La geopolitica della corsa allo spazio
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La sfida sulle sanzioni dell’Europa nei confronti della Russia appare molto più rivolta all’interno che all’esterno. L’avversario di questa partita non sembra essere solo Mosca, su cui convergono tutte le condanne in sede Ue, ma gli interessi dei singoli Paesi membri. Stati che non da anni, ma da decenni, attuano ognuno una politica differente verso il gigante eurasiatico, e che ora si trovano a confrontarsi su come evitare che il peso delle sanzioni gravi completamente sui propri sistemi economici sommergendo politiche estere definite.

La questione è molto complessa. Le stesse “grandi potenze” interne all’Ue – Francia, Germania, Italia – hanno dimostrato di avere delle linee diverse. Lo ha chiarito lo stesso premier italiano Mario Draghi che, secondo le indiscrezioni del Corriere della Sera, avrebbe chiesto al cancelliere tedesco Olaf Scholz di spiegare le perplessità di Berlino sull’embargo al petrolio. La Germania, come altri Paesi dell’Ue, è riuscita a strappare una deroga allo stop all’oro nero di Mosca in attesa di poter essere completamente autonoma rispetto all’oleodotto Druzhba. Ma mentre per alcuni Paesi senza sbocco sul mare quella “pipeline” è effettivamente l’unica via di una certa rilevanza per ottenere petrolio, diverso è il caso tedesco, dove a pesare sulla trattativa sono in particolare due esigenze. La prima, confermare l’approvvigionamento energetico per tutto l’anno in attesa di una completa diversificazione delle fonti. La seconda, dover gestire un delicato equilibrio geopolitico tra una proiezione verso l’Occidente e segmenti molto forti che guardano da sempre verso la Russia con un occhio di riguardo. Segmenti che ereditano il concetto di “Ostpolitik” caro in particolare ai socialdemocratici e che oggi si vedono messi all’angolo da una forte spinta atlantica successiva alla guerra in Ucraina.

Quella delle sanzioni è diventata pertanto una delicata partita a scacchi tra interessi diversi e che devono trovare una linea comune per evitare l’ennesimo sfaldamento di fronte a una crisi che investe l’Unione europea. Draghi ha puntato le sue carte sul tetto al prezzo del gas importato, il cosiddetto “price cap”. L’apertura da parte dell’Europa c’è stata, pur se informale, ed è una prima vittoria politica. Un primo segnale di convergenza, che però evidenzia il ritorno della divisione tra “falchi” del rigore e leader che invece aprono a un maggiore intervento sul piano economico. Una divergenza di interessi che si sovrappone a quella geostrategica sull’adesione totale o parziale alle logiche atlantiche che caratterizza questa fase dell’Europa. Le divisioni interne riemergono dunque con tutta la loro forza e rivelano non soltanto l’eterogeneità degli interessi dei Paesi membri, ma anche i pericoli di un processo politico, quello delle sanzioni, che sembra tutt’altro che scontato.

Dal punto di vista europeo e atlantico, infatti, il sistema del Vecchio Continente appare in questo momento granitico nella condanna alla Russia e nel sostegno diplomatico all’Ucraina. Ma una volta superato il primo livello di “unione”, le fratture appaiono difficili da colmare. E non è un caso che le trattative sul sesto pacchetto di sanzioni nei confronti di Mosca si siano rivelate fondamentalmente divisive, con Paesi che subiscono in prima battuta l’embargo al petrolio e altri che invece ricevono deroghe più o meno ampie a seconda della loro rilevanza e di quanto riescono a mettere sul tavolo dei negoziati. La Polonia, alfiere dei falchi antirussi, ha già avuto una deroga identica a quella tedesca. Altri Paesi dell’Europa centrale e dei Balcani orientali ulteriori concessioni. Lo stop al petrolio via mare colpisce alcuni settori economici in particolare del fronte meridionale dell’Ue, come dimostrato dalle pressioni della lobby degli armatori ellenici. E ora Bruxelles e Washington devono riuscire a mediare per evitare che le divisioni interne aumentino al punto da paralizzare qualsiasi processo decisionale nei confronti di Mosca che, nel frattempo, in cassa altri mesi di accordi.

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