Dopo una decina di giorni di accuse reciproche e smentite, non è ancora chiaro come evolverà la crisi di governo: il governo giallo-verde ripartirà oppure il Movimento Cinque Stelle cadrà nelle braccia di Matteo Renzi? Mentre in queste ore prende quota l’ipotesi di un Conte bis e in attesa della fatidica data del 20 agosto, quando il premier sarà in Parlamento per la mozione di sfiducia presentata contro di lui dalla Lega, è importante comprendere quali sono i retroscena geopolitici che si nascondono dietro questa crisi. Perché, come ha spiegato Lorenzo Vita su InsideOver, è evidente che quello che succede in uno dei principali Stati di Nato e Unione europea e finito, vorticosamente sulla rotta della Nuova Via della Seta, non può non avere un’eco internazionale. E forse anche cause che non dipendono semplicemente dallo scontro tra partiti di maggioranza, ma da movimenti geopolitici di cui l’Italia è uno dei principali teatri europei.

Dal governo “giallo-verde”, Washington si aspettava una politica estera più definita e aderente agli interessi degli Stati Uniti, dal Venezuela agli F-35. Al contrario, ha dovuto fare i conti con una realtà molto più variegata e complessa, a cominciare dall’adesione dell’Italia alla Via della Seta cinese, promossa da Michele Geraci, sottosegretario allo sviluppo economico – paradossalmente in quota Lega – ma sostenuta dall’anima pentastellata del governo Conte. Iniziativa che ha sollevato non poche preoccupazioni da parte degli Stati Uniti: “È un bene che il 5G sia stato rimosso dal memorandum Italia-Cina, ma c’è rammarico perché l’Italia è il primo Paese G7 a firmare l’accordo sulla Via della Seta” osservò ad aprile l’ambasciatore Usa a Roma Lewis M. Eisenberg, al convegno sui 70 anni della Nato promosso dal Centro studi americani. “Gli Usa non possono condividere informazioni con Paesi che adottano tecnologie cinesi, ci saranno implicazioni a lungo termine, siamo seriamente preoccupati per le conseguenze sull’interoperabilità Nato”.

Giorgetti, una garanzia per Washington

Se c’è un nome che Matteo Salvini ha speso nelle ultime ore per cementare l’asse con gli Usa in questo scenario incerto è quello Giancarlo Giorgetti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche giorni fa, il leader leghista spiegava di lavorare, dopo l’apertura della crisi dell’8 agosto, “a un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia”. Il suo obiettivo, ha rimarcato Salvini, è “fare una manovra importante e coraggiosa con una persona di cui si fida il mondo come Giorgetti”. Perché il Sottosegretario non è solamente uno degli uomini più influenti della Lega: è anche un politico estremamente gradito a Washington e all’amministrazione Trump, nonché l’esponente del Carroccio filo-atlantista che più ha coltivato in questi anni i rapporti con gli Usa. Per il Sottosegretario, infatti, l’ancoraggio dell’Italia all’occidente guidato dagli Stati Uniti, Trump o non Trump, è fondamentale e le tentazioni cinesi vanno emarginate.

Lo dimostrano non soltanto le dichiarazioni, ma le azioni promosse da Giancarlo Giorgetti in questi mesi. Dal 4 all’8 marzo, il Sottosegretario ha passato cinque giorni tra New York e Washington, con un’agenda fitta di incontri con esponenti dell’amministrazione Trump, del mondo economico e finanziario e una giornata ospite del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti. Proprio Giorgetti si è fatto promotore del decreto “golden power” per garantire la sicurezza delle nuove infrastrutture di Tlc, in particolare quelle 5G. Il decreto era entrato in vigore il 12 luglio ed sarebbe dovuto essere convertito in legge il 9 settembre, ma con l’apertura della crisi la conversione è saltata.

Mentre stava lavorando al rafforzamento del “golden power” per frenare Huawei e altre aziende cinesi finite nel mirino di Trump, Giorgetti spiegava a La Stampa che “le libertà personali, i diritti di proprietà e quelli d’autore, la tutela dei lavoratori hanno un significato molto diversi per noi e per il governo cinese. Lì prevale un modello di capitalismo di Stato che standardizza e annulla le individualità”. Giorgetti spiegava che dalla Cina viene una competizione globale che incide sulle persone: “L’intensificazione del multilateralismo economico è un processo inevitabile, ma non esiste solo il mercato”.

Salvini vuole assicurarsi l’appoggio degli Usa

Dagli Usa, lo scorso giugno Matteo Salvini spiegava che “l’Italia vuole tornare a essere nel continente europeo il primo partner della più grande democrazia occidentale, gli Usa non solo per interessi economici e commerciali ma per una comune visione del mondo e dei valori, del lavoro, della famiglia, dei diritti”. Non è un segreto che il leader leghista voglia emulare le riforme fiscali di Donald Trump: “Dal taglio delle tasse al rilancio dell’economia locale, della protezione dell’industria nazionale: è qualcosa che vorrei che, chiaramente in piccolo fatte le debite proporzioni, il governo italiano applicasse dalla prossima manovra economica perché i risultati stanno dando ragione a Trump”.

In piena crisi di governo, Salvini ha ripresentato il tema della riforma fiscale: “Tasse ridotte al 15% per milioni di lavoratori italiani, pace fiscale con Equitalia per milioni di Italiani, nessun aumento dell’Iva ma riduzione delle tasse sulla casa. La nostra manovra economica è già pronta, a Renzi interessa solo perder tempo per salvare la poltrona”. Una priorità per Matteo Salvini, che con Giancarlo Giorgetti al dicastero dell’economia si assicurerebbe il sostegno di Washington – purché le richieste dell’amministrazione Trump sui vari dossier vengano soddisfatte. Facendo esplicitamente il nome del Sottosegretario, il Ministro dell’Interno ha voluto dare un preciso segnale all’amministrazione americana, presentandosi, ancora una volta, come l’interlocutore più credibile per gli interessi statunitensi in Italia e in Europa.

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