Il Somaliland e l’assedio delle grandi potenze

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Politica /

Nell’estremo nord della Somalia si estende una regione dove l’asfalto si deteriora sotto il sole cocente e i confini sussistono unicamente nella concezione di chi li traccia da una prospettiva remota: il Somaliland. Non corrisponde a uno Stato nel senso convenzionale, privo di rappresentanza alle Nazioni Unite e di riconoscimento formale nei consessi internazionali, ma forma una realtà più dinamica di molte repubbliche ufficialmente riconosciute e, forse proprio per tale ragione, intrinsecamente più esposta.

A partire dalla fine degli anni Ottanta, Hargeisa, capitale della regione settentrionale della Somalia precedentemente nota come Somaliland britannico, e i suoi residenti hanno sopportato l’eredità tossica di un capitolo storico intriso di sangue, sabbia e silenzi. Tutto ebbe inizio nel 1981, quando gli abitanti del nord, una regione che aveva scelto di unirsi alla Somalia italiana nel 1960 dopo decenni di amministrazione britannica ma che si trovava a subire una crescente emarginazione economica, politica e sociale sotto il regime dittatoriale di Mohammed Siad Barre, si ribellarono. Il regime di Siad Barre, salito al potere con un colpo di stato nel 1969 e noto per la sua centralizzazione del potere, la repressione del dissenso e le politiche discriminatorie a favore dei clan del sud, reagì alla ribellione del Movimento Nazionale Somalo (SNM), un gruppo di opposizione armata composto principalmente da membri del clan Isaaq, con una brutalità inaudita. La reazione governativa si trasformò in una pianificata campagna di violenza contro la popolazione civile Isaaq tra il 1987 e il 1989, culminando nel genocidio degli Isaaq, un crimine che causò la morte di decine di migliaia, se non centinaia di migliaia, di persone e la distruzione di città come Hargeisa, che fu pesantemente bombardata dalle forze governative. Eppure, in mezzo a quelle macerie, con Hargeisa ridotta in gran parte a rovine, nacque un’idea tenace della creazione di uno Stato nuovo e libero, il Somaliland, con una sua capitale, le sue istituzioni e le sue elezioni, come risposta al sanguinario regime di Siad Barre e al desiderio di autodeterminazione dopo anni di oppressione e violenza.

Oggi il Somaliland non è solo un popolo che lotta per vedere riconosciuta la propria autonomia, ma una comunità intrappolata in una partita più grande di lei, schiacciata tra le ambizioni delle potenze regionali e i giochi di potere mondiali. L’ultimo capitolo di questa storia si è scritto a gennaio 2024, quando l’Etiopia, desiderosa di uno sbocco marittimo dopo aver perso l’accesso al Mar Rosso, ha sottoscritto un memorandum d’intesa con Hargeisa, ottenendo in cambio un corridoio commerciale verso il porto di Berbera. Una stretta di mano che ha generato ripercussioni importanti a livello governativo.

A Mogadiscio, il governo federale ha interpretato quell’accordo come un tradimento, un affronto all’unità somala, oltre che un precedente pericoloso per la sua integrità territoriale. Al Cairo, il patto è stato letto come una diretta provocazione da parte di Addis Abeba, in piena crisi diplomatica per la diga del GERD (Grande Diga Etiope del Rinascimento) sono tutt’altro che risolte. Di conseguenza, mentre l’Etiopia cerca uno sbocco marittimo e un futuro di crescita, Egitto e Somalia hanno stretto un’alleanza militare. Verso la metà del 2024, soldati egiziani hanno fatto il loro ingresso nel Corno d’Africa, ufficialmente per attività di “addestramento”, ma con la sottintesa intenzione di esercitare pressione sulla situazione. L’ultima mossa in una guerra che si combatte già, anche se in punta di piedi, a colpi di presenza militare, accordi sottobanco e pressioni strategiche.

In questo labirinto diplomatico complesso, gli attori coinvolti aumentano progressivamente. La Turchia, adottando una strategia diplomatica discreta e perseguendo le proprie ambizioni post-ottomane, si è proposta come mediatore tra Addis Abeba e Mogadiscio, ospitando i contendenti ad Ankara lo scorso dicembre. Tuttavia, al di sotto della calma apparente dei negoziati, le tensioni rimangono latenti. Qualora il Sudan dovesse precipitare ulteriormente nel caos, come molti temono, il Somaliland potrebbe innescare una reazione a catena regionale di più ampie proporzioni.

E poi c’è Israele. Secondo fonti vicine all’intelligence regionale, Tel Aviv ha siglato accordi riservati con Hargeisa per la fornitura di sistemi di sorveglianza avanzati, gli stessi impiegati nei Territori palestinesi occupati, e programmi di addestramento per le forze locali. L’obiettivo? Trasformare il Somaliland in una piattaforma operativa contro l’Iran, un occhio elettronico puntato sullo stretto di Bab el-Mandeb. E forse qualcosa di più, come una futura base militare da cui far decollare i jet F-35 in missioni che potrebbero, un giorno, lambire i reattori nucleari iraniani di Bouchehr, passando silenziosamente sul Mar Rosso, senza chiedere permesso ai vicini arabi.

In perfetta sincronia, il Regno Unito, ex potenza coloniale, non resta a guardare. Londra non dispiega forze militari, ma delinea strategie attraverso investimenti mirati e una diplomazia poco trasparente. Mediante società offshore finanziate con riservatezza, sostiene l’esplorazione petrolifera nelle acque costiere somale e orchestra manovre per legittimare la secessione del Somaliland all’interno del Commonwealth, un’organizzazione intergovernativa di 56 stati indipendenti e sovrani, la maggior parte dei quali con un passato legame storico con l’Impero Britannico.  Il tutto, mentre promuove la narrazione di una missione “democratica”, nascondendo a malapena l’intenzione di ripristinare antichi legami coloniali.

Così, giorno dopo giorno, il Somaliland scivola nel ruolo di pedina più che di attore protagonista, un territorio su cui si proiettano ambizioni esterne volte a trasformarlo in uno Stato cuscinetto, analogamente al Rojava siriano, con l’obiettivo di indebolire la coesione della Somalia e di contenere l’espansione dell’influenza turca, egiziana o iraniana nella regione. Ma  il costo di questa strategia grava interamente sulle spalle degli abitanti di Hargeisa, Berbera e Burao, persone che non aspirano allo scontro ma si ritrovano costantemente al centro della tempesta geopolitica.

Nel frattempo, venti di guerra si propagano anche dallo Yemen. Gli Houthi, gruppo armato sciita sostenuto dall’Iran, hanno intensificato gli attacchi alle rotte commerciali del Mar Rosso in segno di solidarietà con Hamas. Droni si levano in volo dalla costa yemenita, ma la reazione giunge dal cielo, con la Quinta Flotta statunitense che nel marzo 2025, ha avviato una nuova campagna di bombardamenti con l’obiettivo dichiarato di smantellare postazioni Houthi con precisione chirurgica, almeno secondo quanto riportato dai comunicati stampa.

Con un interesse geopolitico ben definito, anche gli Stati Uniti si posizionano attivamente nella contesa per l’influenza sul territorio del Somaliland. L’aspirazione primaria della politica estera del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, è stata il conseguimento del riconoscimento internazionale per il territorio che ha dichiarato la propria indipendenza nel 1991, senza che ad oggi alcuno stato lo abbia formalmente riconosciuto come sovrano. Inaspettatamente, verso la fine dell’anno precedente alla sua entrata in carica alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha manifestato l’intenzione di concedere un riconoscimento ufficiale al Somaliland, designando Washington come la prima capitale straniera a compiere tale passo. Per questa piccola nazione isolata sulla scena internazionale, la prospettiva di una stabile presenza militare statunitense, capace di proteggere lo stato dell’Africa orientale dalla persistente instabilità somala, rappresenta indubbiamente un’opportunità estremamente allettante, specialmente in virtù della sua potenziale associazione con il riconoscimento della sovranità da parte di una potenza internazionale di primaria importanza.

Con l’assenso del Somaliland, l’amministrazione statunitense potrebbe contemplare l’utilizzo del paese come sito di trasferimento per i palestinesi allontanati da Gaza, inquadrato in un piano utopistico volto a trasformare Gaza in una località turistica e a dislocarne la popolazione. Ma dal punto di vista di Washington, l’accordo genererebbe benefici che vanno oltre la semplice creazione di un’area di reinsediamento per i palestinesi, espropriati per favorire lo sviluppo di residenze di lusso americane e israeliane.  La rilevante collocazione geografica del Somaliland sul Mar Rosso lo renderebbe una base operativa privilegiata per interventi nello Yemen e assicurerebbe agli Stati Uniti un inedito e cruciale punto di appoggio nel Corno d’Africa, in una fase caratterizzata da una rapida espulsione di forze militari straniere dai paesi del continente.

Politici e analisti sembrano dimenticare, però, che la regione non è vuota. Non è in attesa di essere colonizzata dalle ambizioni altrui secondo le logiche di chi ha più potere. È un territorio con una memoria e un orgoglio. Ha vissuto il trauma della pulizia etnica, ha sopportato l’indifferenza della comunità internazionale, e oggi rischia di essere nuovamente inghiottito dalla violenza, questa volta per motivi che nulla hanno a che fare con la sua storia.

Il Somaliland si trova intrappolato in un pericoloso paradosso. Quanto più intensamente persegue il riconoscimento internazionale, tanto più diventa vulnerabile allo sfruttamento geopolitico. La sua battaglia per l’emancipazione rischia amaramente di trasformarlo nello strumento perfetto per calcoli di potere altrui, con costi potenzialmente devastanti per la sua popolazione. Qualora le strategie occidentali dovessero rivelarsi fallimentari, qualora uno solo degli intricati equilibri regionali venisse meno, sarebbe ancora una volta la gente di Hargeisa a sanguinare. In silenzio, come sempre.