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“Vogliono integrare un Paese che non è sovrano. Non sappiamo dove siano i confini orientali di questo Paese né quanto sia esteso il suo territorio. Non conosciamo la dimensione della sua popolazione. Non può mantenersi da solo. È mantenuto dagli Stati Uniti e da noi e chiede a noi, anzi all’UE, di assumerci la responsabilità per lunghi decenni di sostenere un suo esercito di un milione di soldati con i soldi degli europei”. Più un pericolo per l’economia ungherese e un salasso per le famiglie a cui la guerra è già costata, secondo le affermazioni dei portavoce di Fidesz, il partito di Governo, 6.500 euro ciascuna. Questa, nelle parole di Viktor Orban, è l’Ucraina che chiede di entrare a far parte dell’Unione Europea, con l’appoggio di quelli che il premier ungherese definisce come “i burocrati di Bruxelles e i loro delegati in Ungheria”. Un’iniziativa che va fermata subito, prima che sia troppo tardi. Perché “il destino dell’Ungheria può essere deciso solo dagli ungheresi” e perché “non possono decidere sulle nostre teste”, come recitano i due slogan più diffusi della campagna.

Per questo il leader ungherese, certo non nuovo a iniziative clamorose come questa o anche più clamorose (chi non ricorda i suoi viaggi a Mosca e Pechino, all’inizio del semestre ungherese di presidenza della Ue), ha varato una specie di consultazione popolare impropriamente chiamata referendum, per ottenere dai cittadini l’imprimatur sulla sua opposizione al dialogo tra Ue e Ucraina. L’iniziativa si chiama Voks 2025 e consiste in una mail inviata a ciascun ungherese durante il mese di aprile per chiedere un sì o un no alle ambizioni europee degli ucraini. Naturalmente Orban si premura di dare, attraverso una lettera acclusa alla stessa mail, una serie di indicazioni in base alle quali il no dovrebbe apparire come la scelta più normale e naturale. Una cosa, insomma, che neanche a parlarne.

La sfida di Tisza

L’esito del “referendum” è piuttosto scontato. Non è la prima volta che Orban fa ricorso a questo strumento per appellarsi alla reale o presunta volontà degli ungheresi. Nelle occasioni precedenti i risultati sono stati modesti. Le iniziative tipo Voks 2025 hanno ottenuto, in media, un 16% di redemption, cioè di risposte da parte degli interpellati. E in altre occasioni, per esempio nel 2022, quando con quattro referendum veri e propri si trattò di decidere sulla cosiddetta “propaganda gay” e sulle questioni di genere, nessuno dei quesiti ottenne il quorum necessario.

Tutto questo non ha molta importanza per Orban, al quale preme soprattutto poter dire che la gente appoggia la sua politica. Sia nei confronti di Bruxelles, con cui resta in polemica permanente a dispetto dei Paesi che vorrebbero togliere all’Ungheria il diritto di voto in sede Ue, sia nei confronti dell’opposizione interna. È questo, forse, il fronte più delicato per Orban. Nel 2026 sono previste le elezioni politiche e il partito di opposizione Tisza (Partito del rispetto e della Libertà) è per ora dato in lieve vantaggio su Fidesz. Inutile dire che il leader di Tisza, Péter Magyar, è assolutamente favorevole all’ingresso accelerato dell’Ucraina nella Ue.

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