Il presidente statunitense Donald Trump vivrà nella giornata odierna un duplice, grande momento: prima l’arrivo in Israele e il discorso alla Knesset, parlamento dello Stato Ebraico, per celebrare il cessate il fuoco con Hamas e la liberazione degli ostaggi detenuti dal 7 ottobre 2023 mediata da Washington e concretizzatasi oggi dopo 738 giorni.
Poi l’evento politicamente più sostanziale: il summit di Sharm-el-Sheikh convocato per dare solidità a quell’accordo di cessate il fuoco emerso nei giorni scorsi e provare a strutturare un patto per il Medio Oriente sull’onda lunga del negoziato andato in porto nella stessa località balneare pochi giorni fa.
Usa e Egitto chiamano, il mondo arabo risponde
Al summit co-presieduto da Trump e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ci sarà tutto il gotha del Medio Oriente, a partire dai leader dei Paesi che con Washington e Il Cairo hanno contribuito alla mediazione: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani.
I leader di Arabia Saudita, Mohammad bin Salman, e Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, completeranno la prima linea araba. Dall’Indonesia è atteso Prabowo Subianto, presidente di Giacarta, e dal Pakistan il primo ministro Shehbaz Sharif, che decidendo di estendere all’Arabia Saudita l’ombrello atomico di Islamabad è diventato un decisore coinvolto direttamente nel Medio Oriente.
Le ambizioni di Trump e Al-Sisi
Il summit dovrebbe svolgere diversi scopi. Trump intende ampliare il perimetro di consenso attorno a quello che ritiene – non a torto – un successo personale e dar slancio al piano concordato dal governo di Israele e da Hamas.
Per gli Usa serve tornare a mostrare leadership nella regione dopo che il rischio di un’eccessiva sovrapposizione a Tel Aviv aveva dato il là a una serie di smarcamenti non secondari, con il timore di un disarcionamento della distensione arabo-israeliana capace di aprir strade percorribili a Russia e Cina che si profilava all’orizzonte.
Soprattutto, Washington spera che non ci siano crisi paragonabili a quella scoppiata nel 2023 per poter concentrare risorse e mezzi Usa sulla difesa dell’emisfero occidentale e sul prioritario teatro del Pacifico.
Per molti altri convenuti il summit è un’occasione a sua volta da non perdere. Per al-Sisi, in particolare, è l’opportunità di mostrare il peso regionale di un Egitto che a lungo si è percepito fragile, tra l’ombra dell’esodo dei gazawi a Est, la fragilità della Libia a Ovest e l’ambigua combinazione tra la guerra civile in Sudan e la minaccia strategica sul Nilo posta dalla nuova maxi-diga etiope a Sud. Come nota il Jerusalem Post, il ruolo di paziente mediatore de Il Cairo è sembrato premiato:
La percezione generale è che l’Egitto stia ora aumentando la sua influenza e abbia un ruolo più ampio da svolgere. Ciò consolida il ruolo storico dell’Egitto nella regione. L’Egitto è stato storicamente uno dei principali centri di potere nel mondo arabo. Il Cairo è un importante centro culturale. Tuttavia, negli ultimi anni, l’influenza dell’Egitto si è fatta meno sentire. Ora, il Cairo sembra pronto a tornare al suo ruolo di Paese ospitante e promotore di stabilità e pace.
Il dilemma iraniano
C’è probabilmente lo zampino egiziano dietro quanto riferito ieri mattina da Axios sul fatto che anche l’Iran e il suo presidente Masoud Pezeshkian fossero stati invitati. Sarebbe stato, se confermato, un gesto clamoroso, dato che avrebbe sostanzialmente portato Teheran allo stesso tavolo degli Usa del presidente Trump.
L’Iran ha declinato ufficialmente l’invito, giunto poche settimane dopo che proprio Il Cairo ha mediato un accordo tra Teheran e l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea), ma il fatto che si sia presentata questa voce esplicita, non smentita, la dice lunga sull’ambizione regionale della diplomazia dei mediatori. Ambizione che è propria anche di Qatar e Turchia, i quali hanno trasformato l’audacia di Israele, che è arrivata a colpire Doha il 9 settembre scorso, in un barrage capace di accelerare il tavolo delle trattative. Doha e Ankara spiccano come protagoniste al tavolo negoziale e la loro attenzione è principalmente sul consolidamento di un accordo di cui, va ricordato, Israele ha approvato per ora solo la Fase 1.
L’Europa al traino di Trump
En passant, saranno presenti anche i leader europei: sicuramente Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Keir Starmer saranno al tavolo di Sharm-el-Sheikh, ognuno con la propria visione per il futuro di Gaza e del ruolo dei rispettivi Paesi nel mantenimento della pace regionale. Questa volta non c’è neanche l’illusione di un ruolo concreto diverso da quello degli Usa, come successo durante il summit ad agosto sull’Ucraina dopo il vertice di Anchorage tra Trump e Vladimir Putin: i Paesi europei opereranno nella cornice americana, che è quella che per loro conta, e non hanno avuto, al netto delle dichiarazioni di alcuni politici, modo di toccare palla sui negoziati. Non saranno loro a spostare gli equilibri neanche in Egitto.
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