Non c’è dubbio, il grande vincitore dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che hanno celebrato a New York il loro ottantesimo compleanno, è Ahmad Al-Sharaa, meglio noto con il nom de guerre di Abu Mohammad al-Jolani, l’ex jihadista dalle mille vite divenuto capo di Stato e presidente (ad interim formalmente; da padrone del Paese, di fatto) della Siria post-Bashar al-Assad.
Il leader siriano meno di un anno fa, a novembre 2024, era etichettato come terrorista dalla comunità internazionale assieme al suo gruppo Hayat Tahrir al-Sham e governava l’emirato di Idlib. Dopo l’offensiva contro il regime, la fuga di Assad e la conquista del potere ora al-Jolani /al-Sharaa all’Onu ha ottenuto una legittimazione piena: la cerchia diplomatica non è più ridotta allo storico patron turco, Recep Tayyip Erdogan, al Qatar e alle monarchie del Golfo.
Al-Sharaa/al-Jolani all’Onu, un tour di successo
A New York al-Sharaa ha rivisto Emmanuel Macron che l’aveva già invitato a Parigi, ha incontrato Giorgia Meloni, ha subito la benedizione degli apparati strategici e finanziari americani interessati alla ricostruzione della Siria, incontrando al Concordia Summit David Petraeus, ex capo della Cia e ora partner del fondo Kkr, ha stretto la mano al capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky, in guerra con quella Russia che sosteneva Assad, e last but not least ha concesso un’intervista all’importante Middle East Institute, al termine della quale ha avuto il suo secondo incontro col capo di Stato americano Donald Trump.
L’uomo dai mille volti e dalle tante identità, l’ex membro di Al-Qaeda non più ricercato come jihadista, il guerrigliero che si è rifilato la barba, messo la giacca e la cravatta tanto da apparire artificioso e artefatto in una costruita eleganza, si è trovato di fronte a una prova politica importante e l’ha obiettivamente superata. Serviva dimostrare che il progetto politico dell’ex Hts avrebbe ottenuto consensi fuori dal mondo arabo e mediorientale; serviva prevenire la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, principale rivale di al-Sharaa, e costruire nessi diplomatici.
Obiettivi raggiunti. Così come è stato raggiunto un altro obiettivo: ottenere una linea di credito per veder sostenuto il progetto di rilancio della Siria. In particolar modo, il capo di Stato siriano ha saputo separare la sua figura e quella del suo governo dal caos che continua a consumare le regioni periferiche di un Paese che dopo la caduta di Assad non ha visto finire la guerra civile e in cui le regioni costiere sono state contraddistinte dalle atrocità contro la comunità alauita e la provincia di Suwayda, abitata principalmente da drusi, è stata teatro di ulteriori violenti scontri. Insomma, di fronte all’Onu il capo di Stato siriano è stato a tutti gli effetti il presidente al-Sharaa: rivendicazione del nuovo corso della Siria, inviti alla pacificazione nazionale, disconoscimento dell’era Assad, richiamo alla resistenza del popolo siriano.
La Siria post-Assad
Al-Sharaa parla anche in relazione alla sua base di riferimento. “C’è stato un filo rosso in tutto il discorso, sottilmente ma chiaramente islamico, quasi palingenetico: la rivoluzione siriana contro Assad è rappresentata come una battaglia tra il male e il bene, tra la menzogna e la verità che non ha altro difensore se non Dio”, ha scritto su X l’analista di Ispi Francesco Petronella
Demonizzando e rifiutando il passato al-Sharaa, dunque, ottiene garanzie per il futuro senza aver cancellato il dubbio che, in fin dei conti, il militare e ex leader jihadista (da qualcuno riciclato come “rivoluzionario“) sul fronte interno possa continuare a essere al-Jolani, il settario e divisivo ex membro di al-Qaeda giunto da trionfatore nella città dove l’organizzazione fondata da Osama bin Laden colpì l’11 settembre di 24 anni fa i grattacieli del World Trade Center.
Su alcuni versanti, non si tratta di una novità: molti leader autoritari del Medio Oriente hanno conquistato l’Occidente o sono stati acclamati come figure di spicco all’inizio delle loro carriere. Anche Assad, nei primi anni di governo, fu un solido partner degli occidentali. La vera svolta è il fatto che per la prima volta questo ruolo viene assegnato a un ex terrorista ricercato, a un mai pentito ex jihadista, un uomo che fino a poco tempo fa era acclamato come “Emiro” di un gruppo islamista radicale, arrivato dalla polvere agli altari in pochi mesi.
Al-Jolani e Machiavelli
Questo dimostra, e gli va riconosciuta, la straordinaria intelligenza di al-Sharaa, che applica alla perfezione il motto di Niccolò Machiavelli, secondo cui il “principe” ideale deve saper essere, al contempo, “volpe e leone”, uomo di astuzia e forza. Lo Stato siriano sta venendo ricostruito con strutture nuove, come una repubblica edificata dalle fondamenta, con una metodicità che sembra far presagire a un’applicazione cogente delle teorie economiche dei grandi studiosi del legame tra crescita delle istituzioni e prosperità, come il Nobel per l’Economia Daron Acemoglu.
Dietro al-Sharaa/al-Jolani, si staglia l’ombra di Erdogan e della proiezione turca, in una partita a scacchi con Israele in cui però Damasco non vuole essere terreno di scontro ibrido. Tutti questi elementi contribuiscono a determinare, certamente, il fatto che puntare oggi sulla nuova Siria a scatola chiusa rischia di essere un grande bluff: quanto il suo leader sarà al-Sharaa e quanto al-Jolani è difficile dirlo. E quanti valori i governi occidentali siano pronti a disconoscere e ridimensionare in nome della stabilità e della tutela della sicurezza geopolitica del Levante, senza certezza di ritorni precisi, è tutto da definire.
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