Ci sono le trame romane del Russiagate dietro lo scontro sui servizi segreti fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Gli affondi del leader di Italia Viva contro l’avvocato di Volturara Appula, com’è noto, stanno infatti mettendo in crisi l’esecutivo: “C’è una legge che dice che il presidente del Consiglio affida la delega ad una personalità di chiara fama di cui si fida e cui affida il compito strategico di gestire l’intelligence che non è la polizia privata di qualcuno ma il sistema di sicurezza della Repubblica” ha spiegato Matteo Renzi conversando con i giornalisti in Senato, ricordando che Prodi “ha fatto così”, allo stesso modo Berlusconi, Monti, Enrico Letta e “anche il sottoscritto, credo che anche Conte debba fare così scegliendo una persona” di rilevante qualità cui affidare la delega “perché la delega non è di Conte ma è una delega che Conte deve assegnare”, ha aggiunto. E non ha mancato di notare: “questa resistenza del presidente del Consiglio ad assegnare l’autorità delegata dopo tre anni inizio a non capirla”.

Lo scontro fra Conte e Renzi sui servizi riguarda il Russiagate?

Senza un accordo sui punti presentati da Italia Viva il governo potrebbe cadere, è la minaccia di Renzi. L’ex premier, infatti, non si fida di come Conte gestisce i dossier più delicati in materia di intelligence, facendone un uso personalistico (a suo dire). Sullo sfondo, la controinchiesta americana sul Russiagate del Procuratore Durham che coinvolge anche il nostro Paese. Tutto comincia il 17 giugno 2019, con la lettera inoltrata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte dall’ambasciatore a Washington Armando Varricchio su richiesta dell’Attorney general William Barr nella quale si chiede di “verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia senza voler mettere in discussione l’operato delle autorità italiane e l’eccellente collaborazione”.

Lettera a cui seguono due colloqui tra i vertici dei nostri servizi e William Barr e John Durham, autorizzati in prima persona dal premier, quelli del 15 agosto e del 27 settembre 2019: al primo partecipò solo Vecchione, mentre al secondo presenziarono anche Luciano Carta e Marco Parente. Non c’è stato alcun passaggio attraverso la Farnesina, il canale è stato diretto e il premier ha autorizzato ai colloqui il capo del Dis Gennaro Vecchione. Secondo Fox News, l’indagine del procuratore John Durham “si è estesa” sulla base “di nuove prove” raccolte proprio a Roma. Il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Robert Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate. Un lasso temporale che in Italia riguarderebbe i governi Renzi e Gentiloni. Accuse mosse contro Renzi in un suo possibile coinvolgimento nel complotto contro Donald Trump che furono formulate in un’intervista al quotidiano La Verità da George Papadopoulos, ex advisor del tycoon, subito respinte al mittente dallo stesso leader di Italia Viva con la minaccia di una querela milionaria e bollate come “fantasie”.

Le prove raccolte a Roma da Barr e Durham

Quali sono le “prove decisive” raccolte a Roma che hanno permesso a Barr e Durham di passare da un’inchiesta preliminare a un’indagine penale a tutti gli effetti? Secondo quanto riportato dal Daily Beast, Barr e Durham erano particolarmente interessati da ciò che i servizi segreti italiani sapevano sul conto di Joseph Mifsud, il docente maltese al centro del Russiagate, colui che per primo – secondo l’inchiesta del procuratore Mueller – avrebbe rivelato a Papadopoulos l’esistenza delle mail compromettenti su Hillary Clinton. Mifsud avrebbe fatto domanda di protezione alla polizia in Italia dopo essere “scomparso” nel nulla.

Nella deposizione audio del docente maltese che i servizi italiani hanno fatto ascoltare ai procuratori americani, Mifsud spiegherebbe il motivo per il quale “alcune persone” vorrebbero fargli del male. Una fonte del ministero di Giustizia italiano, parlando a condizione di anonimato, avrebbe confermato che Barr e Durham hanno ascoltato il nastro e ci sarebbe stato uno scambio di informazioni fra i procuratori americani e l’intelligence italiana. “Nuove evidenze” che hanno indotto Durham ad estendere l’indagine. Ma a Roma i Procuratori americani hanno parlato con i nostri servizi anche della condotta Michael Gaeta, ex direttore dell’Fbi a Roma, colui che ha fatto circolare il falso dossier sul Russiagate redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele.

La rappresaglia di Renzi

Matteo Renzi non ha mai digerito la decisione di Giuseppe Conte di autorizzare in gran segreto quel primo incontro fra Vecchione e Barr. Come scrive Emiliano Fittipaldi in un articolo pubblicato sul quotidiano Domani, secondo Renzi Giuseppe Conte avrebbe anteposto gli interessi personali a quelli nazionali. “Una scelta inaccettabile, fatta solo per ottenere la benemerenza di Trump che da lì a poco lo incoronò per un secondo mandato”, spiega un colonnello renziano che milita ancora nel Partito democratico. Anche se Vecchione ha sempre negato anomalie o do ut des e parlato di “semplice cooperazione tra apparati di stati amici”, e se Conte era probabilmente ignaro che il testimone chiave della contro-inchiesta di Barr potesse poi coinvolgere nello scandalo un ex presidente del Consiglio italiano, Renzi non ha mai perdonato, e da oltre un anno lavora alla rappresaglia. Che ora può compiersi, con una certezza: nessuno dei due contendenti è intenzionato a cedere su questa intricata e delicata partita sui servizi.