Esercizio del diritto del voto e rispetto degli esiti dei processi alla base della democrazia sono da sempre considerati due fattori di un unico binomio. Devono necessariamente essere considerati insieme perché uno garantisce l’altro e viceversa. Il voto è, infatti, considerato espressione del volere del popolo, popolo che detiene il potere come l’etimologia stessa della parola “democrazia” indica.
Tuttavia, accade che l’esito delle votazioni non rispecchi il volere popolare oppure non assicuri l’attuazione di questo pur rispecchiandolo. Spesso i responsabili di questa apparente contraddizione sono i sistemi elettorali che “portano a esiti molto differenti in termini di chi viene eletto e delle politiche che vengono implementate”, come credono anche André Blais dell’Università di Monreal e Damien Bol del King’s College di Londra.
Partiamo da un esempio fresco. Nelle elezioni del 4 luglio in Regno Unito il Labour Party di Keir Starmer si è aggiudicato la vittoria con il 34% dei voti. Cinque giorni prima Rassemblement National di Marine Le Pen aveva raggiunto lo stesso risultato, ma a seggi chiusi il partito di estrema destra francese è risultato il terzo con “soli” 142 seggi su 577. Come è possibile? La risposta risiede nei due differenti sistemi elettorali. In Regno Unito si è votato con un sistema uninominale secco, mentre in Francia con un uninominale doppio. Ciò significa che dopo il primo turno di elezioni i francesi sono tornati alle urne ribaltando inaspettatamente gli esiti finali delle parlamentari. Inaspettatamente perché il pensiero generale era quello di una vittoria schiacciante e storica dell’estrema destra, che però il sistema è riuscito a prevenire.
Quando si parla di completo fallimento delle previsioni elettorali bisogna tuttavia essere cauti. Rassemblement National di Le Pen ha effettivamente raccolto la maggioranza dei voti anche nel secondo turno, un incredibile 37,1%, ma il sistema elettorale che vige in Francia, “first past the post” traducibile con “passa solo il primo”, non avvantaggia la fazione politica con il maggior numero di elettori ma il candidato che in un determinato collegio elettorale raggiunge la maggioranza, senza tener conto dei voti totali a favore del proprio partito. Lo stesso sistema vige negli States. Un aspetto passato in secondo piano nelle elezioni del 2016 in cui Donald Trump si è aggiudicato la Casa Bianca è che la rivale Hillary Clinton aveva ottenuto 1 milione e trecentomila voti in più dell’avversario. Anche qui però il voto popolare ha dovuto fare i conti con quello che è il sistema statunitense, in cui il numero di grandi elettori per Stato è proporzionale alla popolazione dello stesso.
Questa discrepanza tra voto popolare e elettorale significa che i sistemi elettorali in questione minano la democrazia perché non rispecchiano il volere della maggioranza? Un’affermazione azzardata. Probabilmente se si fosse posta questa domanda alla folla esultante che applaudiva commossa in Place de la République a Parigi dopo il risultato “shock” del secondo turno la risposta sarebbe stata che il sistema aveva salvato la democrazia.
Non si può dire lo stesso dei militanti di Rassemblement National delusi e amareggiati come il legislatore rieletto Julien Odoul che sul canale televisivo France 2 non si è trattenuto dal dire che i francesi “pagheranno il prezzo di questa non scelta”. Questo contrasto però è indice di qualcos’altro: di realtà politiche così polarizzate che risulta impossibile per i vari schieramenti in campo accettare qualsiasi vittoria che non sia la propria. E dunque le “regole del gioco” che, a monte, dovrebbero esser conosciute, vengono lette come inaccettabili freni all’espletazione della democrazia. Come, del resto, testimoniato dopo il 2016 dai numerosi appelli del Partito Democratico Usa a cambiare il sistema di voto da quello dei grandi elettori a quello del collegio unico nazionale per evitare futuri casi come quello di Trump.
Non è un caso che la democrazia del XXI secolo venga definita “la grande ammalata”. “Nel momento in cui i partiti accettano pacificamente i risultati di un’elezione quando sono nella parte del perdente allora la democrazia elettorale funziona”, dice il professor André. Questo ai giorni nostri sta accadendo sempre meno andando a innescare un circolo vizioso che si traduce inevitabilmente in perdita di fiducia nelle elezioni e nella democrazia rappresentativa. Ed ecco che piomba l’astensionismo.
Il vero problema dunque non sono i sistemi elettorali che negli anni, se pur con fatica, vengono modificati e aggiustati per stare al passo con i tempi. Il vero problema sussiste quando questi cessano di essere oggetto di dibattito, perché le persone smettono di votare e non c’è rischio più concreto di questo, se si considera che ultimamente il partito dell’astensionismo è sempre in testa a tutti.
Eppure il famoso potere del popolo risiede anche qui: nel decidere di non presentarsi ai seggi e di urlare con il silenzio la propria disaffezione, fa parte degli imprescindibili diritti civili individuali di ognuno. Ma che livello di salubrità possono vantare democrazie in cui la metà della popolazione non si cura di esprimere la propria opinione?
“I cittadini non possono essere obbligati a prendere parte al processo politico e sono liberi di esprimere la propria disaffezione non partecipando”, si legge nel “Democracy Index 2023” dell’Economist Intelligence, tuttavia “le democrazie fioriscono quando i cittadini sono disposti a partecipare al dibattito pubblico, ad eleggere rappresentanti e ad aderire a partiti politici”. “L’astensionismo è un nemico della democrazia”, un nemico tollerato ma che se non viene monitorato e contenuto rischia di prevalere. E assieme al rischio di una ridotta accettazione delle “regole del gioco” minaccia di portare allo scoperto un sempre più palese emergere della discrepanza tra le moderne società democratiche e i loro sistemi politici di riferimento.
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