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Il vertice di Istanbul tra Russia e Ucraina non è fallito come tanti speravano. Se è vero che non ha dato esiti eclatanti, com’era ovvio che fosse, è stato comunque significativo. Ne scrive Strana, che spiega: “I negoziati si sono conclusi senza un accordo sul cessate il fuoco, ma l’Ucraina non ne ha dichiarato il fallimento; al contrario ha parlato di preparativi per nuovi incontri”.

Cosa ha mostrato l'incontro di Istanbul e perché Medinsky ha ricordato la guerra con la Svezia

“È vero, Zelensky ha nuovamente invitato Trump a imporre sanzioni e a esercitare forti pressioni sulla Russia se quest’ultima non dimostrerà di voler raggiungere la pace. Tuttavia, dati i commenti di Umerov e Medinsky [a capo delle due delegazioni ndr.] sul prossimo ‘nuovo round di negoziati’, queste minacce sono state, per così dire, rinviate a un futuro indefinito, a un momento successivo al ‘nuovo round'”.

“Naturalmente è ancora troppo presto per dire se le trattative porteranno risultati, né ci sono garanzie sul fatto che si terrà un secondo round”, ma qualcosa è successo e ora lo scontro tra il partito della guerra e quello della pace si è spostato “sull’agenda dei negoziati”.

Per capire quanto è realmente accaduto è di interesse il commento scritto per Consortium News da Patrick Lawrence, il quale annota come “il regime di Kiev e le potenze europee che si sono recentemente assunte il compito di manipolarlo, non hanno alcuna intenzione di avviare negoziati sostanziali con la Federazione Russa”. 

PATRICK LAWRENCE: Diplomatic Chess, Ukraine the Pawn

“Per gli inglesi, i francesi, i tedeschi e il loro cliente di Kiev l’imperativo in vista dell’incontro di Istanbul di venerdì era quello di apparire seriamente decisi a tenere colloqui attorno a un tavolo di mogano, impedendo però anche solo i primi progressi verso una soluzione diplomatica. In questo sforzo gli europei hanno fallito, almeno per ora”.

Lawrence ricorda come si è arrivati a questo, anche se in premessa va reso esplicito quanto è implicito nelle righe riportate, cioè che l’elezione di Trump ha messo in imbarazzo il partito della guerra. La sua spinta per chiudere il conflitto ucraino, infatti, non può essere contrastata apertamente.

I leader europei, che si sono assunti l’onere di dare un volto a tale partito, devono fingere di assecondare l’alleato d’oltreoceano e, allo stesso tempo, vanificarne gli sforzi distensivi, addossando a Putin la colpa del fallimento.

Se riusciranno nell’impresa, convincendo Trump, si tornerà alla disastrosa agenda Biden, ma con sviluppi molto più eclatanti dal momento che il presidente attuale deve tener fede alla sua immagine forte.

Così veniamo a come si è arrivati a questo: Il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, scrive Lawrence, hanno “dato il via alle ostilità alla fine della settimana scorsa, volando a Kiev per un vertice organizzato in fretta e furia con Zelensky, nel quale hanno lanciato un ultimatum solenne: Mosca deve accettare un cessate il fuoco di 30 giorni entro lunedì 12 maggio, altrimenti gli europei avrebbero imposto una serie di nuove sanzioni punitive ai russi”, decisione volta a forzare Trump a fare altrettanto.

“In questo modo – continua Lawrence – si è alzato il sipario su un teatrino miserevole. Come ha osservato John Whitbeck, avvocato internazionale residente a Parigi […] si trattava di un’offerta destinata a essere rifiutata da Mosca e che serviva a far vedere che gli europei stavano facendo del loro meglio per la pace”, mentre i russi, al contrario, restavano ostinatamente impegnati nella guerra.

Così è iniziato il “divertimento” continua Lawrence, con Putin che, nella notte, con una tempistica insolita rispetto all’usuale ponderazione nelle repliche, ha dato all’ultimatum “l’attenzione che meritava – cioè nessuna – e ha colto di sorpresa gli europei e Kiev proponendo di aprire i negoziati a Istanbul giovedì”.

A questo punto Zelensky ha iniziato “a fare il suo gioco” dichiarando subito che “la proposta russa era solo un teatrino”, per poi rinculare dopo le insistenze americane e accettare l’offerta, ma insistendo su un faccia a faccia con Putin, altra proposta avanzata per essere rifiutata, come abbiamo scritto in una nota precedente, e far apparire lo zar non interessato al dialogo.

Tanto che, quando Putin ha inviato una delegazione, facendo seguito alla sua apertura pregressa, Zelensky ha tentato di mandare all’aria tutto, negando l’invio della delegazione ucraina perché inutile. Anche in questo caso, come riferiva il Washington Post, l’America ha fatto pressioni, costringendo il presidente ucraino a onorare il summit.

Ma il partito della guerra non demorde e ieri il club dei “volenterosi” – Merz, Macron e Starmer – si è ritrovato al summit della comunità europea di Tirana, presente anche il premier polacco Donald Tusk (che spera nel loro aiuto per le presidenziali di domenica prossima), per stringere nuovamente la morsa su Zelensky, allentata negli ultimi giorni a causa delle pressioni di Trump, e rilanciare la sfida.

E così è stato: i “volenterosi” hanno stigmatizzato il rifiuto della Russia di accogliere il cessate il fuoco e minacciato nuove e più forti sanzioni. Inutili contro la Russia, come si è dimostrato, servono però a far pressioni su Trump perché faccia altrettanto, un’iniziativa che gli renderebbe più difficile portare avanti il dialogo intrapreso con Mosca, fino a farlo collassare (questo lo scopo ultimo).

Partita aperta, dunque, alla quale ci permettiamo aggiungere una nota di colore che riguarda l’aggettivo scelto dai leader di cui sopra per connotare il loro gruppo votato alla causa di Kiev.

In altra nota avevamo segnalato come discendesse da un suggerimento dell’esponente neoconservatore David Petreaus, che a sua volta si rifaceva ai “volenterosi” che avevano dato vita all’invasione dell’Iraq, che il circolo neocon aveva programmato fin dalla notte dell’11 settembre 2001 nonostante Saddam Hussein non c’entrasse nulla con l’attentato alle Torri gemelle (sulla programmazione notturna di quella guerra rimandiamo a The Cradle).

The CIA’s war-before-war: From Iraq to Iran

Appare davvero bizzarro che un gruppo nato per contrastare la “brutale” e “ingiustificata” invasione russa dell’Ucraina – aggettivi usati con ossessione dai media mainstream per caratterizzare la guerra – scelga di connotarsi attingendo a una nomenclatura propria di una brutale e ingiustificata invasione pregressa da parte dell’Occidente.

Peraltro, la scelta risulta ancora più infelice se si entra nel campo della letteratura, dal momento che in questo settore l’aggettivo campeggia nel titolo di un volume di notorietà globale: “I volonterosi carnefici di Hitler” di Daniel Jonah Goldhagen.

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