Bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto per Cina e sopratutto Stati Uniti. Le missione cinese di Antony Blinken, anche per il solo fatto di essere avvenuta senza eccessivi intoppi, è stata presentata come un successo. Un viaggio positivo anche per l’incontro tra il segretario di Stato e il presidente cinese Xi Jinping, confermato solo 45 minuti prima del colloquio. Un vertice lampo (35 minuti) che ha dimostrato come una strada per il disgelo tra le due potenze sia possibile. Ma non molto altro è stato deciso. Le indiscrezioni che hanno iniziato a circolare dopo i vari incontri di Blinken dimostrano come la strada per relazioni sane lungo l’asse Pechino-Washington sia complicata e questo perché i cinesi spingono per mantenere il dialogo distinto in almeno tre binari destini: uno più politico, uno militare e uno economico.

Il dialogo politico

Il binario “politico” è quello più visibile, fatto dai comunicati ufficiali e gesti simbolici. Blinken è riuscito a volare a Pechino dopo lo stop di febbraio dovuto al pallone spia individuato sui cieli americani, allo stesso tempo ha incontrato il suo omologo cinese Qin Gang e il capo della diplomazia del partito comunista cinese Wang Yi, ma soprattutto è riuscito a vedere Xi. Il presidente cinese ha parlato di discussioni “sincere e approfondite”, e che in generale i due Paesi hanno “raggiunto un accordo su questioni specifiche”. Quali questioni? Non è dato sapere. L’idea che ne emerge è che il canale di dialogo è stato riaperto, ma tutto è ancora avvolto nella nebbia.

Per gli americani il viaggio è stato “costruttivo” e “sostanziale”, e sia Pechino che Washington hanno mostrato come la visita non fosse altro che un buon punto di partenza per ridare vita a relazioni diplomatiche ormai logore. Lo stesso Blinken prima della partenza dalla Cina ha sottolineato in un’intervista alla Nbcnews che una singola visita non cambia tutto, ma che è comunque un “buon inizio”. Non solo. Lo stesso capo della diplomazia americana è tornato anche sulla vicenda del presunto pallone spia cinese che ha sorvolato gli Stati Uniti prima di essere abbattuto, un episodio “che dovrebbe essere un capitolo chiuso”. La linea è quella della Casa Bianca, che ha sempre spinto per un’azione di falchi interni agli apparati cinesi e che lo stesso Xi non fosse informato, o che comunque la leadership del partito comunista non fosse da considerarsi responsabile. Un altro segno di buona volonta da parte americana ai cinesi.

Il prossimo step sarà il viaggio di Qin Gang negli Stati Uniti, tappa importante per gettare le basi di un futuro incontro tra Joe Biden e Xi Jinping. In mezzo una strada fatta di ostacoli, nota il New York Times. E infatti i retroscena che emergono mostrano un’unica certezza: Cina e Usa vogliono dialogare, ma sul come e sul cosa ancora non trovano un’intesa.

Yang Tao, responsabile per il Nord America del ministero degli Esteri cinese, ha spiegato come ci siano almeno 5 ambiti di frizione secondo Pechino, ambiti su cui gli Usa dovrebbero riflettere:

  1. Le relazioni tra i due Paesi sono al punto più basso dal 1979 per colpa di scelte sbagliate da parte degli Usa
  2. Sono gli Usa a dover evitare di creare situazioni che sfocino in incidenti
  3. Lasciare che la diplomazia passi solo da Biden e Xi e non dalle pressioni dei falchi anti cinesi in volo su Washington
  4. Non premere sulla Cina perché si democratizzi
  5. Smettere di interferire sul dossier Taiwan

Questi punti fermi della Cina se da un lato aprono al dialogo, dall’altro segnano come sia ancora molto difficile per gli Usa aprire un canale in ambito militare. Il vero fallimento della missione Blinken. Come ha rilevato Politico il segretario di Stato ha infatti cercato di toccare il tasto ma su quel fronte la Cina si è dimostrata inamovibile.

Il ministro degli Esteri cinese Qin Gang e il segretario di Stato Usa Antony Blinken (
Foto: EPA/XINHUA / Zhai Jianlan

Il dialogo militare

Il filo rosso che lega gli apparati militari dei due Paesi, in passato già utilizzato e particolarmente utile in quanto diretto e immediato, è ancora da riannodare. Dallo scorso agosto, come dichiarato dalla Casa Bianca a febbraio, nel bel mezzo della crisi dei presunti palloni spia cinesi, le relazioni tra le forze armate dei due Paesi sono sospese. E lo sono da quando Pechino ha deciso di tagliare diversi canali di comunicazione tra militari e altre aree di dialogo bilaterale, in seguito e a causa della visita a Taiwan dell’allora presidente della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi. Ebbene, oggi il canale militare tra Usa e Cina è congelato in attesa di tempi migliori.

La situazione è piuttosto grave, visto che le comunicazioni tra gli alti funzionari della Difesa sono determinanti quando si tratta di chiarirsi in caso di incidenti militari o altre vicissitudini simili. Un esempio? L’8 gennaio del 2021, tre giorni dopo un incidente sfiorato al largo delle coste di Hong Kong, il generale Mark Milley, capo del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, ha fatto un’insolita telefonata al suo omologo cinese, Li Zuocheng, per rassicurarlo sul fatto che l’allora presidente Donald Trump non intendesse attaccare la Cina nella concitata fase finale della sua presidenza.

Senza un canale militare del genere aperto, telefonate e chiarimenti simili sono pressoché impossibili. La riprova arriva dal recente mancato incontro tra il ministro della Difesa cinese, Li Shangfu, e il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin. Questo binario resta congelato perché Pechino sa di essere in una posizione di forza. Da un lato non può fare concessioni finche il misnitro Li sarà ancora sotto sanzioni, dall’altro non intende cedere sul dossier Taiwan considerato come militare per l’appoggio che gli Usa hanno promesso in caso di attacco cinese contro la penisola ribelle.



Il peso dell’economia

Mentre le comunicazioni militari sono congelate e quelle politiche iniziano a mostrare timidi segnali di ripresa soltanto adesso, le relazioni economiche tra la Cina e gli Stati Uniti – o meglio, con i grandi capitani di ventura degli Usa – vanno a gonfie vele. Nonostante la Casa Bianca abbia cercato in tutti i modi di sganciarsi economicamente da Pechino, con dazi e provvedimenti protezionisti, i Ceo delle più importanti aziende tecnologiche e finanziarie di Washington continuano a puntare su Pechino. Proprio Pechino, tra l’altro, negli ultimi mesi si è trasformata in una meta gettonata tra i grandi capi dei top brand statunitensi (e non solo).

Business e affari

Xi Jinping ha recentemente incontrato Bill Gates, l’ex fondatore di Microsoft, volato oltre la Muraglia nel ruolo di co-presidente della Bill and Melinda Gates Foundation per sostenere l’impegno della Cina nella ricerca medica e discutere di tematiche globali, come la lotta contro il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente.

Prima di Gates, sono atterrati in Cina, per parlare di affari più espliciti, il patron di Space X e Tesla, Elon Musk, fresco di una gigafactory per le sue auto elettriche inaugurata a Shanghai, e Tim Cook, alla guida di Apple, la stessa azienda che considera la Repubblica Popolare un partner strategico, tanto per il suo enorme mercato interno che per il contributo nella produzione dei dispositivi. Ma anche Pat Gelsinger di Intel, Mary Barra di General Motors, Stephen Schwarzman di Blackstone e David Solomon di Jp Morgan hanno fatto un viaggio in Cina.

Un futuro incerto

Certo, tutti questi personaggi sono rimasti cauti nel condividere informazioni sulle loro trasferte in Cina per via delle suddette tensioni politiche e commerciali tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico. Dall’altro lato, invece, Xi è ben felice di accogliere i Ceo statunitensi, gli stessi che formano la colonna vertebrale dell’economia Usa.

Il messaggio di Pechino è chiarissimo: la diplomazia economica sino-americana procede a gonfie vele. La sensazione, però, è che non possa bastare la sola economia per rilanciare i rapporti tra le due super potenze globali. Se entrambe vorranno ristabilire una relazione quanto meno cordiale e a prova di escalation, dovranno almeno scongelare la diplomazia militare e raffreddare quella politica.