Anche nei momenti più difficili sia sul campo che a livello diplomatico, l’Italia ha sempre potuto contare su un uomo d’affari di Misurata capace di mostrare all’occorrenza il suo volto moderato o la sua vicinanza ai Fratelli musulmani. E capace, soprattutto, di parlare italiano e di saper bussare alle porte delle stanze che più contano, a Roma come a Tripoli. Il riferimento è ad Ahmed Maitig, vice di Al Sarraj e punto di riferimento diplomatico per il nostro Paese. Il fatto che negli ultimi giorni Maitig sia stato visto in altre stanze di un’altra capitale, ossia quella francese, per l’Italia non è affatto un buon segno.

Tripoli irritata nei confronti di Roma

C’è un passaggio che sfugge a molti, anche nella stessa capitale libica: l’Italia è da sempre stata in prima linea nel sostenere l’esecutivo di Al Sarraj, anche nei momenti in cui quest’ultimo più volte è sembrato sul punto di cadere. A Misurata, esposti alle bombe dell’aviazione di Haftar, il nostro Paese ha 300 uomini, il tricolore è l’unica bandiera di un paese occidentale a sventolare in una rappresentanza diplomatica in quel di Tripoli, negli ultimi giorni una coccarda tricolore era ben evidente in un’ala di un drone abbattuto a Tarhouna, uno dei fronti più delicati della guerra tra Al Sarraj ed Haftar. Perché, ed è questo il punto di domanda, proprio adesso tanti tentennamenti?

I libici, come più volte detto in altre occasioni, sono sempre ben attenti a quanto accade nell’altra sponda del Mediterraneo. E negli ultimi giorni hanno notato un “principio di incendio” nei rapporti con Roma ben più grave di quello che ha fatto precipitare il nostro drone nel deserto. Prima i tentennamenti sul memorandum, rinnovato poi tacitamente il 2 novembre scorso pur se con delle richieste di modifica che sul piano politico hanno innescato già alcune irritazioni da parte del governo di Al Sarraj. In particolare, non è andata giù l’accusa sulle condizioni dei centri per migranti: “Se vogliono miglioramenti, ci diano più soldi”, hanno fatto sapere tra i corridoi diplomatici alcuni membri dell’amministrazione tripolina. Su La Stampa invece, Francesco Semprini ha riportato una frase di alcune fonti libiche che hanno spiegato il perché dell’irritazione sul caso del memorandum: “Delle migliaia di morti e delle decine di migliaia di sfollati libici causati dalla guerra voi italiani non vi siete mai preoccupati”.

Ma l’ultima vera goccia che potrebbe far vacillare definitivamente il vaso sta riguardando in queste ore quanto accaduto a Washington la scorsa settimana. In occasione del Security Dialogue, dove erano presenti molti rappresentanti delle diplomazie sia occidentali che del mondo arabo, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non ha incontrato la delegazione libica Il titolare della Farnesina, è l’impressione rimbalzata a Tripoli, ha snobbato i libici. Il fatto che il massimo rappresentante della diplomazia italiana non si sia occupato del dossier inerente la Libia, pur avendo a pochi metri di distanza sia l’omologo tripolino Mohamed Siala che il ministro dell’interno Fathi Pashaga, è stato percepito nell’altra sponda del Mediterraneo come una vera e propria presa di distanze. Ed ecco dunque che da Tripoli, pochi giorni dopo, è decollato alla volta di Parigi l’aereo con a bordo Ahmed Maitig. Un segnale di come, nonostante quanto costruito in questi anni con Roma ed i dissidi verso quei francesi che sottobanco hanno continuato ad appoggiare Haftar, adesso il governo libico sta guardando alla Francia. E per l’Italia questo potrebbe rappresentare un vero allarme rosso.

Le Nazioni Unite: “Manca una strategia”

Come si può spiegare quindi la schizofrenia italiana di queste ultime settimane? Sul campo Roma c’è, lo si è visto l’altro giorno con l’episodio del drone, così come anche a livello diplomatico gli sforzi continuano. A mancare è una chiara visione a lungo termine sotto il profilo politico. Non proprio una novità: già in passato, sulla Libia come su altri dossier, l’Italia ha dimostrato capacità di reazione quando i propri interessi erano messi seriamente a rischio, ma una totale mancanza di lucidità sulle strategie a lungo termine. Adesso a dirlo sono anche alcune fonti delle Nazioni Unite.

A Francesco Semprini, corrispondente da New York del quotidiano torinese, dal palazzo di Vetro hanno riferito le proprie sensazioni sull’attuale posizione italiana: “Gli sforzi diplomatici continuano – hanno dichiarato fonti dell’Onu – ma sono minati da una mancanza di strategia della politica che spesso si limita a trattare le questioni e gli interlocutori libici ad personam, e da un’attività di intelligence ridotta rispetto al passato”. Parole arrivate da un organismo teoricamente imparziale, che fino allo scorso anno ha condiviso con l’Italia un piano, poi naufragato con l’inizio dell’offensiva di Tripoli, per ridare stabilità alla Libia. A mancare dunque è una strategia ed una visione più chiara sul lungo termine. E ad accorgersene, dopo gli ultimi segnali, dovrebbe essere adesso in primo luogo l’attuale governo. Prima che, ancora una volta, si intervenga quando già è troppo tardi.