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L’8 maggio 1945, alle 22:43 ora di Berlino, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel insieme al generale Hans-Jürgen Stumpff in rappresentanza della Luftwaffe e all’ammiraglio Hans-Georg von Friedeburg per la Kriegsmarine, firmarono l’ultimo atto di resa incondizionata della Germania che pose ufficialmente termine alla Seconda guerra mondiale. Quell’ultimo accordo si rese necessario perché Iosif Stalin non ritenne quello precedente, siglato a Reims il 7 tra i tedeschi e le rappresentanze degli Alleati, valido per certificare la resa della Germania all’Unione Sovietica.

La resa entrò in vigore il 9 maggio all’1:01 ora di Mosca, e sebbene non rappresentasse ancora un accordo di pace, che divenne tale solo il 25 gennaio del 1955, quella data entrò ufficialmente tra le celebrazioni dell’Unione Sovietica per decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica, nel cui testo si poteva leggere che “per commemorare la vittoria completa sulla Germania oggi, 9 maggio, Giorno della Vittoria, alle 22:00 ora di Mosca, capitale della nostra patria, 30 colpi di mille cannoni saluteranno le valorose truppe dell’Armata Rossa, le navi e le unità della Marina che hanno conseguito questa brillante vittoria. Eterna gloria agli eroi che caddero nelle battaglie per la libertà e l’indipendenza della nostra patria! Lunga vita alla vittoriosa Armata Rossa e alla Marina!”.

Nonostante l’importanza storica e sociale di quella ricorrenza, il 9 maggio, dal 1948, per decreto del Soviet Supremo emesso a dicembre del 1947, tornò a essere un giorno lavorativo: probabilmente perché Stalin temeva la popolarità del maresciallo Georgy Zhukov derivante dalle celebrazioni.

Dopo la prima parata delle armate vittoriose nella Piazza Rossa il 24 giugno del 1945, quindi, si dovettero aspettare 20 anni per rivedere uomini e mezzi sfilare nella capitale sovietica: il 26 aprile 1965 Leonid Breznev annullò il provvedimento del 1947, rendendo così il 9 maggio una festa non lavorativa e a Mosca si tenne la seconda parata del giorno della vittoria. Il regime sovietico, nonostante celebrasse quella giornata, non ha quasi mai effettuato la parata militare nella Piazza Rossa, preferendo metterla in scena per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, a dimostrazione di come considerasse la guerra un evento secondario nel più grande disegno rivoluzionario del socialismo reale: si tennero infatti solo due ulteriori sfilate nel 1985 e nel 1990.

Dopo la dissoluzione dell’Urss, il 9 maggio ridivenne festivo e la sfilata fu organizzata a partire dal 1995 per il 50esimo anniversario della fine del conflitto mondiale, e sempre in tono minore, non prevedendo la presenza dei mezzi militari, ma l’avvento del presidente Vladimir Putin cambiò radicalmente la situazione.

Già nel 2005, in corrispondenza del 60esimo anniversario, hanno cominciato a vedersi i mezzi storici risalenti alla Seconda guerra mondiale, mentre a partire dal 2008 hanno sfilato regolarmente anche gli armamenti in carico alle forze armate russe: carri armati, caccia, missili balistici, mezzi corazzati, elicotteri e bombardieri. Forse non è un caso che proprio quell’anno cominciò a essere mostrata la potenza bellica russa: dopo poco più di tre mesi Mosca fu impegnata nel breve conflitto in Georgia, causato anche dalle istanze occidentaliste di Tbilisi.

Dal 2012 nel giorno della vittoria, successivamente alla parata militare, si svolge la marcia del Reggimento Immortale, ovvero la sfilata dei discendenti dei soldati che combatterono nella Seconda guerra mondiale, che per i russi si chiama Grande Guerra Patriottica.

Proprio il patriottismo, sotto Putin, ha assunto un ruolo centrale nell’ambito politico: l’Unione Sovietica ha avuto 28 milioni di morti nella guerra, e ha pagato sul campo di battaglia il prezzo più grande con il suo cuore industriale, culturale e demografico quasi del tutto distrutto dal conflitto. Negli anni post-comunisti la celebrazione della vittoria ha anche assunto toni di rivincita: è l’unico pezzo della storia russa del ’900 non soggetto a revisione e dove si afferma di essere stati dalla parte giusta all’infuori di ogni minimo dubbio, un momento di unità nazionale, e soprattutto di autostima, intoccabile, al punto da venire escluso da ogni tipo di dibattito.

Il Cremlino, per cancellare gli anni ’90 che per la Russia hanno significato un decennio di umiliazioni per via dell’estrema debolezza economica, ha fatto leva sul nazionalismo prendendo la Grande Guerra Patriottica a simbolo della resurrezione del Paese, della lotta contro il nemico esterno, della capacità dei russi di sollevarsi anche nei momenti più bui.

Si capisce quindi, perché lo stesso presidente Putin, nel suo discorso effettuato prima del conflitto in Ucraina quando ha riconosciuto ufficialmente le repubbliche separatiste del Donbass, ha criticato aspramente “l’errore” del comunismo e di Lenin per quanto riguarda la questione ucraina e ha fatto leva, allo stesso tempo, sulla lotta al nazismo, allontanandola però dalla retorica dell’Unione Sovietica in quanto nazione comunista, ma rimarcando il carattere patriottico di quella guerra.

Un patriottismo che non si esaurisce il 9 maggio: oltre al fatto che le celebrazioni vengono preparate mesi prima, e anche senza considerare tutto il contorno fatto di attenzione mediatica, concerti dedicati e altre attività socio-culturali che vengono effettuate nei giorni precedenti, la Russia, da anni, ha recuperato tutto l’apparato storiografico dell’Urss riguardante il conflitto per instillare nella popolazione il ricordo e l’orgoglio per la vittoria contro il nazismo.

Un esempio significativo da questo punto di vista è rappresentato dalla casa di produzione cinematografica Mosfilm. Si tratta di uno tra i più antichi studi in Europa, essendo nato nel 1923, che dopo un periodo di crisi negli anni novanta, è tornato a essere uno dei principali del mondo. In particolare, a partire dal 2011, ha rilasciato una selezione di film del suo archivio di epoca sovietica restaurati e in alta definizione riguardanti proprio il Secondo conflitto mondiale. La stessa produzione cinematografica moderna riflette il rinnovato senso patrio: nelle sale russe è possibile vedere film di pregevole fattura che raccontano storie che arrivano dal recente conflitto siriano (Nebo, 2021) sino alle imprese del Gruppo Wagner nella Repubblica Centraficana (Tourist, 2021), passando per la produzione di nuove pellicole che riprendono fatti o episodi della Grande Guerra Patriottica.

Una data simbolo, abbiamo detto, che viene usata non solo per ricordare un conflitto sanguinoso, ma anche per infiammare i cuori (e le menti) dei russi con l’orgoglio patrio attraverso una retorica che vede, soprattutto oggi, nell’Occidente – ma in particolar modo negli Usa e nel Regno Unito – l’avversario che cerca di umiliare nuovamente la Russia com’è avvenuto negli anni ’90, visti dalla stragrande maggioranza delle popolazione come il periodo peggiore del dopoguerra, tanto che lo stesso Mikhail Gorbachev viene da molti considerato come un traditore non tanto per avere permesso la dissoluzione dell’Unione Sovietica, quanto per aver lasciato che il Paese si sfaldasse nelle sue più intime fondamenta mettendolo così alla mercé degli acerrimi nemici di un tempo.

Una giornata, quella del 9 maggio, ammantata di sacralità, con rituali predeterminati (i rintocchi della campana della torre Spasskaya del Cremlino che ne segnano l’inizio) e con iconografie prestabilite (il nastro a strisce arancioni e nere).

Simbologie e significanti che la Russia ha ripreso anche per questo conflitto: la zeta, simbolo identificativo friend or foe visto sui mezzi dell’esercito, è l’iniziale della traslitterazione in alfabeto romano di “verso la vittoria” (za pobedu). Una zeta che viene ripresa in modo martellante dai media russi e dalla campagna propagandistica del Cremlino (ammesso che oggi abbia senso fare questo distinguo) apparendo su cartelloni, manifesti, post social dei ministeri e in installazioni varie, disegnata nei colori nazionali o in quelli della giornata della vittoria.

Una giornata della vittoria che quest’anno avrà un significato molto particolare per via del conflitto in atto, che in Russia, proprio per la martellante attività di propaganda cominciata già anni fa, ha ancora il sostegno della maggior parte della popolazione: la vittoria nella Grande Guerra Patriottica verrà ricordata come quella di una Russia attore principale della lotta contro il nazismo esattamente come oggi Mosca, secondo la sua retorica, sta combattendo contro il nazismo ucraino da sola, pertanto, ora come allora, per arrivare a un esito vittorioso sarà necessario spirito di abnegazione e sacrificio, qualcosa che solo attraverso la stimolazione del sentimento patrio scaturente da un momento storico fondante come quello è possibile ottenere.

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