Il Senato Usa dice ancora “no” al blocco delle armi a Israele ma il voto segna uno spartiacque storico

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Un nuovo tentativo di limitare le spedizioni di armi statunitensi a Israele è fallito mercoledì al Senato, ma il voto ha lasciato un segno indelebile nella politica estera americana. Come riporta Responsible Statecraft, le due mozioni di blocco – una mirata a bloccare una vendita di bombe da 500 kg del valore di 150 milioni di dollari, l’altra relativa a bulldozer pesanti per 300 milioni – sono state respinte con ampi margini (36-63 e 40-59). Eppure, si tratta di un voto storico.

Per la prima volta dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, una larga maggioranza dei senatori democratici ha scelto di allinearsi contro l’assegno in bianco a Tel Aviv. Ben 40 democratici hanno votato a favore della risoluzione sui bulldozer Caterpillar D9, i mezzi corazzati utilizzati per radere al suolo interi quartieri in Cisgiordania e a Gaza. Solo sette senatori del partito hanno votato contro entrambe le risoluzioni, tra cui il leader della maggioranza Chuck Schumer e il noto falco John Fetterman. «È un risultato epocale», ha commentato Cavan Kharrazian, senior policy advisor di Demand Progress, citato da Responsible Statecraft. «La finestra di Overton si sta spostando. Il Congresso inizia finalmente a raggiungere la maggioranza degli americani, che non vuole più spendere i propri soldi per spedire altre bombe a Israele».

Il voto al Senato Usa

Il voto più significativo, dal punto di vista simbolico, è stato quello relativo ai bulldozer. Si trattava della prima mozione di questo tipo nella storia del Senato, ispirata direttamente dalla vicenda di Rachel Corrie, l’attivista americana uccisa nel 2003 proprio da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre cercava di proteggere una casa palestinese. Come ricorda il Responsible Statecraft, la madre di Rachel, Cindy Corrie, aveva scritto poche ore prima del voto su The Nation: “Quei bulldozer non servono a ricostruire, ma a distruggere, a cancellare comunità”.

Il voto arriva in un momento di crescente isolamento dell’alleato israeliano nell’opinione pubblica Usa. Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, condotto a fine marzo, rivela che il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole di Israele, in aumento di 7 punti rispetto all’anno scorso. La fiducia nel premier Benjamin Netanyahu è crollata al minimo storico: il 59% degli intervistati non ha alcuna o poca fiducia in lui, un dato che sale all’80% tra gli elettori democratici. Ma il dato più allarmante per Tel Aviv è quello che riguarda le nuove generazioni: tra i repubblicani under 50, il 57% ha ora un’opinione sfavorevole di Israele, un crollo verticale rispetto al passato.

In vista delle midterm

Il dibattito in aula è stato acceso. Il senatore Bernie Sanders, promotore delle mozioni, ha cercato di collegare il voto sulle armi a quello sulla guerra in Iran, appena fallito poche ore prima. «Per Netanyahu Gaza non bastava, l’Iran non bastava. Ora sta scatenando una guerra di espansione in Libano», ha dichiarato.

Altri democratici, invece, hanno cercato di separare le due questioni. Tuttavia, il voto di ieri è stato osservato con attenzione soprattutto in chiave elettorale. In vista delle midterm del 2026 e delle primarie presidenziali del 2028, la posizione sul Medio Oriente sta diventando un banco di prova cruciale. Tutti i senatori considerati papabili candidati alla Casa Bianca – dai democratici Ruben Gallego e Mark Kelly (Arizona) a Cory Booker (New Jersey) – hanno votato a favore del blocco delle armi. Un segnale chiaro che, per conquistare l’elettorato democratico di domani, bisognerà avere una posizione chiara su questo fronte. Senza ambiguità.

Anche se le mozioni sono state respinte, l’amministrazione Trump – che nel gennaio scorso ha sbloccato proprio la vendita dei bulldozer sospesa da Biden – ha incassato un avvertimento. Per la prima volta, la Camera Alta ha mostrato una crepa visibile nel muro del sostegno incondizionato. Come sottolinea Responsible Statecraft, non si tratta di una vittoria per i palestinesi, ma certamente di un campanello d’allarme per Netanyahu.

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