Il vero detonatore della crisi israeliana è stato rappresentato dalle dimissioni del ministro della Difesa, Yoav Gallant. E non è un caso. Il dicastero in questione è importante in tutti i Paesi, ma in Israele lo è ancora di più. Quando si nomina un governo, l’opinione pubblica nello Stato ebraico è curiosa di conoscere, prima di ogni cosa, chi va ad occupare l’incarico di ministro della Difesa. Il perché è facilmente intuibile: Israele vive in uno stato di guerra perenne dalla sua nascita, ogni cittadino è chiamato a difendere il territorio e la leva è obbligatoria. Vi è quasi una commistione perfetta tra lo Stato e l’esercito.

Quando Netanyahu ha indotto alle dimissioni Gallant, la gente è scesa in massa in piazza. Non tanto in difesa del ministro, quanto del ministero. Impossibile accettare, per buona parte dell’opinione pubblica, che un titolare della Difesa venga fatto fuori solo perché ha espresso pareri contrastanti a quelli del premier. Nella fattispecie, Gallant aveva consigliato pubblicamente a Netanyahu di ritirare la sua riforma della giustizia. Ma c’è di più. Così come riferito da molti media israeliani, Gallant ha preso le distanze da quella legge perché ha fiutato l’aria che tirava nell’esercito: molti uomini in divisa, nelle ultime settimane, hanno iniziato a manifestare insofferenza verso la difesa a oltranza della riforma.

Il cruccio della politica israeliana: mantenere l’unità dell’esercito

Nel suo discorso di lunedì, in cui ha annunciato il congelamento della riforma, Netanyahu ha fatto più volte riferimento a un preciso concetto: evitare di spaccare il Paese. Il primo ministro si è accorto di non avere dalla sua parte una fetta importante di opinione pubblica. E, al contempo, di avere fuori dai suoi uffici un Paese paralizzato da scioperi e manifestazioni. Ma non sono state le proteste a oltranza degli oppositori a fargli cambiare repentinamente idea. Se Netanyahu in poche ore è passato dal licenziare Gallant al congelare la sua riforma, è perché proprio l’ex ministro ha paventato al capo dell’esecutivo una situazione molto grave all’interno dell’esercito.

I media israeliani hanno infatti parlato di rapporti in cui diversi riservisti, specialmente negli ultimi giorni, sono stati presenti in piazza al fianco dei manifestanti. Impossibile non vedere in un contesto del genere possibili gravi problemi per la tenuta dell’esercito. Non sono pochi i post sui social o gli sfoghi sui quotidiani di riservisti che, di fronte al rifiuto di Netanyahu di ritirare la riforma, hanno palesato l’idea di non rispondere alla chiamata dell’esercito.

A questo, occorre aggiungere anche le perplessità di molti generali sull’ostinazione del governo ad andare avanti con la riforma nonostante la forte opposizione di migliaia di cittadini. Consapevole della situazione, Gallant ha preso posizione contro il progetto politico di Netanyahu. Quest’ultimo prima lo ha licenziato, poi non ha potuto fare altro che prendere atto delle preoccupazioni dell’ex ministro. Avere riservisti che non si presentano in caserma o generali perplessi, vorrebbe dire assistere a prime spaccature tutte interne all’esercito. E se in Israele è spaccato l’esercito, vuol dire che è spaccato l’intero Paese. Circostanza per l’appunto con cui lo stesso Netanyahu ha dovuto fare i conti.

Il peso dell’esercito nelle prossime mosse dell’esecutivo

Il ritiro della proposta di riforma ha generato prime ore di quiete in Israele dopo la tempesta. I sindacati hanno proclamato lo stop agli scioperi, uffici e centri commerciali sono stati riaperti, nelle piazze sono scomparsi capannelli di manifestanti e rudimentali barricate simboli degli scontri dei giorni scorsi. Adesso però occorre capire quanto durerà l’attuale “pax“. Maggioranza e opposizione hanno promesso dialogo sulla riforma, sotto la supervisione del presidente Herzog. Ma la presenza di membri dell’ultradestra all’interno dell’esecutivo e le distanze tra le parti, potrebbero far sembrare quella di adesso come una semplice tregua.

Molto quindi dipenderà anche dall’atteggiamento dell’esercito. L’esecutivo monitorerà gli umori di generali e riservisti e, probabilmente, deciderà in base a questo. Un elemento che potrebbe dare agli uomini in divisa un forte peso nelle future decisioni. Ponendo quindi i militari quasi come dei “guardiani” della democrazia israeliana e del dialogo tra le varie parti politiche. Prima ancora dei diritti accordati dell’opposizione e dell’architettura istituzionale del Paese, potrebbe essere l’esercito il vero garante dell’equilibrio. E forse, in un contesto politico costituito da maggioranze risicate e ricorso sistematico ad elezioni anticipate, prima o poi c’era da aspettarselo.