Gli Stati Uniti sono pronti ad autorizzare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia in risposta alla morte del leader dell’opposizione Alexei Navalny, e in concomitanza con il secondo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. Joe Biden, parlando con i giornalisti prima di partire per un viaggio in California, non è sceso nei dettagli, pur lasciando intendere che Washington è intenzionata in qualche modo a punire Vladimir Putin per quanto accaduto al noto dissidente.
C’è però un punto fondamentale sul quale soffermarsi. La prossima, imminente mossa degli Usa potrebbe avere un effetto collaterale: quello di colpire l’India di Narendra Modi. Partner strategica dell’amministrazione Biden – o supposta tale – nella missione della Casa Bianca di contenere la Cina in Asia, ma anche partner commerciale della Russia con la quale Nuova Delhi ha continuato a fare affari incurante del conflitto ucraino e delle pressioni occidentali volte a isolare Mosca (molto meno isolata di quanto non si possa pensare).
In generale, se i due giganti asiatici, i ricchi Paesi del Medio Oriente e le nazioni di America Latina e Africa proseguono a coltivare relazioni commerciali con il Cremlino, le sanzioni occidentali sulle esportazioni di petrolio e gas russi rischiano di avere una portata limitata. L’Unione europea, intanto, è pronta ad imporre il 13esimo pacchetto di sanzioni, indirizzato contro privati e aziende che intrattengono affari con Mosca.
La posizione dell’India
Pare che alcune società indiane possano essere soggette alle sanzioni dell’Ue. E questo proprio per il fatto di avere legami commerciali con Mosca. Ciò nonostante è improbabile che un simile rischio possa cambiare la decisione indiana di importare petrolio dalla Russia.
Un’azione che il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha definito intelligence lo scorso 17 febbraio, durante una tavola rotonda alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. “Questo (le importazioni dalla Russia ndr) è un problema, ma perché dovrebbe essere un problema? Se sono abbastanza intelligente da avere più opzioni, dovresti ammirarmi”, ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva informazioni in merito.
Jaishankar è sempre stato schietto e coerente nello spiegare la posizione dell’India sul tema. A suo avviso i Paesi occidentali, in particolare quelli europei, non dovrebbero avere il diritto morale di chiedere a Nuova Delhi di smettere di fare affari con Mosca, quando loro stessi non hanno sostanzialmente smesso di acquistare petrolio e gas russi. E quando gli acquisti dell’India dal Cremlino hanno contribuito alla stabilizzazione del mercato globale del petrolio.
“Abbiamo effettivamente ammorbidito i mercati del petrolio e del gas attraverso le nostre politiche di acquisto. Di conseguenza, abbiamo effettivamente gestito l’inflazione globale e la gente dovrebbe ringraziarci. Aspetto i ringraziamenti”, ha dichiarato di recente il ministro indiano.
Il triangolo Modi-Biden-Putin e la variabile cinese
L’India ha dunque contribuito, insieme ad altri attori globali, ad attenuare gli effetti delle sanzioni occidentali contro la Russia. L’economia russa sembra essere in costante crescita, mentre le vendite di petrolio e gas del Paese sono ancora elevate nonostante i tentativi di fermarle: ecco perché, almeno per quanto riguarda il dossier ucraino, l’Occidente prova un certo rancore nei confronti di Delhi.
Numeri alla mano, le importazioni petrolifere dell’India dalla Federazione Russa sono cresciute da zero, nel gennaio 2022, prima della guerra, a 1,27 milioni di barili al giorno nel gennaio 2023, secondo le rilevazioni della società di ricerca Vortexa. La Russia, per la cronaca, è stata la maggiore fornitrice di petrolio indiano nel 2023, rappresentandone circa il 30% delle importazioni complessive. Nelle ultime settimane c’è stato un calo, è vero, ma la sensazione è che questo sia collegato a ragioni di mercato più che geopolitiche.
Nel frattempo l’Agenzia internazionale per l’energia prevede che la domanda di petrolio dell’India aumenterà di circa il 20% tra il 2023 e il 2030, raggiungendo i 6,6 milioni di barili al giorno. Se, dunque, gli Stati Uniti dovessero colpire Putin con nuove sanzioni, rischiando indirettamente di danneggiare anche gli interessi di Narendra Modi, allora il premier indiano potrebbe allentare la collaborazione con Biden su un altro dossier spinoso: il contenimento della Cina. Ricordiamo che gli Usa puntano anche sull’India – oltre a Giappone e Corea del Sud – per contenere l’ascesa del Dragone in Asia. Ma che Modi non intende fungere da semplice “scudiero della Casa Bianca”.
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