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I rapporti tra Stati Uniti e Cina, già tesi, hanno subito un ulteriore scossone dopo la firma del Taipei Act da parte del presidente americano Donald Trump. Il provvedimento mira a potenziare gli sforzi di Washington nel supportare le relazioni internazionali di Taiwan: l’isola è riconosciuta diplomaticamente da appena  14 Stati membri delle Nazioni Unite su 193 ed è esclusa dalla partecipazione alla maggior parte delle organizzazioni internazionali, Onu incluso. La ragione di questo isolamento è da ricercare nell’atteggiamento di Pechino: la Repubblica Popolare Cinese non accetta che un Paese possa avere relazioni tanto con la Cina quanto con Taiwan, che considera una provincia ribelle e questo comportamento ha spinto, nel corso dei decenni, la stragrande maggioranza delle nazioni a rompere con Taiwan. Il Taipei Act è stato sostenuto tanto dai Democratici quanto dai Repubblicani e ciò ne sottolinea la particolare rilevanza strategica.

Alta tensione

Il provvedimento autorizza il Dipartimento di Stato americano a considerare “la riduzione delle relazioni diplomatiche, economiche e di sicurezza” con quei Paesi che intraprendono azioni rilevanti per minare le posizioni di Taiwan e spinge gli Stati Uniti a facilitare la partecipazione di Taipei, come membro od osservatore, alle organizzazioni internazionali. La condanna di Pechino non si è fatta attendere ed ha trovato espressione in un editoriale comparso sul Quotidiano del Popolo, un importante giornale cinese che è anche un organo del Comitato centrale del Partito Comunista: nell’editoriale viene espressa “profonda insoddisfazione e ferma opposizione” nei confronti del Taipei Act che viene visto come “una minaccia egemonica” destinata a sabotare “il principio politico di un’unica Cina”. I toni si fanno poi minacciosi quando gli Stati Uniti vengono avvertiti che perseverando in un comportamento sbagliato nei confronti di Taiwan verranno danneggiati i loro stessi interessi e Washington dovrà assumersi le responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni.

Le prospettive

La mera esistenza di Taiwan è una continua fonte di preoccupazione per le autorità della Repubblica Popolare Cinese: l’isola, infatti,  rappresenta l’ultimo (rilevante) lembo di territorio da riportare sotto il proprio controllo dopo il ritorno alla madrepatria di Hong Kong nel 1997 e di Macao nel 1999. Il futuro di Taipei è dunque in bilico: Pechino potrebbe conquistare l’isola con un assalto militare diretto che provocherebbe, però, ingenti perdite di vite umane e danneggerebbe l’immagine internazionale della Cina. Gli Stati Uniti, pur non avendo rapporti diretti con Taiwan, agiscono da contrappeso ed impediscono, de facto, che la situazione possa degenerare in guerra aperta. La riconferma, alle elezioni presidenziali del gennaio 2020, dell’indipendentista Tsai Ing Wen alla guida di Taipei ha costituito una significativa sconfitta strategica per Pechino: la Ing Wen aveva ribadito il proprio supporto per la forma di governo democratica dell’isola ed avvertito Pechino che Taiwan non avrebbe ceduto alle minacce. Non è chiaro come e se la Cina riuscirà a portare Taipei nella propria sfera d’influenza: le incognite sono molte ma la pandemia di Covid-19 potrebbe offrire a Pechino alcuni spunti. La distrazione del mondo, impegnato nell’emergenza, potrebbe facilitare lo sviluppo di politiche miranti alla “riconquista” di Taipei.

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