La ciliegina sulla torta della politica estera di Donald Trump è rappresentata dall’accordo raggiunto da Israele ed Emirati Arabi Uniti. La fumata bianca, raggiunta lo scorso 13 agosto e mediata dagli Stati Uniti, non solo ha portato alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. La sensazione, infatti, è che altre nazioni arabe possano presto seguire l’esempio emiratino.

Il piano d’azione tocca vari ambiti: dai legami commerciali a quelli turistici, passando per la sicurezza, tecnologia, energia, sanità e tanto altro ancora. Israele ha accettato di sospendere l’applicazione della sovranità sulle zone della Cisgiordania, proprio come previsto dal piano di pace presentato dall’amministrazione Trump lo scorso gennaio, e rinunciato all’annessione della West Bank. Allo stesso tempo Tel Aviv ha concesso ai musulmani la possibilità di un maggiore accesso ai luoghi sacri della moschea di al-Aqsa, situata nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Questi sono i fatti nudi e crudi. Scavando in profondità notiamo come la “storica svolta diplomatica” non si limiterà soltanto a “promuovere la pace nella regione del Medio Oriente“, come recita la dichiarazione congiunta firmata dal principe Mohammed bin Zayed, Donald Trump e Benjamin Netanyahu. A ben vedere il sostegno arabo-israeliano potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come un vero e proprio jolly in chiave anti cinese. Cerchiamo di capire in che modo e per quale motivo.

Il triangolo strategico

Di primo acchito sembrerebbe che l’alleanza tra Israele ed Emirati Arabi Uniti sia stata foraggiata dagli Stati Uniti per lanciare un chiaro messaggio a Iran e Turchia e limitare le loro ambizioni. Alcuni analisti hanno tuttavia acceso i riflettori sul possibile obiettivo nascosto di Washington: mettere i bastoni tra le ruote della Cina. E non in una zona casuale. Bensì in un’area attraversata dalle rotte di approvvigionamento vitali per l’economia cinese e centrali all’interno della strategia della Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping.

Detto altrimenti, Washington ha fatto di tutto per creare un triangolo di ferro da opporre all’avanzata cinese nella regione. Se le relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati e Stati Uniti saranno più forti – è la teoria di alcuni analisti – lo spazio di manovra del Dragone sarà ridotto al lumicino. Scendendo ancor più nel dettaglio, il “blocco americano” andrebbe a contrastare pesantemente i progetti della Belt and Road Initiative in Medio Oriente, Corno d’Africa e Mediterraneo orientale.

Ma il triangolo di ferro contrasterà in prima battuta, e in modo diretto, l’Iran, affiatato partner dell’ex Impero di Mezzo e minaccia alla navigazione per quanto riguarda lo Stretto di Hormutz e lo Stretto di Bab El-Mandeb, due strozzature posizionate in mezzo al percorso marittimo che si estende dall’Oceano Indiano al Canale di Suez.

Una mossa per contrastare Pechino

Giocare di sponda con Israele ed Emirati Arabi Uniti per limitare l’influenza cinese in Medio Oriente e dintorni: potrebbe quindi essere questa la vera strategia americana che si nasconde dietro all’alleanza arabo-israeliana. Samuel Ramani, un commentatore di Medio Oriente, nonché ricercatore e Dphil Candidate presso l’Università di Oxford ha dichiarato al South China Morning Post che l’accordo citato e “parzialmente finalizzato a formalizzare la cooperazione sulla sicurezza marittima e sulla lotta alle minacce alle rotte di approvvigionamento vitali”. “È troppo presto per vedere come andrà a finire, ma già a Pechino ci sono preoccupazioni su cosa questo significhi per la Belt and Road Initiative”, ha aggiunto lo studioso.

In ogni caso, oltre al trasporto marittimo, alcuni analisti sostengono che la Cina possa temere eventuali trappole nascoste nell’accordo tra Usa-Israele ed Emirati Arabi Uniti. Appare improbabile che Washington abbia chiesto misure anti cinesi a Tel Aviv e Abu Dhabi, anche se il governo statunitense ha aumentato la pressione sugli alleati mediorientali al fine di farli schierare da una parte o dall’altra nella nuova Guerra Fredda sino-americana.

Ricordiamo che la Cina è uno dei principali partner commerciali sia di Israele che degli Emirati Arabi Uniti. I porti di quest’ultimo Paese trasbordano quasi il 60% di tutto il commercio marittimo cinese diretto a ovest. Come se non bastasse gli Emirati rappresentano il 28% del commercio non petrolifero della Cina con il Medio Oriente nonché la principale fonte di petrolio per il più grande importatore al mondo. Un discorso simile può essere fatto per Israele. Tel Aviv ha quadruplicato le proprie esportazioni in Cina nel periodo compreso tra il 2009 e il 2018, toccando i 4,79 miliardi di dollari (dati della Banca mondiale). Le importazioni sono raddoppiate arrivando a 10,46 miliardi nel 2018, trasformando Pechino nel secondo partner commerciale del Paese alle spalle degli Stati Uniti. Dulcis in fundo, l’ultima minaccia cinese ai danni degli Stati Uniti arriva da un fatto non certo secondario: Pechino è a un passo dal collegare la propria rete di strutture militari e commerciali posizionate nell’Oceano Indiano con quella dispiegata sulle coste del Mediterraneo orientale. Gli Stati Uniti faranno di tutto per evitare che ciò possa avvenire

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