L’Artico è la nuova frontiera della competizione tra grandi potenze, il luogo avvolto dal gelo in cui, sullo sfondo della predominanza di Stati Uniti (Nato) e Russia, hanno trovato il modo di incontrarsi e scontrarsi anche Cina, India e Giappone. La rilevanza geostrategica dei ghiacciai continentali dell’Artide è destinata a crescere gradatamente, di pari passo con il loro progressivo sciogliersi e con il concretamento del passaggio a nord-est, perciò è naturale e fisiologico un aumento del livello di conflittualità fra i partecipanti della corsa all’Artico.

L’amministrazione Biden sta seguendo le orme del predecessore, Donald Trump, colui che, chiedendo provocatoriamente quanto costasse la Groenlandia, ha dato il via ufficiale alla corsa all’Artico. E il tour tra i ghiacci di Antony Blinken, iniziato il 16 maggio e che lo terrà impegnato sino al 20, è la prova corroborante della centralità del Polo nord per la Casa Bianca, al di là dell’appartenenza partitica di chi siede nella Stanza Ovale.

Il tour di Blinken

Partito il 16 alla volta di Copenaghen, per incontrare il primo ministro danese Mette Frederiksen e il capo della diplomazia Jeppe Kofod, il Segretario di Stato dell’amministrazione Biden passerà gran parte del tempo a Reykjavik, dove parteciperà al dodicesimo vertice del Consiglio Artico (Arctic Council) e incontrerà Sergej Lavrov, facendo, infine, tappa a Kangerlussuaq (Groenlandia) prima di tornare in patria.

In Danimarca, al centro dell’attenzione degli Stati Uniti sin dagli anni di Trump, Blinken ha avuto dei colloqui con Frederiksen e Kofod in materia di rafforzamento delle relazioni bilaterali, specie nelle sfere del cambiamento climatico, della transizione verde e della sicurezza, avendo in agenda anche degli incontri con Jenis av Rana e Pele Broberg, i titolari, rispettivamente, degli affari esteri di Fær Øer e Groenlandia.

Sarà in Islanda, però, che avrà luogo la parte più importante del viaggio tra i ghiacci del capo della diplomazia Usa. Qui, infatti, avrà modo di toccare tre fascicoli: i rapporti bilaterali Washington-Reykjavik, il trattamento dell’Artico in un’ottica multilateralistica e la bilaterale Biden-Putin. Nel primo ambito si inquadrano i colloqui programmati con il presidente Gudni Johannesson, il primo ministro Katrin Jakobsdottir e il capo della diplomazia Gudlaugur Thordarson. Nel secondo si inquadra la partecipazione al dodicesimo consiglio ministeriale del Consiglio Artico. E nel terzo si legge l’incontro a latere di suddetto vertice con l’omologo russo, Sergej Lavrov, pianificato con l’obiettivo di concordare i temi che verrannno discussi durante la bilaterale Biden-Putin.

Prima di rientrare a Washington, Blinken si recherà a Kangerlussuaq, dove, accompagnato da Kofod e Broberg, incontrerà il primo ministro groenlandese Múte Bourup Egede ed effettuerà un eloquente sopralluogo presso la stazione aerea navale Keflavik.

Russia e Cina nel mirino

Il tour tra i ghiacci di Blinken è un promemoria per Russia e Cina, le quali hanno esteso il raggio d’azione della loro intesa cordiale all’Artico, un’area di interesse critico per entrambe. La Russia vanta la piattaforma continentale più estesa dell’Artide ed ambisce a sigillare i propri domini a mezzo della militarizzazione dei futuri punti di strozzatura e di rivendicazioni sul Mar glaciale artico, entrambe funzionali alla realizzazione della rotta del mare del Nord. La Cina, che si autodefinisce uno “Stato quasi-artico”, ha posato gli occhi sul polo nord avendo piena cognizione di quelle che saranno le implicazioni del surriscaldamento globale in questa parte del pianeta, investendo grandemente e crescentemente in Groenlandia, specie nel minerario e nelle infrastrutture, e penetrando nel paragrafo di Artide russa iniettando miliardi di renminbi nello sviluppo energetico e infrastrutturale del triangolo Artico-Siberia-Estremo Oriente.

Biden, impegnando Blinken in un tour dell’Artico tanto esteso quanto onnicomprensivo, sta parlando a Putin e Xi Jinping: gli Stati Uniti hanno intenzione di giocare da protagonisti nell’Artico, come e più di Trump, affiancando allo strumento economico – fondamentale per contrastare adeguatamente i sino-investimenti – quelli militare – maggiore coinvolgimento statunitense e dell’Alleanza Atlantica nella partita – e multilaterale – cioè il Consiglio Artico e la concertazione con gli alleati nord-europei.

Non è da escludere che la Casa Bianca brami, parlando di Artico quale “regione di pace e libera dal conflitto” (region of peace, free of conflict), di creare una frattura tra Mosca e Pechino, facendo leva sulla persistente diffidenza della prima nei confronti della seconda, proponendo l’inglobamento del polo nord nella concezione bideniana di competizione regolamentata. Gli Stati Uniti, però, se realmente volessero giocare questa carta, dovrebbero trovare il modo di separare la Rotta del mare del Nord dalla Via della Seta Polare, due realtà simili ma differenti, perché l’una rispondente a Mosca e l’altra a Pechino, cominciando a fare delle concessioni in tal senso, ad esempio in materia di rivendicazioni e militarizzazione.

Il modo in cui Blinken e i colleghi occidentali affronteranno il passaggio di scettro, perché il vertice del Consiglio Artico marcherà la fine della presidenza islandese e l’inizio di quella russa, sarà rivelatorio sulla strategia bideniana per l’Artico: teatro nel quale ricercare qualche forma di cooperazione tattica con il Cremlino, o nel quale agire con crescenti intensità e durezza nell’ottica del contenimento duplice di Russia e Cina.

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