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Politica

Il tramonto dell’Europa: il discorso di Draghi sancisce la fine delle illusioni

Il tramonto dell'Europa: il discorso di Draghi sancisce la fine delle illusioni su un ruolo coerente del Vecchio Continente.

Mario Draghi, sul palco del Meeting di Rimini, ha scelto un bersaglio preciso senza mai nominarlo: l’Europa di Ursula von der Leyen. L’ex presidente della Bce non si limita a denunciare la fragilità strutturale dell’Unione, ma punta il dito contro l’incapacità dell’Ue di incidere sulle grandi crisi degli ultimi anni. La sua frase chiave è lapidaria: “Il 2025 è l’anno in cui evapora l’illusione della Ue di contare”. A sostegno della tesi elenca i fatti: l’Europa si è piegata ai dazi imposti dagli Stati Uniti, pur essendo il suo principale partner commerciale; ha finanziato più di tutti la guerra in Ucraina, senza però sedere al tavolo dei negoziati di pace; ha assistito impotente ai bombardamenti sui siti nucleari iraniani e al massacro di Gaza. Applausi scroscianti, ma anche il sapore amaro della testimonianza, più che della proposta.

La marginalità geopolitica dell’Europa

Draghi fotografa una verità che molti fingono di ignorare: la dimensione economica, da sola, non basta a garantire influenza geopolitica. La Cina, pur sostenendo apertamente Mosca, è riuscita a entrare nei calcoli strategici globali. L’Europa, pur mobilitando miliardi per Kiev, è rimasta ai margini. Nemmeno sugli aiuti all’Ucraina, sull’accordo commerciale con Israele o sul regime delle sanzioni, Bruxelles ha saputo imporre una linea politica autonoma. La presidente Von der Leyen, più che guidare, è apparsa intrappolata nei veti del Consiglio e nelle rivalità tra governi. Non a caso, solo a luglio il Parlamento europeo ha discusso una mozione di sfiducia contro di lei. Respinta, ma rivelatrice della debolezza politica della Commissione.

Draghi tra passato e presente

Chi ha seguito i suoi interventi negli ultimi anni non si sorprende. Draghi ripete le sue ricette: debito comune, mercato interno più integrato, rafforzamento delle istituzioni comunitarie. Lo faceva già nel 2020, quando il suo discorso a Rimini segnò la fine del governo Conte. Lo ribadì nel 2022, in piena crisi politica italiana, per mantenere aperta la porta del Quirinale e di un futuro ruolo a Bruxelles. Oggi, però, la forza propulsiva sembra esaurita. Le parole si fermano ai titoli, senza affrontare nel dettaglio i nodi più concreti: il bilancio pluriennale appena presentato da Von der Leyen, che ha scontentato tutti; la gestione degli aiuti all’Ucraina; la sospensione mancata degli accordi con Israele. È un discorso che denuncia, ma non propone soluzioni operative.

Le fragilità di Ursula e la continuità della guerra

Von der Leyen, dal canto suo, ha reagito con il consueto linguaggio istituzionale, riaffermando la “solidarietà incrollabile” dell’Unione all’Ucraina e annunciando altri 4 miliardi di aiuti. È l’unico dossier sul quale la presidente non arretra, consapevole che rappresenta l’architrave della sua legittimità politica. Ma proprio qui emerge la frattura: Draghi insiste sul fatto che l’Europa, pur spendendo di più, conta di meno. Von der Leyen rivendica l’impegno finanziario come segno di potere. Due narrazioni inconciliabili che riflettono la crisi di identità dell’Ue.

Scenario geopolitico ed economico

L’Europa vive una marginalità che non è solo militare o diplomatica, ma economica. I dazi imposti da Trump hanno dimostrato che nemmeno il legame commerciale privilegiato con gli Usa garantisce protezione. L’illusione di poter esercitare potere solo attraverso il mercato si è infranta contro la realtà di un mondo tornato alla logica delle sfere di influenza e della guerra economica. Cina e Stati Uniti hanno fatto valere i propri interessi senza esitazioni, mentre Bruxelles è rimasta spettatrice. In questo quadro, l’Europa rischia di essere duplice vittima: delle scelte strategiche altrui e della sua incapacità di superare le divisioni interne.

Conclusione: la testimonianza di Draghi

Il discorso di Draghi non apre prospettive nuove, ma sancisce un tramonto. Non tanto il suo, quanto quello dell’illusione europea di contare senza dotarsi di strumenti adeguati. La sua è una critica che offre munizioni a chi contesta la presidente della Commissione, ma senza farsi carico di una vera alternativa. È la voce di chi vede il problema, ma non indica la via. Forse per questo le sue parole sono state accolte con applausi, ma non con speranze. E così Rimini non è più la pedana di lancio per il “Super Mario” che fu, ma il palcoscenico di una resa amara alla marginalità europea.

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