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Il sovranismo secondo Mario Draghi. Dal punto di vista politologico, le speculazioni intorno ad un concetto così moderno e così frainteso hanno contribuito a relegare il sovranismo al fianco del becerume ideologico. Ma sebbene in una buona fetta di mondo non si faccia altro che parlare di inclusione, di progressismo, di “open borders”, pochi altri momenti della storia recente sono stati caratterizzati da agende politiche sovraniste come quello che stiamo vivendo. Ciò che è mancato ai leader politici italiani per poter guidare un serio fronte sovranista è il carattere. L’autorevolezza. La preparazione. La stazza. E, non ultimo, il coraggio di porsi al di sopra delle contingenze elettorali.

Tutto ciò che, bontà sua, rientra nel portfolio di Mario Draghi, senza ombra di dubbio il Presidente del Consiglio più “sovranista” dai tempi di Berlusconi. La sua “fortuna” è certamente quella di essere stato nominato, e non eletto. Ma da quando ha messo piede a Palazzo Chigi ha restituito all’Italia un volto credibile agli occhi dei potenti della Terra, parlando, scrivendo e agendo come un sovranista della prima ora. Perché se alcune delle istanze che sta portando avanti fossero state articolate da un Matteo Salvini o da una Giorgia Meloni, qualche talebano del politicamente corretto avrebbe certamente parlato di “politica di potenza” italiana.

Il blocco dell’export sui vaccini

A meno di 100 giorni dal suo insediamento, Draghi è stato l’unico leader europeo a bloccare l’export extra-Ue di lotti di vaccini anti-Covid prodotti all’interno dell’Unione europea. È successo lo scorso marzo, quando 250mila fiale di siero AstraZeneca impilate nello stabilimento della Catalent di Anagni (FR) per conto dell’azienda anglo-svedese sono state bloccate dall’Italia e redistribuite all’interno dell’Unione, facendo leva per la prima volta sul Meccanismo di controllo dell’export lanciato dalla Commissione Ue il 30 gennaio.

L’uso del golden power

È stato fino ad ora uno dei più ferventi sostenitori del golden power, attraverso il quale ha impedito la vendita del 70% di una azienda italiana, la Lpe di Baranzate, ad un colosso cinese: lo Shenzen Invenland holdings. Questo perché il Dragone stava per mettere le mani su un fiore all’occhiello italiano che nel milanese sviluppa reattori epitassiali usati per la produzione di semiconduttori. Per i profani, i semiconduttori sono il futuro. Si tratta di elementi grandi miliardesimi di metro attorno a cui ruota una buona parte dell’industria degli smartphone, dei tablet, dei laptot, ma pure dell’industria della difesa e delle automobili elettriche. Ecco perché, su spinta del Mise guidato da Giancarlo Giorgetti, il governo Draghi si è spinto ben oltre l’esercizio dei poteri speciali ed ha respinto con perdite l’assalto cinese ponendo il veto sull’operazione. Tra l’altro, il governo Draghi aveva già fatto leva di recente sul golden power per imporre prescrizioni sui contratti di fornitura di tecnologia 5G ad aziende come Linkem e Fastweb da parte dei giganti cinesi Zte e Huawei.

L’azione in politica estera

Ha scelto la Libia come primo viaggio all’estero da presidente del Consiglio, per riaffermare la centralità dell’Italia nel Mediterraneo e allo stesso tempo commissariare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sui principali dossier di politica estera, gli unici capaci di rendere il nostro Paese credibile nel consesso internazionale. Allo stesso tempo, chiamare Erdogan “dittatore” senza doversi cospargere il capo di cenere, avrà anche scatenato un terremoto dal punto di vista diplomatico, ma ha permesso all’Italia di inviare un messaggio chiaro: siamo un partner (quando conviene), non uno stato vassallo.

La voce grossa con l’Europa

Nelle trattative con Bruxelles sulla composizione del PNRR, Draghi ha messo in campo tutto il suo potere persuasivo per affermare dei principi che in pochi prima di lui erano riusciti ad utilizzare nella dialettica con l’Ue: “Per l’Italia ci vuole rispetto”. Un concetto basilare, espresso al telefono, due volte, al Presidente della Commissione Ue Ursula von Der Leyen. Respingendo lo scetticismo dell’Europa sulle capacità italiane di riformare la giustizia, contrastare il lavoro nero, snellire la burocrazia e fare tutto questo in tempi ragionevoli, Draghi si è posto come garante, trasformandosi in sostanza nel profilo “indispensabile” della politica interna italiana del prossimo futuro.

La luna di miele con la stampa internazionale

La stampa internazionale è tutta con Draghi e, di riflesso, con l’immagine di un’Italia finalmente efficace: dal New York Times che parla del nostro Paese come di “un attore importante nel Vecchio Continente, come non lo era da decenni”. Persino il Financial Times, in passato molto critico con il nostro Paese ha attribuito all’Italia il ruolo di “modello” in Europa, a differenza del “delinquente giovanile” internazionale per l’incapacità di risolvere problemi strutturali come deficit e debito. La solidità politica, in questo senso, non mette al riparo l’Italia dalle concessioni (i 27,7 miliardi del Recovery da destinare a “coesione e inclusione” sono un regalo al fronte liberal-progressista), ma certamente espone molto meno il nostro Paese agli attacchi di carattere finanziario, ai ricatti sulle priorità dell’agenda politica, alla timidezza in sede internazionale.

La presa di coscienza contro il rigore

Ultimo, ma non certo in ordine di importanza: Draghi è in grado di portare avanti tesi che in bocca ai sovranisti “tradizionali” avrebbero scatenato interminabili bagarre: nella sua premessa al PNRR, il premier scrive: “Dietro la difficoltà dell’economia italiana di tenere il passo con gli altri paesi avanzati europei e di correggere i suoi squilibri sociali ed ambientali, c’è l’andamento della produttività, molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuita del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo”. Cos’è successo in questo lasso di tempo. Semplice: è stato introdotto l’euro. Un passaggio che desta scalpore se riconosciuto da un ex Presidente della Banca Centrale Europea e uno dei firmatari della famosa lettera Trichet-Draghi del 2011 con cui di fatto si pensionava l’ultimo governo Berlusconi. Trovandosi dall’altro lato della barricata, il premier ha imparato a capire che la linea del rigore nei confronti dell’Italia non può pagare, e che non tutti i diktat di Bruxelles possono essere presi come oro colato.