L’ombra di una grave crisi politica avvolge la Corea del Sud. Le ultime elezioni parlamentari sono terminate con una netta, schiacciante, sonora vittoria del Partito Democratico (DPK) all’opposizione, che ha così blindato la propria maggioranza all’interno dell’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale del Paese.
I blu – questo il colore della maggiore forza progressista sudcoreana – hanno conquistato 175 dei 300 seggi a disposizione, considerando la somma tra quelli ottenuti nelle varie circoscrizioni locali attraverso la formula maggioritaria e quelli derivanti dal sistema proporzionale, e cioè in base alla percentuale di voti raccolta.
Il People Power Party (PPP) del presidente in carica Yoon Suk Yeol, che puntava ad ottenere la maggioranza in parlamento, ha invece rimediato una secca sconfitta. 108 i seggi complessivi ottenuti: troppo pochi per rimontare l’iniziale svantaggio e, al contempo, reggere l’onda d’urto del DPK.
Anche perché il Partito Democratico, contando sull’apporto del Rebuilding Korean Party (RKP) guidato dall’ex ministro della Giustizia, Cho Kuk, che ha ottenuto 12 seggi, e di altri partiti minori – Reform party (3 seggi), Semirae Party e Progressive Party (1 a testa) – guida adesso un blocco di opposizione potenzialmente costituito da 192 seggi.
Yoon ko: cosa significa per la Corea
La vittoria del principale partito di opposizione suggerisce la continuazione di un rapporto a dir poco teso tra Yoon e l’Assemblea Nazionale. Non potendo contare sulla tanto agognata maggioranza, i conservatori del PPP rischiano di vedersi respingere ogni riforma. Detto altrimenti, c’è il rischio elevatissimo che l’attuale presidente possa governare i tre restanti anni del suo mandato da “anatra zoppa“. Impossibilitato a mantenere le promesse elettorali e ostruito in ogni tentativo di riforma.
Ricordiamo che Yoon aveva già delineato le principali politiche nazionali future, compresi i piani per aumentare l’offerta di alloggi, allentare le restrizioni sulle zone verdi e implementare importanti progetti infrastrutturali. Il risultato rimediato alle ultime elezioni parlamentari complicherà quindi gli sforzi presidenziali per portare avanti queste politiche, da tempo bollate come “populiste” dall’opposizione.
È lecito supporre che il DPK, affiancato dal più progressista RKP, faccia muro e sfrutti ogni possibile dossier scottante – dalle controversie familiari del presidente alle nomine – per avviare indagini speciali nell’Assemblea e procedimenti di impeachment contro figure chiave dell’amministrazione Yoon.
Dalla Corea del Nord a Taiwan: le conseguenze in politica estera
Da quando è salito al potere, Yoon ha rafforzato l’alleanza Usa-Corea del Sud, assunto una posizione forte nei confronti delle provocazioni della Corea del Nord e aggiustato le relazioni con il Giappone. Ebbene, il DPK, forte della nuova maggioranza di ferro appena conquistata, potrebbe criticare la politica estera dell’attuale presidente facendo leva sulla sua presunta impraticabilità.
Nello specifico, il leader del Partito Democratico, Lee Jae Myung, sostiene la neutralità di Seoul in questioni di rilevanza internazionale come Taiwan e la guerra in Ucraina. Si tratta di una posizione agli antipodi rispetto all’approccio fin qui adottato da Yoon, che ha cercato in tutti i modi di migliorare il profilo globale della Corea del Sud attraverso un maggiore sostegno (seppur indiretto) a Kiev, ospitando il Summit per la democrazia e promuovendo una diplomazia basata sui valori (eclissando, in parte, ogni dose di pragmatismo).
E il nodo nordcoreano? L’ipotetica combinazione tra l’anatra zoppa Yoon e l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbero ammorbidire Seoul. Molto dipenderà però dalle mosse che effettuerà Kim Jong Un.
Nel frattempo, il primo ministro Han Duck Soo e i principali consiglieri di Yoon hanno presentato le loro dimissioni. Anche il leader del PPP, Han Dong Hoon, sarebbe pronto ad assumersi la responsabilità della sconfitta elettorale.

