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Il Trattato del Quirinale diventerà presto realtà? Quanto filtra dai palazzi romani sembra lasciare presagire che le negoziazioni per l’accordo-quadro bilaterale tra Italia e Francia potrà essere presto realtà e che a fare da acceleratore possa esser stato il ruolo giocato da Mario Draghi dopo la sua ascesa a Palazzo Chigi.

Il premier ha giocato più volte di sponda con Emmanuel Macron e la Francia su diverse questioni legate alla difesa della risposta al Covid, agli investimenti strategici, alla rottura definitiva della gabbia del rigore in Europa. Anche Giancarlo Giorgetti da ministro dello Sviluppo Economico ha più volte trovato nell’asse con il collega transalpino Bruno Le Maire e con il Commissario europeo Thierry Breton un terreno di riferimento per risolvere i nodi aperti sulla politica industriale. E a inizio luglio visitando Parigi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha in più occasioni ribadito la disponibilità italiana a una prossima firma di una versione italo-francese del patto siglato da Parigi con Berlino ad Aquisgrana a inizio 2019. In modo tale da inserirsi nel triangolo di vertice dell’Unione l’Italia.

Un accordo discusso

La prospettiva di un accordo di questo genere con Parigi apre orizzonti interessanti, ma anche scenari da monitorare. Accademici di peso come Carlo Pelanda ritengono quella del Trattato del Quirinale una pista problematica, un possibile segnale di ambiguità di fronte agli Stati Uniti, una diversione delle energie. Altri analisti ed esponenti politici invece temono che un legame più stretto con Parigi possa di fatto aprire a nuove incursioni transalpine nell’economia e nei nostri asset strategici.

In questo contesto c’è da dire che i critici di Parigi hanno avuto più occasioni per sottolineare le problematiche del rapporto con la Francia, fattispecie che su Inside Over mai abbiamo lesinato di commentare. “Basti ricordare che la Francia, campione mondiale di sovranismo, proprio mentre si discutevano le bozze di questo trattato di amicizia, mandava a monte la fusione tra Fincantieri e i fallimentari Cantieri francesi dell’Atlantico nel settore delle costruzioni navali”, sottolinea Tino Oldani su Italia Oggi. “E il governo italiano di allora, guidato da Paolo Gentiloni, Pd, favorevole fin dall’inizio al Trattato del Quirinale, i cui preparativi risalgono al 2018? Zitto e mosca”. L’episodio è di importante attualità se pensiamo che di fatto nelle ultime settimane è tramontata definitivamente anche l’ipotesi-quadro di un consorzio tra Fincantieri e il governo francese, ma anche all’espansione del gruppo di Giuseppe Bono nei mercati fino ad oggi egemonizzati da Parigi. Il commento di Oldani e queste vicissitudini ci ricordano, del resto, che tra Italia e Francia c’è un elemento forte e ineludibile di competitività.

Tale competitività è stata spesso sottovalutata dagli esecutivi a guida Pd, che specie per giustificare la fedeltà europeista del Nazareno hanno più volte approcciato in maniera ingenua gli accordi con Parigi. O hanno puntato sull’asse con Macron quando, dall’opposizione al governo Conte I, temevano che tra i gialloverdi e la Francia si scavassero profonde trincee. Ma in questo contesto non va dimenticato il peso esercitato dal cambio di governo.

Un esecutivo in cui la presenza del Pd è annacquata rispetto all’era del Conte-bis concluderà un Trattato del Quirinale pragmatico? Questo è l’obiettivo di Mario Draghi che anche i ministri politici più vicini a lui, Giorgetti in testa, sembrano condividere. Ci si è accorti che competizione e cooperazione vanno di pari passo nel rapporto Italia-Francia. Che bisogna dialogare, fissare linee rosse reciproche, terreni di confronto su cui far convergere le volontà politiche di risolvere problemi comuni; e, soprattutto, che in questi ultimi tre decenni all’azione di Parigi si è lasciata eccessiva briglia sciolta senza prendere di petto la questione.

Del resto, già nel 1993 da ministro dell’Industria del governo Ciampi l’attuale direttore della Consob Paolo Savona prevedeva che, senza una strutturata gestione e un accordo quadro sulla definizione dei rapporti economici con la Francia, il peso maggiore della finanza e della politica transalpina avrebbe portato a un crescente protagonismo di Parigi nel nostro sistema-Paese. L’accademico sardo propose preventivamente di costituire un’alleanza economica con Parigi su basi paritarie a partire da un fronte comune in settori quali la telefonia mobile, come lo stesso Savona riporta nella sua autobiografia Come un incubo e come un sogno, ma il progetto rimase lettera morta. Analogamente si può dire delle complesse manovre francesi per marginalizzare e subordinare l’Italia in occasione della crisi libica, della tempesta finanziaria seguita alla crisi dei debiti sovrani e del caos mediterraneo degli ultimi anni, in cui la cooperazione franco-italiana è mancata e non si è stabilito un coordinamento.

Tutte le dinamiche della sfida francese

In un certo senso il Trattato del Quirinale può formalizzare la comune volontà a cooperare e sanare il maggior numero di punti di conflittualità possibili, permettendo a Roma di gestire da pari a pari la sfida franceseE il governo Draghi, nel suo obiettivo di “meglio strutturare”, come richiesto dal premier, i rapporti potrebbe avere proprio nel trattato del Quirinale uno strumento favorevole per operare una politica di bilanciamento che andrà monitorata passo passo. Come definire le sfere d’influenza in Libia tra i due governi, i due apparati della Difesa, i due colossi energetici (Eni e Total)? Come portare avanti una partita anti-austerità di lungo periodo e strutturata? Come mediare tra gli appetiti francesi in Italia e le necessità di tutela della nostra industria? In che settori economico-industriali creare filiere comuni e in quali invece competere? I due governi devono risolvere questioni aperte di questo tipo, ampie e interessanti.

In questo contesto, nota L’Opinione della Libertàper esser pienamente efficace l’intesa “dovrebbe migliorare i rapporti con un allineamento delle regole e un’intensificazione del dialogo, specie in rapporto alla declinazione del golden power nel controllo degli investimenti stranieri sugli assetti strategici nazionali. Molto attesa è quindi la policy di cooperazione sull’industria della difesa, in quella aerospaziale, ma anche nella microelettronica, nell’automotive e nel cloud computing”. E evitare protagonismi di sorta dell’una o dell’altra parte, permettendo inoltre una chiarificazione degli scenari geopolitici. Compatibilmente con gli scenari odierni e la geopolitica a geometria variabile, per cui una potenza può essere a seconda dei contesti rivale o alleata di un’altra in teatri diversi, Parigi e Roma condividono sicuramente alcune nazioni nei cui confronti hanno priorità comuni (come la Germania, che di fatto puntano a controbilanciare, e la Turchia, che è interesse di entrambe contenere), aree ove la competizione si fa sentire più spiccata (Libia, ma anche sostanzialmente il Libano) e zone di mondo ove è necessario ricostruire fiducia e dialogo, Africa subsahariana in primis. Regione in cui l’Italia e la Francia scontano una sfiducia consolidata ma in cui settorialmente si ritrovano comunque alleate, come nella missione europea Task Force Takuba dispiegata in Mali.

Il Trattato del Quirinale non sarà, in fin dei conti, né buono né cattivo. Lo saranno, qualora fosse concluso, le scelte politiche che prenderà l’Italia verso Parigi. Nella consapevolezza che sta solo a noi scegliere se essere alleati e partner consapevoli o satelliti di Parigi. Che con la sua strategia gioca chiaramente e senza ambiguità. In questo contesto, la presenza di un leader forte e legittimato come Draghi in Italia e di un presidente in eclissi come Macron in Francia apre anche una finestra di opportunità per negoziare a nostro favore il coordinamento ora più che mai necessario che serve per dare una cabina di regia a cooperazioni e competizioni sull’asse Italia-Francia. Relazione tanto speciale quanto complessa, come la storia da Cavour in avanti ben insegna.

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