chiaro: il mondo di domani sarà multipolare – non è una questione di se, ma di quando –, e i posti a sedere vanno riservati oggi, età della terza guerra a mondiale a pezzi, pena l’esclusione dallo spettacolo.

Francesco tra Biden e Xi

La Chiesa cattolica, catéchon immortale e messianica potenza di cielo troneggiante su fugaci e mortali talassocrazie e tellurocrazie, sembra aver scelto quale strada prendere al bivio del 21esimo secolo: Oriente. Perché, mentre l’Occidente rappresenta un crescentemente bellicoso unipolarismo ed il capolinea della Cristianità, tramontante dal Portogallo alla Germania, l’Oriente, per quanto non meno inimico, viene ritenuto una meta potenzialmente salvifica in ragione dei numeri relativi alla crescita esponenziale di nuovi battezzati e sacerdoti – l’Asia, oramai, è casa dell’11% della popolazione cattolica mondiale.

Multipolarismo è sopravvivenza demografica, dunque, ma anche (geo)politica; perciò la Chiesa cattolica ha siglato un patto di ferro con la Russia – sigillato dalla dichiarazione di L’Avana e oggetto di periodiche smaltature, come mostrano i frequenti scambi tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca –, sta de-europeizzando progressivamente i vertici della propria piramide – in maniera da renderla idonea ad operare nel mondo che verrà –, sta portando avanti il sogno wojtyliano di una santa alleanza tra le religioni abramitiche – da qui il dialogo con Marocco, Emirati Arabi Uniti e grande imam di al-Azhar – e, ultimo ma non meno importante, sta cercando di aprire una breccia nella diffidente-ma-fondamentale Cina – un’incredibile fonte di potenziali fedeli, oltre un miliardo, corteggiata attraverso l’accordo sulla nomina dei vescovi e il silenzio su questione uigura e Hong Kong.

La vicinanza tra Vaticano e Cina, che, comunque, ha prodotto degli effetti limitati – accordo sui vescovi e non interferenza negli affari interni non hanno eliminato né allentato la morsa soffocante del Partito Comunista Cinese (PCC) sulla Chiesa cattolica, ma, al tempo stesso, hanno collaborato attivamente ed ampiamente durante la pandemia –, era stata apertamente criticata dall’amministrazione Trump ed è altamente probabile che rappresenterà un motivo di interesse anche per la presidenza Biden, che, proprio sul fronte asiatico, sta premendo l’acceleratore.

Dopo aver avanzato una proposta di “pace fredda” alla Russia con il vertice di Ginevra, non è da escludere che il duo Biden-Blinken possa tentare di corteggiare anche il Vaticano – proponendo un formato di cooperazione congiunta su temi di comune interesse e, magari, rispolverando la vecchia carta del freno temporaneo all’avanzata protestante in America Latina, tema sul quale i Dem avevano mostrato sensibilità già durante l’epoca Obama –, ed è all’interno di questo contesto che potrebbe essere inquadrato il crescendo di indiscrezioni concernenti una possibile bilaterale tra l’inquilino della Casa Bianca e il vescovo di Roma.

Dem e Chiesa cattolica hanno un profittevole trascorso di collaborazione, sebbene relativamente recente, come dimostrato dai vari traguardi tagliati (insieme) durante l’era Obama – l’accordo sul nucleare iraniano, l’accordo di pace tra Colombia e Farc e la normalizzazione con Cuba –, perciò Biden ha maggiori possibilità di riuscire laddove non ha avuto successo Donald Trump: persuadere papa Francesco a ridurre l’appoggio all’agenda estera della Cina – fondamentale, ad esempio, il ruolo da lui giocato nel convincere il governo Conte a siglare il memorandum d’intesa sull’adesione italiana alla Nuova via della seta o, quantomeno, a fare da intercessore (imparziale) presso di essa per aumentare le probabilità di de-escalare il confronto sino-americano.

Altre mosse caldeggiate da Washington e dalla lobby atlantista presso il Vaticano, come una possibile alleanza tra le chiese sotterranee cattoliche e protestanti in chiave anticomunista e/o lo stabilimento di un sodalizio allargato con uiguri, hongkongesi e tibetani, sarebbero, sì, attuabili, ma estremamente rischiose alla luce del sistema di controllo orwelliano del PCC sulla società.

Nell’attesa di comprendere in che modo il papato deciderà di muoversi nel teatro orientale, ovvero se proseguendo lungo la via della collaborazione a oltranza o se rimodulando parzialmente la propria agenda per venire incontro alle esigenze dell’Occidente, la certezza regna sovrana su due punti:

  • Agli Stati Uniti va riconosciuto il merito di aver aperto un dibattito all’interno della Chiesa cattolica circa la produttività limitata dell’Ostpolitik in salsa gialla inaugurata dall’attuale pontificato;
  • Alla base dell’ostinazione del duo Bergoglio-Parolin giace una visione di lunghissimo termine: si stima che il cristianesimo possa diventare la prima religione dell’impero celeste entro il prossimo decennio – crescendo ad un ritmo annuo del 7% –, perciò i più ottimisti credono e sperano in una caduta del comunismo generata da pressioni dal basso. Ma l’obiettivo del Vaticano, più che un cambio di regime morbido, potrebbe essere un altro (molto più pragmatico): costruire una sfera d’influenza in Cina e sfruttare la rendita di posizione derivante dai numeri per avere una leva da impiegare nei confronti del governo, che, così, verrebbe coartato ad accettare determinate politiche dettate da fuori.

In sintesi, nel cercare di convincere il Vaticano ad allinearsi maggiormente a ponente e ad abbandonare il supporto alla causa multipolare, l’amministrazione Biden dovrà avere consapevolezza di una cosa: agli eredi di Pietro poco importa che l’Ostpolitik ancora fatichi a produrre risultati, perché il loro focus non è fissato sull’oggi, ma sul domani, e perché nella terra del Dragone non è in gioco soltanto il futuro dell’Aquila, ma anche quello della Croce.

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