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Politica

Il ruggito dell’Asean: il ruolo del sudest asiatico nella sfida Usa-Cina

Diversificare le relazioni diplomatiche per ritagliarsi un ruolo primario nel nuovo ordine globale che probabilmente prenderà forma da qui ai prossimi anni. È questa la parola d’ordine dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico, ben consapevole che la guerra in...

Diversificare le relazioni diplomatiche per ritagliarsi un ruolo primario nel nuovo ordine globale che probabilmente prenderà forma da qui ai prossimi anni. È questa la parola d’ordine dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico, ben consapevole che la guerra in Ucraina ha letteralmente scoperchiato il vaso di Pandora delle alleanze internazionali.

Dal Vietnam alla Thailandia, passando per l’Indonesia e Singapore, l’obiettivo dei 10 membri dell’organizzazione è quello di creare una sorta di terza via, un’alternativa mediana al conflitto in corso tra i due blocchi principali, e cioè quello occidentale a trazione statunitense e quello formato, di fatto, da Cina e Russia.

Impossibile, per l’Asean, farsi abbracciare da Pechino, in parte per le numerose dispute marittime incrociate in corso tra il Dragone e vari membri dell’associazione, e in parte per il rischio di diventare satelliti del sistema di Xi Jinping. Ma è impossibile anche accettare di diventare alleati degli Stati Uniti, pena il rischio di perdere l’opportunità di commerciare con il gigante cinese che, fino a prova contraria, resta molto più vicino, sia geograficamente che culturalmente, rispetto a Washington, percepito come un attore lontano e non sempre affidabile.

Mappa di Alberto Bellotto

Tra Usa e Cina

Dato il contesto descritto, in molti profetizzano la trasformazione dell’Asean in una sorta di Unione europea in salsa asiatica. La prospettiva è senza dubbio interessante ma gli Stati membri dell’associazione sono ossessionati dalle rispettive sovranità nazionali, e dunque è probabile che l’architettura organizzativa resti immutata. A cambiare, semmai, è il dinamismo economico dell’Asia, sempre più centrale nell’economia planetaria.

E non è un mistero che la priorità dei Paesi del sudest asiatico coincida con il continuo rafforzamento dell’integrazione economica, mentre l’integrazione politica e di sicurezza, compreso lo sviluppo di una politica estera comune, rimane e rimarrà un processo sfuggente. L’obiettivo comune dei membri Asean, come ha sottolineato The Diplomat, consiste nel fare leva sull’economia per mantenere la pace e la stabilità regionali, nonché la centralità della stessa associazione. 

Ecco perché questi dieci Paesi non hanno alcuna intenzione di schierarsi nella sfida geopolitica che contrappone Cina e Stati Uniti. Più nello specifico, l’Asean e i suoi membri intendono mantenere una posizione neutrale in modo da poter trarre vantaggio dalle loro relazioni con entrambe le grandi potenze. Tuttavia, se la rivalità Usa-Cina dovesse ulteriormente intensificarsi, al punto da costringere i Paesi della regione a scegliere da che parte stare, ciascun governo farà quanto necessario per proteggere i rispettivi interessi nazionali. Tale evenienza è però ipotetica, visto che la concorrenza sino-americana riguarda più gli interessi strategici che non quelli ideologici, e dunque Washington e Pechino non dovrebbero costringere – almeno nei prossimi 10 o 20 anni – i Paesi del sudest asiatico ad allinearsi da una parte o dall’altra.

Al contrario l’Asean è un motore economico che ha fame di carburante. Vuole accelerare, produrre nuovi miracoli economici e far ruggire nuove Tigri Asiatiche. Non è un caso che i Paesi dell’associazione siano coinvolti in molteplici accordi economici-commerciali.

Il 15 novembre 2020, ad esempio, quindici Paesi asiatici e del Pacifico hanno firmato un mega accordo commerciale che valeva il 30% del pil mondiale. Stiamo parlando del Partenariato regionale economico comprensivo (Rcep), che include l’Asean, oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, e si presenta come il più grande accordo di libero scambio al mondo. La fumata bianca rimane importante ancora oggi per due aspetti. Primo: il Rcep copre un’area che vale un terzo dell’attività economica globale. Secondo: anche se stiamo parlando di un patto meno approfondito rispetto al Partenariato trans-pacifico (Tpp), stracciato da Donald Trump nel 2016, stiamo comunque riferendoci ad un’intesa che porterà a dazi più bassi negli scambi commerciali tra i firmatari. 

In tempi più recenti, lo scorso 16 marzo, il ministro degli Esteri di Singapore Vivian Balakrishnan, parlando in occasione del 25esimo anniversario della Fondazione Asia-Europa (Asef) sull’accordo di libero scambio Asean-Ue, ha chiesto una “rapida conclusione” dell’accordo stesso. Ricordiamo che i negoziati sono iniziati nel 2007, ma dopo che le discussioni sono state sospese nel 2009, l’Ue ha continuato a perseguire accordi commerciali bilaterali con i singoli Stati membri dell’Asean. Come si può notare da questi esempi, il pragmatismo dell’Associazione è trasversale e si interseca soltanto con un’utilità pratica.

L’Asean nell’Indo-Pacifico

Se la questione economica va messa in primo piano, allo stesso tempo non si dovrebbero ignorare i legami militari, per altro crescenti, tra alcuni membri dell’Asean e gli Stati Uniti. Washington ha ottenuto dalle Filippine il via libera per l’utilizzo di quattro nuove basi militari nelle Filippine, in aggiunta alle cinque già in uso nell’ambito dell’Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa (EDCA), un’intesa stipulata tra i due Paesi nel 2014.

L’annuncio ufficiale è arrivato in un periodo di tensioni internazionali, con Washington preoccupata tanto per il futuro di Taiwan quanto per la crescente assertività della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Le quattro basi sono state selezionate “per potenziare la risposta ai disastri del Paese, visto che le sedi saranno utilizzate anche per operazioni umanitarie e di soccorso durante le emergenze e i disastri naturali”, ha dichiarato l’ufficio del presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. in una nota. I siti coincidono con la base navale Camilo Osias a Sta Ana e l’aeroporto di Lal-lo, entrambi nella provincia di Cagayan, con Camp Melchor Dela Cruz, a Gamu, provincia di Isabela, e infine con Balabac, a Palawan. Attenzione alle loro ubicazioni geografiche: Isabela e Cagayan si trovano infatti sull’isola principale di Luzon, rivolta a nord verso Taiwan, mentre Palawan è vicino alle contese isole Spratly nel Mar Cinese Meridionale.

Mappa di Alberto Bellotto

Certo è che l’amministrazione Usa Biden-Harris ha compiuto passi storici per ripristinare la leadership americana nell’Indo-Pacifico. Questo non può che avere conseguenze sui membri dell’Asean, come mostrato dal caso delle basi statunitensi nelle Filippine.

Dall’altro lato, sponda cinese, la principale preoccupazione della Cina nel sudest asiatico è impedire un’alleanza regionale guidata dagli Stati Uniti. Detto altrimenti, Pechino auspica che che i paesi dell’associazione possano perseguire politiche di sicurezza diverse da quelle di Washington. Di pari passo, il Dragone preferisce un Asean separato piuttosto che unificato, visto che una prospettiva strategica unificata migliorerebbe il coordinamento politico tra i membri, capaci di pressare il governo cinese. Una crescente centralità dell’Asean, inoltre, farebbe sì che la Cina non possa dominare la regione né spingere le influenze di Stati Uniti e il Giappone fuori dall’area.

Insomma, Usa e Cina si contendono l’Asean ma quest’ultima non intende cedere, e anzi, è pronta a rilanciare la posta in palio. In attesa di ottenere un ruolo ancor più importante nello scacchiere globale.

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