Lo scandalo USAID ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. L’amministrazione Trump ha deciso di azzerare il budget dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale e di assoggettarla al Dipartimento di Stato. Il motivo? L’agenzia governativa, che ufficialmente avrebbe dovuto occuparsi di fornire aiuti umanitari alle nazioni più povere del pianeta e promuovere lo sviluppo globale, andava ben oltre questi compiti (ne abbiamo parlato qui).
Se da un lato lo stop alla controversa USAID ha consentito a Washington di aggiustare la propria agenda interna e limitare numerose spese potenzialmente dannose, dall’altro è pur vero che la mossa di Donald Trump rischia di generare terremoti socio-economici, soprattutto in alcune aree geografiche del mondo, come l’Africa (ne abbiamo parlato qui) e l’Asia.
Già, perché, al netto delle zone d’ombra venute a galla, i 70 miliardi di dollari all’anno a disposizione dell’agenzia (il 40% di tutti gli aiuti umanitari globali monitorati) provvedevano a mantenere in vita alcuni progetti delicatissimi.
Nel continente asiatico alcune delle popolazioni più vulnerabili del mondo stanno già facendo i conti con l’azzeramento dell’USAID e del congelamento dei miliardi di dollari in aiuti precedentemente destinati a combattere la fame, curare le malattie e fornire riparo agli sfollati. Il rischio è che nel lungo periodo, senza adeguate contromisure da parte degli Usa, il vuoto venutosi a creare in maniera improvvisa possa essere presto occupato dalla Cina, ben felice di rafforzare la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo a colpi di soft power e aiuti finanziari.

Le conseguenze dell’azzeramento dell’USAID in Asia
In un secondo momento, probabilmente accortosi delle conseguenze del dossier USAID, il Segretario di Stato degli USA, Marco Rubio, ha specificato che “l’assistenza umanitaria salvavita” potrebbe continuare per gli sforzi riguardanti la fornitura di cibo, medicine, riparo e altre necessità emergenziali alle nazioni bisognose.
Al confine tra Thailandia e Myanmar, per esempio, diverse associazioni che gestivano ospedali per rifugiati fuggiti dalla guerra civile birmana non possono più contare sugli aiuti finanziari provenienti dagli Usa, e quindi dovranno presto smettere di supportare l’assistenza medica, la gestione dell’acqua e dei rifiuti in vari siti locali. Si tratta di una vera e propria catastrofe per migliaia di sfollati che potrebbero presto ritrovarsi inermi.

Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della salute sessuale e riproduttiva, ha fatto sapere che, a causa del momentaneo blocco dei finanziamenti USAID, i servizi di salute materna e mentale per milioni di donne in Afghanistan e Pakistan (oltre che a Gaza, in Ucraina e altrove) sono stati interrotti o eliminati. In Afghanistan, dove i talebani hanno vietato alle donne di svolgere qualsiasi mansione, 1.700 donne arruolate dall’agenzia rischiano di perdere il loro lavoro.
E ancora: in Nepal è stato sospeso un programma da 72 milioni di dollari per ridurre la malnutrizione, mentre in Cambogia varie ONG attive per la lotta alla malaria e alla tubercolosi lamentano il congelamento di fondi. Così come, sempre in Cambogia, altri gruppi no profit attivi nello sminamento e nella bonifica dei terreni dalle mine inesplose (ne abbiamo parlato qui) temono di avere le ore contate.

Un’occasione per la Cina?
E qui spunta l’ombra della Cina. Secondo quanto riportato da Politico, infatti, Pechino starebbe iniziando ad offrire la propria assistenza ai Paesi colpiti dalla decisione dell’amministrazione Trump di azzerare i fondi USAID. Pare che i funzionari cinesi abbiano già informato il Governo del Nepal, un Paese di importanza strategica per il gigante asiatico, situato sulle pendici meridionali dell’Himalaya, di essere pronti a far partire nuovi progetti di sviluppo e assistenza.
L’USAID ha speso 32,5 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024. Difficilmente la Cina riuscirà a rimpiazzare l’intera somma, anche se il gigante asiatico ha più volte cercato di espandere la propria influenza attraverso la Belt and Road Initiative (BRI) e altri accordi.
Tra l’altro, il think tank Green Finance & Development Center stima che tra 145 e 149 Paesi (circa tre quarti delle nazioni mondiali) siano direttamente coinvolti nei progetti BRI o abbiano espresso interesse a collaborare. Dall’Asia all’Africa, passando per l’America Latina, la Cina è dunque tentata a rimpiazzare l’USAID. Almeno in parte.


