Nel novembre del 2019 l’Italia si è lasciata nuovamente sorprendere sul dossier libico: Fayez Al Sarraj, allora premier ufficialmente riconosciuto dal nostro Paese, in quel periodo ha più volte fatto la spola tra Tripoli e Ankara. In “dote” ha portato un memorandum d’intesa con il presidente turco Erdogan. Nell’accordo erano due i temi fondamentali: appoggio militare e politico della Turchia alla Libia e nuovi confini delle Zee nel Mediterraneo. Un episodio emblematico della spregiudicatezza di Ankara in un’area tradizionalmente più vicina tanto all’Italia quanto all’Europa. Ma che, allo stesso tempo, ha sancito l’ingresso del Paese anatolico nel ruolo di attore protagonista nel Mediterraneo. Per l’Italia un danno molto grave. Oltre allo spauracchio però, le ultime vicende riguardanti il Mediterraneo orientale potrebbero rappresentare per il nostro Paese anche un’opportunità.

Le parole di Draghi

Difficile, in questo contesto, capire fino a che punto arriva le spregiudicatezza turca e dove si fermano le responsabilità non solo dell’Italia ma dell’intera Europa. Per anni il Vecchio Continente ha lasciato fare. Con Erdogan, in un modo o nell’altro, occorreva trattare. Lo si è visto soprattutto nel 2016, quando la crisi dei rifugiati siriani ha travolto la Germania ed ha spinto Angela Merkel ad imporre a Bruxelles il pagamento di tre miliardi di Euro all’anno ad Erdogan affinché trattenesse i migranti entro i suoi confini. E così, anche quando le politiche turche hanno iniziato a cozzare con gli interessi di Paesi membri dell’Ue, dal Vecchio Continente ha prevalso il silenzio. Lo si è visto ad esempio sulla questione delle trivellazioni a largo di Cipro: Ankara vuole parte del gas attorno l’isola, per rivendicare queste pretese ha più volte inviato proprie navi militari nel tratto di mare dove si nascondono i giacimenti. Nel febbraio del 2018 ne ha fatto le spese la nave Saipem 12000, costretta a tornare indietro nonostante avesse il diritto di esplorazione di quelle acque.

Vane le richieste da parte di Atene e Nicosia di promuovere una forte azione diplomatica contro Erdogan. Per questo le parole pronunciate nei giorni scorsi da parte del presidente del consiglio italiano Mario Draghi non hanno soltanto il sapore di una considerazione personale. Nel corso di una conferenza stampa, il capo del governo ha definito il presidente turco come “dittatore”. Il tutto a margine di un commento sull’episodio che ha visto, durante un colloquio tenuto ad Ankara, il presidente della commissione europea Ursula Von Der Layen rimanere in piedi e senza la disponibilità di una sedia. Un episodio che ha offerto a Draghi la possibilità di dire la propria su Erdogan. E, molto probabilmente, di mettere l’Italia in attrito contro un attore internazionale che negli ultimi anni ha rischiato di ledere molti dei nostri interessi nazionali nel Mediterraneo.

Il ruolo dell’Italia

La politica di Erdogan è stata nell’ultimo lustro molto diversa da quella “tradizionale” di Ankara: “La Turchia – ha commentato su InsideOver il docente Vittorio Emanuele Parsi – da attore cuscinetto si è voluta ritagliare un ruolo di potenza regionale. Difficile però prevedere per quanto tempo potrà durare in questa veste”. Ankara non ha il know how e l’esperienza per dare seguito nel lungo termine alla sua spregiudicata azione nel Mediterraneo. Questo forse in ambito europeo lo si è iniziato ad intuire. Da qui l’idea di provare a mettere pressione sul Paese anatolico. In tal senso lo strappo di Draghi potrebbe segnare una prima mossa di discontinuità rispetto agli ultimi anni. Non più quindi il silenzio che ha caratterizzato le posizioni del Vecchio Continente, bensì una strategia volta a difendere gli interessi italiani ed europei.

L’Italia quindi, tra i Paesi più lesi da Ankara come visto in Libia e a largo di Cipro, potrebbe ergersi come primo Paese in grado di avviare un braccio di ferro diplomatico. Sullo sfondo degli screzi tra Erdogan e Draghi, proseguiti anche nelle ultime ore con le risposte del presidente turco al capo del governo italiano, ci sarebbe la possibilità di un nuovo ruolo di Roma nel Mediterraneo. Circostanza che incontrerebbe le simpatie dei membri dell’attuale maggioranza, così come dell’opposizione: “Se Mario Draghi vuole essere davvero credibile – ha dichiarato ad esempio la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni concludendo i lavori della videoconferenza “La Turchia di Erdogan: un nemico necessario?” – anziché dare del dittatore a un presidente comunque eletto dai cittadini, ci aspettiamo che ponga urgentemente questa questione sul tavolo del Consiglio Europeo. E se lo farà, noi saremo al suo fianco e certamente l’Italia farà un servizio all’Europa”.

Ma non solo: Carlo Fidanza – organizzatore dell’incontro al quale hanno partecipato Alexandre Del Valle, Mario Mauro, Michela Mercuri e Andrea Delmastro Delle Valle – ha ricordato: “Il sofa-gate ha fatto riemergere in tutta la sua crudezza quanto un’Europa divisa e balbettante appaia subalterna a Erdogan e ai suoi disegni egemonici. Non si possono più accettare supinamente gli atteggiamenti aggressivi che caratterizzano l’espansionismo turco, dalla Siria alla Libia, dal Nagorno-Karabakh al Mediterraneo orientale, il ricatto migratorio contro l’Europa e il costante sostegno all’Islam politico arrivato fino al finanziamento di una enorme moschea a Strasburgo, cuore del Vecchio Continente. Sono condotte non più compatibili con lo status di paese candidato all’adesione Ue e per questo FdI torna a chiederne con forza l’immediata revoca”.

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