Il “sultano” Erdogan tende la mano al “faraone” Al Sisi

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La Turchia del “presidente-sultano” Recep Tayyip Erdogan tende la mano all’Egitto del “generale-faraone” Abdel Fatah Al Sisi e prova a cambiare gli equilibri di uno spazio geopolitico vitale per l’Italia: il cosiddetto Mediterraneo allargato. Da tempo Ankara e il Cairo si parlano dietro le quinte per mettersi d’accordo sui dossier più scottanti: dalla guerra in Libia allo sfruttamento delle risorse di gas sui fondali del Mare Nostrum, dalla sicurezza lungo le rotte del Mar Rosso fino alla maxi-diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo.

L’11 marzo, il ministro degli Affari Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, la “colomba” usata da Erdogan per stemperare le tensioni che lui stesso crea all’estero per motivi interni – calo di consensi in patria e necessità di distrarre l’opinione pubblica dalla crisi economica -, annuncia la ripresa delle relazioni con l’Egitto, anche nel campo della sicurezza e dell’intelligence. Il 14 marzo, il collega egiziano Sameh Shoukry conferma in parlamento che il Cairo è disposto a “un cambiamento reale” nella politica nei confronti della Turchia, pur chiedendo ad Ankara dei passi avanti concreti e di inviare segnali di rottura rispetto al passato.

Le dieci richieste dell’Egitto

Come riportato dall’Agenzia Nova, l’Egitto avrebbe informalmente posto dieci condizioni alla Turchia per normalizzare le relazioni interrotte nel 2013. Alcune richieste suonano come volutamente provocatorie, la pretesa di arrivare a un accordo con Grecia e Cipro è francamente irrealistica. Ma altre istanze, come la fine della propaganda mediatica anti-egiziana e il ritiro dei mercenari dalla Libia, sembrano più realistiche e coerenti con alcuni recenti accadimenti, come la partenza di alcuni giornalisti da Istanbul e di un gruppo di mercenari dalla Libia. Le dieci richieste, pubblicate su Facebook dal direttore del quotidiano filo-governativo Al Watan, sono le seguenti:

Infografica di Alberto Bellotto

La partita dell’energia

L’East Mediterranean Gas forum (Emgf) è un’organizzazione internazionale tesa a sfruttare le risorse energetiche del Mestierante Orientale e che annovera l’Italia tra i Paesi fondatori. Di fatto, si tratta di una alternativa al TurkStream, il gasdotto russo-turco (già Turkish Stream) erede del South Stream che doveva arrivare in Italia. Il fulcro dell’Emfg è l’Egitto e l’Egitto è al tempo stesso l’anima dell’Emfg. Non solo perché il segretariato generale dell’organizzazione ha sede al Cairo. L’intera iniziativa ruota infatti attorno agli impianti di rigassificazione sulla costa egiziana, seguendo l’idea che l’Egitto possa fungere da hub per il commercio di energia verso l’Europa. Ma i recenti segnali di distensione verso la Turchia potrebbero modificare almeno in parte questo disegno.

A fine febbraio, l’Egitto ha pubblicato la mappa di una gara d’appalto per la ricerca di idrocarburi offshore che includeva un blocco esplorativo a est del 28esimo parallelo: un assist alla Turchia e uno smacco per la Grecia, perché questa fascia di mare coinvolge anche la zona contesa di (Catelrosso) Kastellorizo. Dopo le proteste di Atene, Il Cairo ha poi modificato la mappa, ma lo schema degli egiziani segue comunque i contorni della “Mavi Vatan” turca (la mega Zona economica esclusiva che includerebbe porzioni di mare di Cipro e Grecia), pur senza riconoscerla.

Perché? Come scrive Marco Florian su Cybernaua.it, l’Egitto potrebbe essere interessato a vendere Gnl alla Turchia. “L’Egitto possiede infatti gli unici due impianti Gnl del Mediterraneo Orientale, mentre Ankara possiede la maggior capacità di rigassificazione della regione, ed importanti infrastrutture (pipelines) sia per il mercato interno che per quello europeo. Un affare miliardario insomma. Vale anche la pena di ricordare che la Turchia è comunque il terzo mercato export per l’Egitto (Italia prima) e che questo, insieme al recente disgelo fra Egitto e Qatar, è un viatico ulteriore a rapporti meno tesi fra il Cairo ed Ankara”.

Si ricompatta l’Islam sunnita

L’avvicinamento Turchia-Egitto rientra, a ben vedere, in un più ampio e recente riassetto geopolitico. L’insediamento della nuova amministrazione guidata da Joe Biden ha accelerato dinamica già in atto da ultimi mesi, ovvero la ricomposizione della frattura all’interno dell’Islam sunnita: da una parte Turchia e Qatar, sostenitori della Fratellanza musulmana al governo in Marocco, in Tunisia e nella parte occidentale della Libia; dall’altra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed alleati minori come il Bahrein e la Cirenaica del generale Khalifa Haftar. I segnali di questo riavvicinamento sono numerosi e fin troppi evidenti:

Un ricompattamento probabilmente figlio del timore che Biden possa rilanciare il dialogo con l’Iran, nel tentativo di fermare il programma di arricchimento dell’uranio di Teheran ed arrivare alla reintegrazione della Repubblica degli Ayatollah nella comunità internazionale. Una tendenza che corrisponde con un raffreddamento delle neonate relazioni tra Emirati Arabi Uniti e Israele. Non è sfuggito agli osservatori più attenti, infatti, che il 17 marzo Abu Dhabi abbia respinto – per la quarta volta di fila – il tentativo del premier israeliano Benjamin Netanyahu di recarsi in visita nel Paese arabo. Lo scacchiere geopolitico, dunque, è in pieno “riassestamento” post-Trump e la Turchia sta muovendo i suoi pedoni in un quadrante dove anche l’Italia ha forti interessi.