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Le Nazioni Unite sono attualmente impegnate a livello globale in 13 peacekeeping operations, ovvero operazioni finalizzate al mantenimento della pace. Di queste, ben sette – le più grandi e importanti – riguardano l’Africa: dal Sahara occidentale al Mali, dal Darfur al Sud Sudan, da Abyei alla Repubblica Centrafricana passando per la Repubblica Democratica del Congo.

La Cina, come ha sottolineato il South China Morning Post, è tra i i dieci principali contributori di truppe delle Nazioni Unite. Quasi l’80% dei Caschi Blu cinesi si trova dispiegato nel Continente Nero, a conferma della rilevanza strategica della regione africana agli occhi del Dragone. In generale, lo scopo di simili missioni è quello di aiutare le parti coinvolte in un conflitto armato a raggiungere la pace.

Gli eventuali “cessate il fuoco”, oltre a stabilizzare situazioni critiche, sono anche propedeutici alla creazione di possibili legami commerciali e relazioni diplomatiche, da spendere in altri campi e in altri momenti. Nel 2020, le forze armate cinesi sono state coinvolte in sette missioni africane. I contingenti provenienti da Pechino sono formati da medici, ingegneri, osservatori militari, polizia e altro personale. Il loro scopo: riportare la sicurezza in scenari carichi di tensione, proteggere gruppi o etnie a rischio e supportare lo sviluppo.

Il contributo cinese

La Cina è coinvolta pesantemente in quattro operazioni di peacekeeping (le cosiddette Big Four) riguardanti il Sud Sudan, il Mali, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centraficana. Pechino, ad esempio, ha spedito più di 1070 truppe in Sud Sudan. Nella Repubblica Democratica del Congo troviamo invece 230 truppe cinesi, che hanno consentito all’Onu di schierare complessivamente un personale costituito da più di 15mila uomini.

Da quando è scoppiata l’emergenza Covid, i Caschi Blu hanno avuto il loro bel da fare anche per contrastare la diffusione dei contagi. Ma, oltre alle mansioni sanitarie, i soldati sono chiamati a neutralizzare terrorismo e minacce di violenza di ogni tipo e genere. Dulcis in fundo, le forze cinesi impiegate in Africa sono solite prender parte a varie esercitazioni per ambientarsi e testare tecnologie innovative.

Gli obiettivi di Pechino

Pechino ha intenzione di lavorare con la comunità internazionale in nome della ricerca di una pace duratura nella regione del Sahel, nell’Africa Occidentale. Le aree in cui agiscono i contingenti cinesi rappresentano hub commerciali fondamentali; gli stessi attraverso i quali si snodano le ambizioni commerciali del Dragone all’interno del continente. Ricordiamo che l’ex Impero di Mezzo ha partecipato alla primissima missione di pace nel 1990, inviando cinque osservatori militari in Medio Oriente, durante la Guerra del Golfo.

Nel 2009, il numero degli uomini cinesi presso l’Onu è aumentato fino a superare le 2mila unità. Con l’avvento di Xi Jinping, il ruolo della Cina in Africa è diventato ancora più rilevante. Il governo cinese ha inaugurato una base militare a Djibouti, l’unica al di fuori della Grande Muraglia. Si tratta di un centro di supporto logistico, in parte costruito per consentire alle truppe cinesi di prender parte alle missioni di peacekeeping dell’Onu in Africa. La Cina – è importante sottolinearlo – è il secondo maggior contributore finanziario delle azioni di pace organizzate dalle Nazioni Unite, dietro soltanto agli Stati Uniti. Basti pensare che nel 2019 il Paese asiatico ha contributo a coprire il 15% dei 7 miliardi di dollari del budget adibito al global peacebuilding; i due terzi sono finiti in missioni africane.

Da un punto di vista geopolitico, la Cina ha un notevole interesse nel mantenimento della stabilità in Africa. Il motivo è semplice: il Continente Nero è un partner economico essenziale per la Belt and Road Initiative cinese. Non solo. Come se non bastasse l’economia, è importante evidenziare l’aspetto politico-diplomatico. Detto in altre parole, Pechino sta cercando in tutti i modi di bilanciare l’influenza americana piantando radici profonde tanto nelle organizzazioni internazionali, quanto all’interno di più Paesi possibili.

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