Nella giornata del 6 gennaio, in occasione dell’arrivo a Khartoum di Steven Mnuchin, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, il governo sudanese ha aderito ufficialmente agli accordi di Abramo. Convincere il Sudan a partecipare alla rivoluzione diplomatica che sta riscrivendo la divisione del potere nell’area Medio Oriente e Nord Africa era estremamente importante per l’amministrazione Trump: l’inglobamento del Paese nell’orbita israeliana, e a latere occidentale, è fondamentale ai fini del contenimento multiplo di potenze ostili come Iran, Cina e Russia.

La firma

L’adesione del Sudan agli accordi di Abramo è stata convalidata dal ministro della giustizia Nasreldin Abdelbari nel corso della bilaterale con Steven Mnuchin, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, avvenuta a Khartoum nella giornata del 6 gennaio. La partecipazione allo schema diplomatico era propedeutica alla rimozione di Khartoum dall’elenco dei Paesi-sponsor del terrorismo del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e allo sblocco di investimenti e aiuti umanitari da parte della Casa Bianca.

Una volta firmati gli accordi, Mnuchin ha illustrato ad Abdalla Hamdok, primo ministro sudanese, il modo in cui Washington ha intenzione di favorire la crescita e la prosperità di Khartoum: cancellazione del debito estero, investimenti, aiuti allo sviluppo, prestiti. La questione del debito estero è particolarmente rilevante alla luce del suo peso: circa un miliardo e trecento milioni di dollari da restituire alla Banca Mondiale. Da ora in avanti, però, quella cifra cesserà di essere un problema: Mnuchin e Hamdok hanno siglato un memorandum di intesa che prevede l’erogazione di un prestito-ponte da parte statunitense, dell’entità esatta del debito maturato, con cui Khartoum potrà chiudere il proprio conto con la Banca Mondiale.

La centralità del Sudan

Accettare la normalizzazione con Israele si rivelerà profittevole sotto ogni punto di vista per il Sudan: supporto economico dagli Stati Uniti, avvicinamento diplomatico al resto del mondo arabo, accesso al mercato israeliano, accrescimento del proprio ruolo geostrategico. Sullo sfondo degli aiuti allettanti provenienti da Washington, il governo sudanese ha recentemente ottenuto, ad esempio, di poter utilizzare i porti egiziani per potenziare il proprio import-export.

L’integrazione di Khartoum nella sfera di influenza occidentale è egualmente importante per Israele, che sfrutterà lo spazio d’azione in chiave anti-iraniana e antiturca, e Washington, alla luce della crescente esposizione di Pechino e Mosca nell’Africa orientale.

Gli accordi di Abramo, infatti, pur essendo figli di un tempo preciso – la necessità storica di un riallineamento diplomatico e geopolitico tra Israele e le potenze del mondo arabo in chiave anti-iraniana e, a latere, anti-turca –, nel medio e lungo termine potrebbero rivelarsi uno strumento utile anche per un altro scopo prioritario dell’agenda estera degli Stati Uniti: il contrasto dei piani egemonici della Cina per l’Eurafrasia, ovvero la Nuova Via della Seta.

L’amministrazione Trump, a quest’ultimo proposito, ha legato le sollecitazioni ad Israele per limitare l’esposizione del capitale cinese nei suoi porti e nelle sue infrastrutture strategiche a pressioni di vario tipo su Arabia SauditaSudan e Oman – tre Paesi accomunati da un elemento: controllano alcuni dei passaggi fondamentali della cosiddetta “collana di perle“ (String of Pearls), termine coniato negli ambienti geopolitici statunitensi in riferimento alle presunte aspirazioni egemoniche di natura commerciale di Pechino nell’area Mar Rosso–Oceano Indiano.

Le attenzioni cinesi su Gibuti, un minuscolo e apparentemente irrilevante stato incuneato tra Etiopia, Eritrea e Somalia e prospiciente sullo Yemen, si inquadrano in questo contesto di controllo vitale dei punti strategici del commercio mondiale. Non è una coincidenza che il porto del micro-stato sia dal 2013 controllato in maniera informale dalla China Merchants Port Holdings: Gibuti è il capolinea in cui termina una parte della corsa ed è anche la prima fermata verso il Mar Mediterraneo.

L’importanza del Sudan, uno dei Paesi che ha subito le maggiori pressioni dall’amministrazione Trump per aggregarsi allo schema di Abramo, è data dalla vicinanza geografica a questo micro-stato: dopo Gibuti, infatti, si trovano Porto Sudan, Gedda, Hurghada, Eilat, Suez e, in ultima posizione, Porto Said, ossia il Mar Mediterraneo.

L’unico modo per impedire l’estensione della Nuova Via della Seta dall’Asia all’Africa, che si appresta a diventare il cuore dell’economia mondiale di domani, è la costituzione di una forza di interposizione nella regione che separa e unisce al tempo stesso i due continenti, l’area Mena. A questo proposito è estremamente eloquente il fatto che i firmatari degli accordi di Abramo abbiano già avviato i lavori per unificare i propri mercati attraverso collegamenti marittimi, autostradali, aerei e ferroviari; e non dovrà destare sorpresa se opteranno per chiuderli al capitale cinese e/o se tenteranno di utilizzare la loro influenza nel vicinato geografico asiatico e africano per contrastare i disegni egemonici di Pechino.

Le prossime mosse della dirigenza sudanese, sia nei confronti della Russia che della Cina, saranno estremamente importanti e da leggere e interpretare con accuratezza, perché non è – e non è mai stata – una semplice questione legata all’esigenza di contrastare l’espansionismo iraniano.

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