Non è un caso che sia proprio Jared Kushner ad aprire i lavori del summit “Peace for prosperity” in corso in queste ore a Manama, capitale del Bahrein. Il piano che gli Usa intendono portare avanti per il Medio Oriente e, in particolare, per la Palestina è figlio della politica sulla regione dell’amministrazione Trump che, come ben noto, ha nel genero del presidente uno dei principali artefici. Un summit, quello del Bahrein, fortemente voluto dalla Casa Bianca e volto in particolar modo a pubblicizzare il piano di pace del presidente Usa per la regione e per la questione palestinese.

Il piano da 50 miliardi di dollari

E Kushner imposta a modo suo l’intera comunicazione del summit: il rampollo della Casa Bianca più che un delegato politico sembra, mentre parla al centro della sala che ospita l’evento, un investitore che illustra il piano industriale di un’azienda ad una platea di giovani imprenditori. L’impostazione è quella: per più di un’ora, il genero del presidente parla di infrastrutture, di possibilità di sviluppo della regione, di idee imprenditoriali da sfruttare, ponendo sul piatto cinquanta miliardi di dollari. Un contesto che sembra più simile ad un congresso di Wall Street che ad un summit politico nel cuore del Golfo Persico.

Il piano promosso dalla Casa Bianca rispecchia un po’ quello che è il pensiero politico – economico di Donald Trump: i soldi possono mettere d’accordo tutti ed un piano di investimenti vale molto più di un articolato progetto diplomatico. Un presupposto che però potrebbe non valere per il medio oriente. Se il piano vede, in primo luogo, l’appoggio dell’Arabia Saudita tra i paesi arabi, è altrettanto vero che altri governi non appaiono così ottimisti come il giovane Kushner. Dei cinquanta 50 di dollari di investimento, 25 soltanto sarebbero destinati all’autorità nazionale palestinese (Anp) per la creazione di infrastrutture sia a Gaza che in Cisgiordania. Poi le altre somme verrebbero spalmate in altri Stati della regione, a partire da Egitto e Giordania.

In questo modo l’amministrazione Trump spera di rilanciare il dialogo ed il processo di pace, oltre che a sigillare la comunanza d’intenti tra blocco saudita ed Israele. Il governo di Netanyahu è infatti, come prevedibile alla vigilia, uno dei principali sostenitori del piano illustrato in Bahrein.

Il no dei palestinesi

Ma a Manama manca il diretto interessato: già da giorni infatti, il presidente dell’Anp Abu Mazen fa sapere di non volersi recare in Bahrein e di rigettare il piano dei Trump. Il nodo principale sta nella parte politica del programma “Peace for prosperity”: il governo dell’Anp infatti, teme di dover rinunciare a buona parte dei territori in cambio di soldi. Una circostanza che non piace in prima persona ad Abu Mazen, ma ovviamente non trova d’accordo la gran parte dei palestinesi. Il progetto mostrato in Bahrein è infatti il primo passo del più complessivo piano che lo stesso Donald Trump ha in mente per il conflitto arabo – israeliano: creare sì uno Stato palestinese ma disarmato e dall’estensione territoriale molto più ridotta rispetto ai confini pre 1967. La Casa Bianca ha in mente infatti di proporre un accorpamento di diverse province della Cisgiordania dove insistono numerose colonie israeliane, al fine di annetterle definitivamente allo Stato ebraico.

Un’eventualità quindi rispedita al mittente da Abu Mazen e dal governo Anp. Da Ramallah, sede dell’autorità palestinese, il presidente assieme ai suoi principali collaboratori anche domenica conferma la sua indisponibilità a trattare a queste condizioni ed a partecipare al summit di Manama. Nel frattempo, sia a Gaza che in Cisgiordania diversi palestinesi scendono in piazza per ribadire la propria contrarietà ai piani politici, prima ancora che economici, posti alla base dalla Casa Bianca per far ripartire il dialogo.

L’appuntamento del Bahrein dunque, rischia di rappresentare soltanto una passerella per Kushner e nulla più: forse, per l’attuale corso della Casa Bianca, anche la definitiva consapevolezza che mettere sul piatto un piano di investimenti, quantunque ambizioso, non basta per arrivare dritto ai nodi politici che da decenni attanagliano la regione mediorientale. Alla fine del summit ciò che resterà dunque, potrebbe essere soltanto l’elenco delle buone intenzioni illustrato dal genero di Trump. Una mera convention di investitori dunque e nulla più, con buona pace di chi prova a dare risvolti politici significativi all’appuntamento di Manama.

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