Se si passeggia per Asmara, è possibile imbattersi in un bar che “promette” di servire un vero e proprio caffè italiano. Una promesse spesso in effetti mantenuta. Quello dell’espresso è un rito che gli italiani hanno impresso tra gli eritrei ed è sopravvissuto anche nell’era post coloniale. Ma da qualche anno a questa parte inizia ad esserci qualche problema: “Le macchine del caffè dall’Italia non le importiamo più – fa presente su InsideOver Natnael, giovane eritreo arrivato nel nostro Paese alcuni anni fa – quelle che ancora funzionano fanno il miglior espresso d’Africa, ma quando verranno messe nei magazzini perderemo questa tradizione”. Una testimonianza che ben fa comprendere le gioie e i dolori del “made in Italy” in questo momento: da un lato la cucina, così come la moda, è uno dei nostri più potenti mezzi di Soft Power nelle ex colonie e nel mondo, dall’altro questa opportunità però rischia di incontrare non poche difficoltà a lungo termine.

Il Soft Power della cucina

La nostra cucina è forse la più apprezzata al mondo. Vale sia per il modo di intendere la tavola da parte degli italiani, visto come un momento di convivialità emblema della “bella vita” nel bel Paese, sia per i gusti e i sapori trasmessi dalle nostre pietanze preferite. Quando all’estero si pensa all’Italia, è impossibile non fare riferimento al mondo culinario italiano. Questo permette almeno due vantaggi. Da un lato c’è un discorso prettamente economico: i nostri prodotti, essendo molto richiesti nel mondo, vengono quindi esportati. Molte aziende italiane impegnate nell’alimentare vedono aumentare i propri fatturati grazie soprattutto all’export verso gli altri continenti. L’altro vantaggio ha natura meramente politica: l’Italia ha da offrire una cucina in grado di diventare un asso nella manica in termini di Soft Power. Ovunque si viaggia nel mondo, è possibile trovare un ristorante che serve in tavola prodotti italiani. Questo fa sì che in tutte le più importanti città del mondo sia presente un richiamo al tricolore o all’italianità. Vale per le capitali europee, così come per quei luoghi in Africa passati dalla colonizzazione italiana. L’esempio di Asmara è calzante: qui ancora oggi, tra i vicoli di un centro storico non a caso identificato con l’appellativo di “piccola Roma”, molti ristoratori servono gli spaghetti e la pasta al fianco dei piatti tradizionali.

Nel 2019, l’ultimo anno prima della pandemia, l’export agroalimentare per l’Italia ha avuto un valore di 41 miliardi di Euro. I vini da soli hanno rappresentato una quota di quasi 7 miliardi di Euro, con le aziende del settore in grado di competere con i rivali francesi. Pasta, pane e farinacei hanno generato quasi 4 miliardi di Euro di fatturato, un mercato che appare sempre più in espansione. Puntare su questo settore per l’Italia è importante. Due le parole d’ordine: esportare e far conoscere. Esportare per produrre un sempre maggior indotto nel settore, far conoscere per sfruttare fino in fondo le potenzialità del Soft Power della cucina. Occorre però fare in fretta: senza la spinta di una precisa agenda politica, la concorrenza potrebbe ben presto farsi sotto. In poche parole, sapere di aver ereditato tradizioni secolari non è sufficiente.

Le potenzialità del Made in Italy nella moda

Nelle classifiche annuali stilate sull’incidenza del Soft Power a livello globale, l’Italia è mediamente tra le prime 15 posizioni. Un ranking piuttosto elevato, che l’agenzia Portland, una delle più accreditate per queste speciali classifiche, giustifica così: “La posizione dell’Italia di superpotenza culturale – si legge – e i suoi gradimenti costantemente forti, un riflesso dell’onnipresenza globale della cucina italiana e dei suoi iconici marchi di lusso di fama internazionale, significano che il punteggio del Paese può scrollarsi di dosso una classifica debole in molti altri sottoindici”. Cucina e moda dunque trascinano l’influenza culturale italiana nel mondo. Il made in Italy un particolare ha un valore fondamentale. Milano, assieme a Parigi, New York e Londra, viene considerata tra le quattro capitali internazionali del mondo della moda. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, i marchi della penisola si sono conquistati spazio e fama.

Così come per la cucina, anche per questo settore valgono principalmente due argomentazioni: una economica e una politica. Al fianco infatti di fatturati in crescita da parte delle nostre aziende, vi è un riflesso politico non indifferente. Eventi sportivi e mondani internazionali hanno sempre la presenza di marchi in grado di ricondurre al concetto di italianità. Fino a quando ci saranno ristoranti italiani e abiti firmati da stilisti italiani, il nostro Paese sarà sempre culturalmente influente nel mondo. Per la politica questo è un elemento di cui è impossibile non tenerne conto per le strategia a lungo termine.

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