Le aspettative del vertice XI-Trump svoltosi a Pechino la settimana scorsa non erano alte, ed il suo andamento le ha in effetti corrisposte. Molto teatro, ma poca sostanza, almeno apparentemente.
Tuttavia, sarebbe imprudente condure una valutazione attendibile dei suoi esiti concreti nell’immediato, soltanto le prossime settimane, o mesi, riveleranno se alcune intese, più vagheggiate che solennemente annunciate, si concretizzeranno.
Gli USA aspiravano ad un approccio più accomodante da parte della Cina sulla delicata questione delle terre rare dalla quale ormai dipenderebbe il complesso militare-industriale-digitale statunitense; e sulla disponibilità di Pechino ad aumentare l’acquisto di prodotti agricoli in una chiara ottica elettorale in vista delle elezioni di medio-termine il 3 novembre prossimo.
La presenza dei più importanti imprenditori USA del settore digitale e dei fondi al seguito di Trump, da Elon Musk a Tim Cook fino a Larry Fink, ha fatto parte del teatro.
Nell’immaginario statunitense-occidentale, che si eccita facilmente dinanzi a mere rappresentazioni, questo stuolo di tycoons ha alimentato la percezione che a Pechino sarebbero stati siglati grandiosi contratti. La realtà è che si è trattato di un mero pellegrinaggio per tenere in piedi la rappresentazione tecnologica USA che sta assumendo le dimensioni di una gigantesca bolla finanziaria con il connesso andamento delle borse ormai svincolato da ogni fondamentale dell’economia.
Come ha correttamente rilevato Rana Foorohar sul Financial Times, sembrava di essere tornati agli anni 90’ del secolo scorso, dove legioni di imprenditori USA si recavano a Pechino per de-localizzare nel paese le loro filiere produttive a spese dei loro colletti blu, risparmiare sul costo del lavoro e massimizzare i loro profitti, per poi inondare il mercato USA con beni a basso costo cinesi acquistati a debito; contestualmente, contavano sull’apertura del mercato e del sistema politico cinesi. Purtroppo, nessuna di quest’ultime due aspettative si è poi concretizzata.
È possibile che anche questa volta il copione di trent’anni fa possa in qualche modo ripetersi.
Quello che andrebbe tenuto presente nel valutare il Summit di Pechino è soprattutto il contesto che lo ha preceduto e accompagnato e, soprattutto, un aspetto per così dire filosofico: La Cina elabora la propria politica su tempi lunghi ancorandola alla realtà, gli USA su tempi cortissimi basandola largamente su rappresentazioni della realtà.
Prima di esaminare il contesto, è opportuno ricordare che Pechino dispone di due forti strumenti coercitivi nei confronti di Washington.
Il già menzionato controllo della filiera terre rare, e quindi la capacità di reagire efficacemente ai dazi statunitensi come già dimostrato l’anno scorso quando il Presidente USA fu indotto a fare marcia indietro con l’imbarazzante coda dell’acronimo coniato per l’occasione: TACO (Trump Always Chickens OUT) letteralmente “Trump se fa la sempre sotto”.
Il secondo è rappresentato dalla condizione cinese di terzo detentore del debito USA (Treasury Bonds) dopo Giappone e Gran Bretagna, circa 700 miliardi di $, una somma che si è peraltro dimezzata nell’ultimo decennio. Ulteriori riduzioni di questa quota potrebbero influenzare al rialzo i tassi di interesse USA con effetti dirompenti sia sull’andamento dell’economia in un biennio elettorale – le già citate elezioni di medio termine e le presidenziali nel 2028 – che sulla tenuta dello stratosferico debito americano che veleggia verso i 40.000 miliardi di dollari. È appena il caso di ricordare che il 19 maggio scorso il tasso di interesse dei bond USA a 30 anni è arrivato al 5,19%, non accadeva dal 2007.
A questi fattori si aggiungono tre elementi di contesto:
- Trump si è recato a Pechino mentre si trovava impantanato nel conflitto con l’Iran e alla ricerca di una sponda per uscirne, con Teheran che ha utilizzato in modo dirompente la sua vera arma nucleare, la chiusura dello stretto di Hormuz. Se la Cina offrirà tale sponda, ed è un se scritto a caratteri cubitali, non lo farà certo per corrispondere agli interessi israelo-americani ma in nome di una visione più ampia di stabilità che non corrisponderà certamente alla Pax Judaica che Netanyahu e Trump vogliono imporre alla regione;
- La Cina sembra poi prevalere nelle sfide industriali del futuro: alte tecnologie, robotica, transizione energetica e veicoli elettrici e il conflitto con l’Iran è finora stato, e resta, uno straordinario spot che, un petro-Stato come gli Stati Uniti ormai sono, hanno fatto a favore di una transizione energetica la cui filiera industriale (know-how, batterie e terre rare) è per l’appunto interamente dominata da Pechino.
- Nell’altrettanto cruciale sfida dell’Intelligenza Artificiale, gli USA sono per il momento avanti, ma la Cina sembra capace di offrire prestazioni assai prossime a quelle statunitensi, e comunque crescenti, ma ad una frazione del costo dei giganti americani (Chat GPT, Grok, Gemini, Claude, etc.).
Inoltre, quasi a non voler alimentare eccessive illusioni a Washington, a pochi giorni dalla visita di Trump, Xi ha accolto Vladimir Putin a Pechino tributandogli onori protocollari identici a quelli riservati all’ospite americano e l’agenda dei colloqui e i possibili esiti di questo summit si profilerebbero come assai più concreti di quelli intercorsi con la controparte statunitense.
Infine, sulla cruciale questione di Taiwan, al rientro dalla Cina Trump ha rilasciato dichiarazioni decisamente diverse da quelle – non proprio gradite a Pechino – che sia l’Amministrazione Biden, che quella attuale, avevano emesso negli ultimi anni.
Del resto, come gli stessi responsabili militari statunitensi ammetterebbero a denti stretti, in un confronto militare convenzionale per il controllo di Taiwan Washington sarebbe destinata a soccombere.
Trump e Xi hanno finora mantenuto il delicato confronto tra i due rispettivi paesi in una sorta di stabilità strategica controllata. Il vertice di Pechino è stata un’ulteriore tappa di questo processo, ma potrebbe essere anche ricordato tra qualche tempo come la consacrazione di quel G2 di cui si parla fin dal Vertice dei G20 svoltosi a Pittsburgh sotto la Presidenza Obama nell’ormai lontanissimo settembre del 2009.
Un G2 dove, peraltro, il ruolo della potenza più responsabile e interessata ad assicurare una stabilità globale decente sembra essere svolto, in modo preponderante, dalla Cina.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

