Il summit europeo sui Balcani occidentali della scorsa settimana a Poznan non ha portato sostanziali novità nel processo di adesione dei sei paesi dell’area che auspicano di essere integrati nella famiglia europea.

Nonostante le parole del commissario uscente Johannes Hahn, la volontà politica di concludere il processo integrativo in Europa dell’est sembra mancare. Hahn ha avuto buon gioco nel sottolineare come la regione balcanica condivida la storia, la geografia e gli stessi interessi culturali ed economici del resto del continente. Ma la promessa di integrazione sembra un sogno rimasto a metà.

Se infatti alcune ragioni della geopolitica porterebbero ad una rapida soluzione della vicenda, la prudenza sembra regnare sovrana, portando ad una situazione di sostanziale stallo.

L’Unione Europea avrebbe infatti tutto l’interesse di riempire spazi vicini al suo confine prima che ci pensino potenze esterne, Russia in primis. Ma la crisi di credibilità delle istituzioni europee costringe ad un generale ripensamento di ogni possibile manovra. L’allargamento ad est iniziato nel 2004 con l’ingresso di ben 10 paesi non è mai stato del tutto digerito dalla crescente area euro-scettica e la gestione di molte materie richiedenti l’unanimità tra stati membri è diventata difficile.

Questo spiega la prudenza sul tema di molti leader, compreso Emmanuel Macron, il quale, pur non chiudendo la porta ai paesi balcanici, ha sottolineato l’esigenza di garantire la governabilità della macchina europea. Più aperta invece la posizione tedesca, la quale, considerata la grande influenza, potrebbe comunque prevalere. In ogni caso, è chiaro a tutti che la situazione non si sbloccherà tanto presto, né per i paesi più avanti nel processo di integrazione come Serbia e Montenegro, né in quelli affacciatisi più di recente come Albania e Macedonia del Nord.

E proprio quest’ultima rappresenta forse più di tutti i rischi di una mancata promessa. Dopo anni di chiusura, infatti, lo scorso anno il governo macedone ha risolto, di comune accordo con la Grecia, la storica disputa sul nome del paese, accettando di modificarlo nel nome di un riconoscimento internazionale pieno e legittimo. Tutto ciò avveniva sotto l’occhio vigile di Bruxelles che da anni tentava di mediare e considerava la questione come un passaggio fondamentale nel processo di adesione.

Per le giovani generazioni di macedoni che hanno creduto nel cambiamento e nei difficili passi avanti fatti nel piccolo paese ex jugoslavo arriva adesso l’ora della verità. Quanto a lungo potranno ancora credere alle promesse di prosperità implicite in un’adesione europea se non riceveranno risposte ai loro problemi?

Tutti questi paesi, spesso divisi da una storia difficile e dolorosa, sono accomunati dal desiderio di benessere e vedono nell’Europa la via più stabile per ottenerlo. Dovessero mancare però le condizioni per attuare l’integrazione europea, è facile pensare che le attenzioni virerebbero verso altri paesi interessati a mettere lo zampino a due passi dal cuore del continente. Se da una parte infatti l’influenza russa si fa sentire in tutta l’area ed in particolare in paesi come la Serbia, dall’altra non manca l’interesse turco.

La Turchia di Erdogan, a sua volta scottata in passato dalle sirene europee, non nasconde i propri intenti neo-ottomani nei confronti di un’area considerata a lungo come il giardino di casa.

Sullo sfondo agisce invece l’avversario geopolitico più minaccioso, la Cina. Pechino infatti, grazie alle sue ingenti risorse finanziarie, è riuscita ad aprirsi più di una breccia perfino all’interno di stati membri di lunga data e trova quindi pochi ostacoli nel crearsi spazi di manovra nei Balcani occidentali, area di attraversamento tra i “loro” porti in Grecia e la Mitteleuropa.

Quel che è certo è che fino a quando l’Unione Europea non riuscirà a superare la sua crisi di legittimità interna e non ci saranno le condizioni per ripristinare un rapporto di fiducia tra gli stati membri, difficilmente la questione potrà essere affrontata seriamente. Quello che non si sa è se per allora non sarà troppo tardi. Coniugare ragioni geopolitiche e consenso interno sembra sempre più difficile.