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Emmanuel Macron non è mai stato così in difficoltà. La riforma delle pensioni ha sollevato una vera e propria protesta popolare. Lo sciopero nazionale è solo all’inizio: martedì è prevista una replica della mobilitazione della scorsa settimana. La Francia rischia una paralisi cristallizzata. Ma le strade rappresentano solo il teatro di una crisi sistemica che dimora pure nei palazzi del potere.

Jean Paul Delevoye – l’uomo che l’inquilino dell’Eliseo aveva scelto per portare a casa le innovazioni dell’impianto pensionistico – ha gettato la spugna. Ora l’enfant prodige della politica transalpina dovrà incaricare qualcun altro. Un segnale di debolezza che rischia di compromettere ancora di più la credibilità del macronismo. Uno stile politico – quello di En Marche! – che avrebbe dovuto riformare le categorie ideologiche del centrosinistra occidentale, ma che si sta infrangendo, giorno dopo giorno, contro la realtà socio-economica francese.

Pure perché Delevoye non è stato messo da parte per via dell’irruenza e del peso della manifestazioni popolari, ma per uno scandalo economico che ha alimentato una bufera tanto mediatica quanto politica. Grazie a quanto riportato da Agi, è possibile spiegare nei dettagli quale sia la causa di questa marcia indietro dell’esponente che era stato ribattezzato “super commissario” o “monsieur pensioni”: si è scoperto, infatti, di come Delevoye abbia omesso ben tredici incarichi all’interno di una dichiarazione patrimoniale. Si tratterebbe di un caso di incompatibilità tra quanto svolto presso l’esecutivo e quanto incassato da un punto di vista privatistico. Le consuetudini d’Oltralpe non lasciano troppi spazzi di manovra. E Delevoye ha potuto solo prendere atto della necessità di un’uscita anticipata dalla scena.

Il governo, intanto, nicchia sul caso. Ma l’ipotesi ventilata per l’ex super commissario riguarda, in estrema sintesi, un caso di conflitto d’interessi. Il presidente della Repubblica, con la prossima nomina, dovrà fare attenzione a non sbagliare di nuovo. Il clima nazionale è quello che è. E non c’è spazio per la ripetizione di questo genere di errori. Le dimissioni di Delevoye, comunque sia, non inficeranno sulla tabella di marcia delle prossime settimane: l’esecutivo rimane convinto della bontà del piano presentato, mentre i sindacati non hanno alcuna intenzione di prendere in considerazione una trattativa che non preveda la rivisitazione completa della riforma. Il livello dello scontro pare destinato ad alzarsi.

Persino le Università stanno riflettendo sul da farsi. La Sorbona, per citare la più importante, ha optato per il blocco dell’attività didattica. E la motivazione basta da sola a descrivere quello che sta accadendo: non è detto che gli studenti possano fisicamente raggiungere le aule delle varie facoltà. Non è un’insurrezione, ma è almeno l’anticamera di un malessere con cui Macron dovrà fare i conti quando si ripresenterà agli elettori. La sua “fortuna” – e le virgolette non sono casuali – è che le presidenziali sono previste per il 2022.

Marine Le Pen, nel frattempo, deve fare fronte allo stato di salute delle casse partitiche. Da qualche giorno a questa parte, viene rimarcato come il Rassemblement National sia sull’orlo della bancarotta. Può essere un problema. Il rinnovamento culturale operato dai lepenisti sembrava funzionare. La distanza temporale dalle elezioni, però, rischia di influire anche sull’altro lato del campo.

Risulta curioso, infine, poter analizzare il crollo di due modelli tanto differenti: Jeremy Corbyn, la cosiddetta “new left”, vive in questi giorni delle fasi quantomeno disperate. L’esisto delle elezioni britanniche ha distrutto le speranze della sinistra socialista. Ma anche il vicino di casa macroniano non se la passa meglio. Il progressismo europeo, prescindendo dalle sue specifiche declinazioni, è costretto a fare i conti con un’involuzione elettorale, che dipende dall’allontanamento dei ceti popolari. Alain De Benoist parlerebbe di “rivolta del ceto medio”. Vedremo, in questi mesi, se il fronte liberal democratico riuscirà ad uscire dall’impasse.