La strategia del Marocco all’interno del continente africano e del mondo arabo, è strettamente connessa con la visione dell’islam fatta propria dal Regno negli ultimi anni. L’obiettivo di Rabat è quello di rappresentare un importante punto di riferimento per un’interpretazione moderata della religione musulmana e, contestualmente, esportarne in Africa e in medio oriente i principi e le peculiarità. Un vero e proprio “soft Power” applicato alla sfera religiosa, che costituisce la base per una politica vocata all’estensione dell’influenza del Marocco nell’intera regione.

Rabat riferimento dell’islam moderato

Nel mondo islamico, soprattutto in quello sunnita, sono diverse le correnti a cui corrispondono distinte visioni della religione. Ognuna di esse è spinta e supportata dai rispettivi governi di riferimento. L’islam politico ad esempio, portato avanti dai Fratelli Musulmani, è fortemente sponsorizzato dal Qatar e dalla Turchia. Doha ed Ankara hanno investito molto non soltanto nella crescita dei movimenti vicini a questa interpretazione conservatrice dell’islam, ma anche nelle strategie di soft power volte a far aumentare la loro influenza in medio oriente con l’intento di promuovere i propri orientamenti ideologici. Dal canto loro invece, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno promosso soprattutto i movimenti vicino al salafismo. Un’impostazione in gran parte dovuta al riconoscimento al proprio interno della rigida interpretazione wahabita dell’islam. In questo contesto, il Marocco sta cercando di portare avanti la promozione di un Islam moderato.

Se le petromonarchie hanno promosso visioni conservatrici e ortodosse del mondo musulmano, il Regno marocchino invece potrebbe essere un riferimento per chi cerca una via moderata all’islam. Un obiettivo ambizioso per Rabat, tanto più durante un’epoca, quale quella attuale, contrassegnata dal dilagare delle ideologie fanatiche e radicali che hanno portato alla crescita dei movimenti terroristici. Per il Marocco, questo potrebbe voler dire anche avanzare sotto il profilo politico e diplomatico in ambio africano: “Nel quadro del suo approccio di soft power in Africa – ha scritto sul sito dell’istituto marocchino per le analisi politiche (Mipa) l’analista Salim Hmimnat – il Marocco ha sviluppato, durante l’ultima decade, una nuova politica di esportazione della sua esperienza nella “Sicurezza spirituale” in un certo numero di Paesi africani”. Esportare la via marocchina all’islam, vorrebbe significare per Rabat la crescita della sua influenza nella regione.

La via marocchina all’islam

Il Paese è impegnato da anni nella cura della sua immagine e nell’esportazione della sua influenza anche in altri ambiti: da quello infrastrutturale, con molti investimenti nel settore che hanno portato il Marocco a poter vantare diverse opere di prim’ordine tra nuovi scali portuali e l’alta velocità ferroviaria, passando per quello finanziario e sportivo. Su quest’ultimo fronte, Rabat si era candidata ad esempio per ospitare i mondiali di calcio del 2026. Tutto questo ha contribuito a dare del Marocco la reputazione di un Paese arabo moderato ed affidabile. Una strategia che ha dato riscontri anche sul campo diplomatico, con il riavvicinamento delle relazioni con Israele e il riconoscimento da parte Usa della sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. Ma il perno del progetto rimane comunque la cosiddetta sicurezza spirituale.

Tutto è iniziato in una data ben specifica: era il 16 maggio del 2003 infatti quando il terrorismo islamista colpiva Casablanca, uccidendo 45 persone. Da allora, il governo ha attuato una strategia volta non solo a combattere le ideologie estremiste, ma anche a promuovere una nuova visione moderata dell’islam. Il primo passo è stato quello di imporre un forte controllo statale sul clero sunnita: gli imam hanno iniziato ad essere retribuiti dal governo e si è attivato un censimento di tutte le moschee presenti nel Paese. In seguito, è stato posto l’accento sull’importanza della formazione degli imam e di tutti coloro che sono impegnati nella gestione degli affari religiosi. Sono quindi stati aperti appositi centri, così come è stato riformato il consiglio degli Ulema, al cui interno sono state nominate negli ultimi anni anche delle donne. L’altra strada è stata di natura ideologica e teologica. In particolare, sono state promosse visioni moderate della religione e dell’interpretazione del Corano. Non solo: Rabat ha incentivato la riscoperta della tradizione del Sufismo, ramo mistico dell’Islam penetrato in Marocco già nel XII secolo.

Un lavoro di quasi due decadi, culminato nella storica visita di Papa Francesco in Marocco nel marzo del 2019. Un evento che ha consacrato Rabat nel ruolo di promotrice di una visione moderata e tollerante dell’Islam, da cui partire per gli obiettivi politici del Paese.