Il ruvido asianismo cinese

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La Corte di Arbitrato internazionale dell’Aia ha infine espresso il proprio parere sulla contesa delle scogliere di Scarborough, situate nel Mar Cinese Meridionale in prossimità delle coste filippine ma rivendicate storicamente dalla Repubblica Popolare Cinese, la cui rivendicazione territoriale implica una serie di vantaggi di sfruttamento delle risorse marittime entro lo spazio di 200 miglia di distanza dalla costa di quelle che Pechino definiva un gruppo di isole. I cavilli del diritto internazionale sono anche questo, quindi risulta importante stabilire se ci troviamo seduti su un ammasso roccioso o se il suolo su cui mettiamo piede sia sufficientemente esteso per essere considerato un’isola, e quindi con rivendicazione territoriale da poter esercitare il diritto ad ampliare la propria Zona Economica Esclusiva.È dunque questo che è successo tra Pechino e Manila, con una diatriba che prosegue da diversi anni e che negli ultimi giorni ha trovato un parere effettivo da parte del diritto internazionale. La Cina esercita delle rivendicazioni storiche su una porzione enorme del Mar Cinese, Meridionale e Orientale, dando vita ad una serie di contenziosi con praticamente tutti gli stati con cui condivide questo importantissimo braccio di mare: storica è la contesa delle isole Senkaku (o Diaoyu in Cinese) con il Giappone, situate più o meno al centro di un triangolo formato da Cina, Giappone e Taiwan, costituendo un nodo strategico per le alleanze militari dell’area. La questione del lembo meridionale di questo bacino idrico è molto più complessa e con una posta in gioco decisamente più elevata. Il Mar Cinese Meridionale è lo snodo marittimo più importante per le rotte commerciali di mezzo mondo: da qui transitano il 40% delle merci che percorrono la tratta tra l’Europa e l’Oceano Pacifico, con un traffico del valore di oltre 5mila miliardi di dollari.La sovranità marittima su una superficie di svariati milioni di chilometri quadrati in un’area cruciale per il passaggio delle merci non può andare sicuramente che di traverso alle autorità cinesi, che dal 1947 hanno spartito in maniera che definire iniqua è eufemistico, le zone di competenza delle zone marittime e il conseguente diritto di sfruttamento delle risorse marittime. La linea dei “nove tratti” tracciava un’appendice che si discosta di circa 2000km dalle coste della terraferma cinese, andando a occupare circa il 90% di tutto il braccio di mare, cui si aggiunge la Eez di naturale competenza. Il sostrato della contesa risiede anche nelle potenzialità di sfruttamento della piattaforma sottomarina, che parrebbe essere ricca di idrocarburi. Le autorità cinesi hanno sostenuto in passato che il Mar Cinese Meridionale potrebbe addirittura conservare riserve di petrolio pari a quelle dell’Arabia Saudita.Con la decisione avversa assunta dall’Aia nei confronti di Pechino – che subito si è dichiarata contro il riconoscimento del verdetto sebbene abbia sottoscritto la Unclos, la convenzione sulla Legge del Mare, nel 1996 – gli scenari che si possono riproporre non sono dei più eccelsi: la prima cosa ovviamente potrebbe essere un effetto domino, che indurrebbe Paesi come Malesia e Vietnam, rivendicanti diritti simili a quelli filippini, ad aprire dei contenziosi contro Pechino, sulla base pregressa di incresciosi episodi verificatisi tra pescherecci e marine militari dei diversi stati. Pechino, che de facto controlla l’area anche con l’installazione di basi militari su alcune isole artificiali, costruite proprio secondo le convenzioni sul diritto del mare. Qualora la Cina dovesse indispettirsi eccessivamente per questa situazione, passare al controllo stringente della Eez sul transito aereo e marittimo delle rotte commerciali. L’elevato indotto delle merci che transitano dallo spazio aereo e marittimo cinese potrebbe produrre uno shock non indifferente, essendo il Mar Cinese uno degli snodi principali della “Via della Seta Marittima”, insieme forse solo al Canale di Suez. Da non sottovalutare neanche l’effetto di una risposta militare americana, alleato sia delle Filippine che di Taiwan e Giappone, sebbene nella fattispecie del caso Scarborough la reazione di Washington sia stata piuttosto timida, visto il fondamento giuridico alla base del giudizio dell’arbitrato, l’Unclos, che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato.La Cina, quindi, cerca di imporre la sua egemonia sulla regione, in quanto prima potenza dell’area estremo-orientale, andando a sconfessare il piano “asianista” intrapreso da alcuni Primi Ministri giapponesi fino a qualche anno fa. La traslazione sul piano internazionale di questa lotta egemonica si traduce in uno scontro in termini tra Usa e Cina, visti gli enormi interessi economici e militari americani nell’area, che ora a Pechino stanno evidentemente stretti. Non è dato sapere se tali decisioni dell’Arbitrato internazionale fungeranno in parte da containment verso l’espansionismo cinese, ma di certo crea degli ostacoli legali parziali all’egemonia incontrastata del dragone.