Non risulta che la Cina abbia supportato militarmente la Russia nella guerra in Ucraina. L’ennesima conferma è arrivata anche per bocca del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel che, in seguito ad un incontro con il presidente cinese Xi Jinping ha confermato la versione più volte fornita da Pechino. “Xi ha messo bene in chiaro che la Cina non fornisce armi alla Russia e che la minaccia nucleare non è accettabile. È un messaggio importante e spero sinceramente che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi tutta la comunità internazionale, inclusa la Cina, usi tutti gli strumenti possibili per convincere il Cremlino e la Russia a porre fine alla guerra, rispettando la sovranità dell’Ucraina”, ha dichiarato Michel.

Eppure, il Dragone avrebbe svolto un ruolo decisivo, seppur pubblicamente di basso profilo, nella crisi ucraina. Secondo quanto riportato dalla rivista britannica The Spectator, la diplomazia “dietro le quinte” di Pechino sarebbe riuscita a far fallire l’invio di una fornitura di MiG-29, aerei di fabbricazione sovietica, dalla Polonia all’aeronautica ucraina.

Sarebbero stati i cinesi, dunque, a lavorare sotto traccia per impedire che l’intera flotta di caccia MiG-29 in dotazione alla Polonia venisse inviata alle forze ucraine, e questo per tentare di evitare un’ulteriore escalation del conflitto. Certo, c’erano poche probabilità che i MiG polacchi facessero molta differenza sul campo di battaglia, visto che i 26-33 MiG-29 della Polonia sono stati fabbricati all’inizio degli anni Ottanta per l’aeronautica della Germania dell’Est (ed erano stati venduti a Varsavia per la cifra simbolica di un euro ciascuno nel 2003).

Ma se un Paese Nato avesse fornito degli aerei da combattimento di qualsiasi tipo a Kiev ciò avrebbe rappresentato un importante passo simbolico, “se non necessariamente significativo dal punto di vista operativo, verso il coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto”, ha sottolineato la rivista. Non a caso, inizialmente, la posizione di Washington era positiva, ma l’8 marzo, il Pentagono ha invertito la sua posizione, definendo la proposta della Polonia “non sostenibile”. 

La Cina nella crisi ucraina

Nel dossier ucraino la Cina ha sempre auspicato la risoluzione pacifica della contesa, ma sempre e comunque sostenendo la propria parte in causa. Del resto – è il ragionamento che potrebbe aver fatto Pechino – per quale motivo la Repubblica Popolare sarebbe dovuta scendere in campo direttamente? L’epicentro della crisi si trova in Europa e, al netto delle ripercussioni economiche sulla Belt and Road, i nodi spinosi sono tutte nelle mani di Russia, Europa e Stati Uniti.

A proposito di Russia, pare che il presunto sostegno cinese alla causa russa possa aver portato Vladimir Putin sulla strada della guerra. Ricordiamo che 20 giorni prima dello scoppio del conflitto, il 4 febbraio, nel corso di un vertice bilaterale tra Putin e Xi, tra i rispettivi Paesi si era parlato di “un’amicizia senza limiti” e senza “aree proibite” di cooperazione. Peraltro, sempre secondo le rivelazioni di The Spectator, in un allegato “confidenziale” inserito nella dichiarazione congiunta “sull’amicizia senza limiti” era stata inserita una garanzia di sicurezza reciproca che la Russia aveva chiesto alla Cina per decenni ma che fino a quel momento non era riuscita a ottenere.

Si sarebbe trattato di un simulacro dell’articolo 5 della Nato – secondo cui un attacco contro un Paese membro è un attacco contro tutti – e avrebbe previsto che Pechino e Mosca si fossero impegnate ad aiutarsi militarmente a vicenda in caso di invasione straniera del loro territorio. A quest’allegato, tuttavia, sarebbe stata inserita in modo “estremamente astuto e preveggente” una clausola, introdotta su insistenza cinese, che escluderebbe di fatto i territori ucraini annessi durante la guerra, liberando così Pechino da ogni impegno a rispondere agli attacchi delle forze di Kiev volti a tentare di riconquistare queste regioni.    

La Cine nelle altre aree di crisi

La Cina ha esercitato o esercita una sorta di “ruolo ombra” non solo all’interno della crisi ucraina ma in almeno altri quattro dossier scottanti. Stiamo parlando del resto di una grande potenza, ed è comprensibile che Pechino voglia in qualche modo tutelarsi esercitando la propria influenza nelle questioni internazionali più delicate. Tutto questo, però, non deve collidere con il modus operandi del Dragone, che ha più volte ribadito di non voler interferire negli affari di altri Paesi. Ecco perché quello cinese può essere definito, appunto, un “ruolo ombra”: la mano cinese c’è ma non si vede, è spesso presente ma opera da dietro le quinte. E, indirettamente, influenza però parzialmente l’esito delle varie crisi.

Lo abbiamo visto in Ucraina, ma ci sono altri esempi da prendere in considerazione. Prendiamo la questione coreana: la Repubblica Popolare Cinese ripete che l’unica soluzione per risolvere il “rebus” consiste nella diplomazia e invita le parti in causa – Corea del Nord da una parte, Corea del Sud-Stati Uniti dall’altra – ad abbassare i toni. Allo stesso tempo, il gigante asiatico ha sempre sostenuto il governo nordcoreano, almeno in ambito commerciale ed energetico, continuando ad inviare a Pyongyang, nei momenti più complicati, tutto il necessario per non implodere. La Repubblica Popolare Cinese, inoltre, non desidera in alcun modo che l’esercito statunitense possa militarizzare ulteriormente la penisola, portando in loco armi capaci di mettere nel mirino Pechino. Impensabile, dunque, per la Cina rinunciare al dossier coreano.

Sempre restando in Asia, la longa manus della Cina è stata individuata anche in Myanmar. Dal colpo di stato avvenuto nel Paese, la Cina è stata – di gran lunga – la principale fonte di investimenti esteri di Naypyidaw. Citiamo i 2,5 miliardi di dollari investiti dal Dragone in una centrale elettrica a gas da costruire a ovest di Yangon, che sarà posseduta e gestita per l’81% da società cinesi, dozzine di altri progetti infrastrutturali, tra i quali collegamenti ferroviari ad alta velocità, e dighe. L’investimento strategicamente più importante è però il corridoio economico Cina-Myanmar, che comprende oleodotti e gasdotti, strade e collegamenti ferroviari per un costo di molte decine di miliardi di dollari. Il “gioiello della corona” del corridoio è un porto in acque profonde da costruire a Kyaukphyu, sulla costa occidentale del Myanmar, con un costo stimato di 7 miliardi di dollari. Questo darà finalmente alla Cina la tanto desiderata “porta sul retro” verso l’Oceano Indiano.

Restano altre due aree rilevanti per gli interessi cinesi, dove la presenza di Pechino è rintracciabile dietro le quinte. Nel Corno d’Africa, dove la Repubblica Popolare ha l’unica base all’estero, quella di Gibuti, il gigante asiatico guarda con apprensione alle crisi politiche che potrebbero stravolgere la regione e, attraverso la solita “formula Myanmar”, è ben felice di riversare investimenti nelle zone più calde nel tentativo di raffreddare gli animi di Stati dall’equilibrio politico precario (pensiamo al Sudan e alla Somalia). Tornando invece in Asia, attenzione alla presenza silenziosa della Cina in Asia centrale, attratta dalle risorse energetiche che l’ex cortile di casa dell’URSS è in grado di offrire. Non è un caso che il presidente cinese Xi Jinping abbia “speso” la sua prima visita all’estero dall’avvento della pandemia visitando il Kazakhstan