È una situazione delicata quella che stanno vivendo negli Stati Uniti, alle prese con una “guerra civile a bassa intensità” come definita dagli ambienti di sinistra (e dall’economista americano Alan Friedman) oppure, come vista invece dagli ambienti trumpiani, come una rivolta contro l’ordine dello Stato. Tuttavia, l’estrema delicatezza dei mesi di proteste e manifestazioni non hanno reso l’ambiente americano – così come gli organi di stampa – imparziale ed oggettivo, ma ha polarizzato la visione degli accadimenti in modo ben superiore rispetto al passato. E soprattutto, la narrativa del presente ha definito il movimento del Black Lives Matter come l’eroe incompreso del mondo americano, dando a tutti gli altri invece il ruolo degli antagonisti.

Una narrativa pericolosa che ha provocato già diverse vittime, uccise di fatto due volte: la prima dagli attivisti neri e la seconda volta dagli organi di stampa. Sì, perché se a perire durante gli scontri è un uomo di colore la sua figura è destinata a diventare quella di un martire; mentre se a morire è un uomo bianco che manifestava in favore del coraggio delle forze dell’ordine, allora, era un suprematista e un estremista. Anche se, come nel caso di Joey Gibson, le stesse persone avevano negli anni preso le distanze nel modo più assoluto dall’utilizzo della forza – elemento, invece, più di rado riscontrabile nei partecipanti al BLM e negli stessi “eroi” per i quali hanno avuto inizio le proteste, come nel caso di George Floyd.

Quando la vittima diventa carnefice

Attenzione: che nel mondo americano siano presenti ancora ai giorni nostri ampi divari sociali che sono stati provocati da cattive gestioni interne del sistema americano . sia da parte repubblicana che da parte democratica – è fuori discussione. In caso diverso, infatti, non sarebbe possibile che le prime quattro posizioni degli uomini più ricchi del mondo siano detenute da americani mentre una fetta troppo grossa della popolazione nemmeno riesce a garantirsi le cure mediche. Tuttavia, questo scenario risulta essere troppo semplicistico, considerando come anche i cittadini neri americani, ai giorni nostri, hanno raggiunto il successo ed occupano posizioni sociali ben più rilevanti della maggioranza della popolazione bianca (come ha reso evidente la stessa presidenza di Barack Obama).

Con la crescita del movimento del BLM e con il susseguirsi degli scontri che hanno messo a ferro e fuoco le città americane, però, si è andati ben oltre e sono stati messi in pericolo gli stessi pilastri di sicurezza della società americana. Una situazione che sarebbe andata ancora di più fuori controllo, non fosse per il pugno duro utilizzato dal presidente Donald Trump nei confronti delle frange estremiste e violente delle manifestazioni – evidenza, questa, sottolineata nel recupero nella sua approvazione pubblica).

Tuttavia, osteggiando le proteste nere, lo stesso Trump è stato disegnato da una buona parte della stampa americana – ed estera, compresa la nostra italiana – come un estremista, razzista e suprematista bianco. E come lui, tutti quelli che hanno appoggiato le sue decisioni e si sono riversati nelle strade in suo sostegno (e in modo assolutamente meno violento) hanno ricevuto lo stesso marchio. Tutto questo perché, in fondo, se sei bianco parti già dalla parte del torto e se addirittura muori – come accaduto nel caso di Portland – nessuno piangerà “per un fascista”, anche se tale non era.

Le colpe del Partito Democratico (che già stanno pagando)

Nella narrativa democratica della situazione attuale americana, Donald Trump sarebbe colui che ha contribuito maggiormente al nascere ed al crescere delle criticità e questa posizione è stata supportata persino dallo stesso candidato alle presidenziali Joe Biden. Perché se non ci fosse stato Trump alla presidenza, George Floyd non sarebbe morto, i cancelli della Casa bianca sarebbero stati aperti con tanto di tavola imbandita per i manifestanti, oppure tutto si sarebbe risolto con una semplice pacca sulla spalla?

È una chiave di lettura povera nelle basi, ma che è stata portata avanti quasi incessantemente dagli ambienti vicini al mondo democratico come attacco diretto nei confronti di Trump in vista delle presidenziali di novembre. Un gioco che nel breve forse ha anche pagato, ma che sul lungo e con i cittadini che iniziano a sentire il pericolo proprio sotto le loro casa ha invertito la propria tendenza. Perché se la situazione è stata tenuta tutto sommato sotto controllo dalla polizia e dalla Guardia Nazionale, in fondo, è stato proprio per merito del presidente; mentre Biden era troppo distratto dal fomentare la platea nera del BLM.

Ancora una volta – e come accaduto già nella campagna elettorale del 2016 – il partito democratico ha incentrato tutta la sua dialettica sull’attacco al proprio avversario, senza presentare nessuna risoluzione dei problemi. Trump, invece, con i suoi modi magari grezzi e magari non condivisibili da tutti, però, è stato sempre in grado di essere propositivo, di lavorare per giungere ad una soluzione e con un carattere consistente, a differenza del proprio avversario. Forse, però, possiede ancora due uniche grandi pecche: essere bianco ed avere a cuore l’ordine della società: elemento, questo, che agli occhi democratici lo rende un suprematista bianco.

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