Il Ruanda torna a far parlare di sé a causa di un evento sanguinoso. Quattordici persone hanno perso la vita, nel distretto di Musanze, nel corso di un attacco perpetrato dalle Forze per la Liberazione del Ruanda, una milizia Hutu basata nella Repubblica Democratica del Congo. Non è chiaro, al momento, se tra i morti ci siano anche turisti stranieri, mentre diciotto ruandesi sono rimasti feriti a causa delle violenze. L’esercito di Kigali ha poi condotto una rappresaglia ed ha ucciso diciannove terroristi arrestandone, poi, altri cinque. Le autorità stanno cercando di capire cosa possa aver spinto i miliziani a colpire in quell’area specifica, visitata da molti turisti stranieri per la presenza dei gorilla di montagna. Le Forze per la Liberazione del Ruanda sono state accusate di aver preso parte al genocidio del 1994 e sono ancora attive anche se, quest’anno, non avevano effettuato altre violente scorribande.

Una storia sanguinosa

Il Ruanda è spesso associato al ricordo del tragico genocidio del 1994 quando, nel corso di appena tre mesi, le milizie Hutu uccisero circa ottocentomila Tutsi, Twa ed Hutu moderati. L’animosità tra i due principali gruppi etnici del Paese è di lunga durata e risale al periodo coloniale. Le autorità belghe, infatti, ritennero i Tutsi, minoranza nel Paese, come più degni di gestire gli affari politici e ciò portò ad una violenta reazione Hutu, maggioranza in Ruanda, nel 1959. Da allora gli Hutu assunsero le redini del potere ed i Tutsi vennero perseguitati, giungendo a formare, per difendere i propri diritti, il Rwandan Patriotic Front (RPF), di cui fu membro anche l’attuale presidente Paul Kagame. L’esecutivo Hutu ed i ribelli dell’ RPF giunsero a siglare una tregua nel 1993 per arrivare alla formazione di un governo di transizione multietnico, ma la pacificazione si rivelò effimera e l’inferno attendeva dietro l’angolo. Il presidente ruandese Juvenal Habyarimana perse la vita, il 6 aprile del 1994, insieme al suo omologo del Burundi Cyprien Ntaryamira quando il loro aereo venne abbattuto vicino Kigali. Nei cento giorni successivi milizie di estremisti Hutu massacrarono, con estrema violenza, i Tutsi e gli Hutu moderati e il genocidio finì solo in luglio quando le milizie dell’RPF occuparono il territorio nazionale. Da allora l’esecutivo di Kigali è retto da Paul Kagame ed al governo sono così tornate le forze Tutsi.

Gli sviluppi positivi

Nei venticinque anni intercorsi tra il genocidio ed oggi molte cose sono cambiate in Ruanda. Il Paese vive, al momento, un periodo di impetuoso sviluppo economico, con un tasso di crescita dell’8,6 per cento registrato nel 2018 e con un più 7,8 per cento e più 8,0 per cento prospettati per il 2019 ed il 2020. La rete internet copre il 95 per cento del territorio nazionale e forme avanzate di tecnologia vengono adoperate anche nel settore sanitario, dove i droni sono utilizzati per trasportare le sacche di sangue verso gli ospedali. Le autorità hanno adottato un approccio drastico nella lotta contro la corruzione e questo atteggiamento sembra aver pagato dato che, secondo Transparency International, il Ruanda è il terzo Paese meno corrotto dell’Africa. Kigali ha inoltre facilitato l’afflusso di investitori esteri semplificando diverse norme burocratiche e rendendo così il settore degli affari più aperto verso l’esterno ed ha cercato di dipendere sempre meno dalle donazioni esterne e sempre di più da flussi di denaro generati autonomamente. In questo senso l’enorme sviluppo del turismo naturalistico ha contribuito alla popolarità ed alla crescita della nazione. La carrellata di buone notizie che riguarda il Ruanda non può trascurare il fatto che il Paese abbia, da tempo, il maggior numero di parlamentari donne al mondo, con una percentuale del 64 per cento in seguito alle consultazioni del 2013 e de 61 per cento dopo quelle del 2018. La Costituzione del 2003, infatti, introdusse una quota rosa del 30 per cento dei seggi che si è poi espansa grazie all’iniziativa dei partiti politici.

Le prospettive politiche

La crescita economica e la sostanziale stabilità politica del Ruanda hanno però un prezzo. L’esecutivo del presidente Paul Kagame è molto popolare e gode di un consenso genuino, grazie ai tanti buoni risultati raggiunti in diversi ambiti, ma il Paese non può essere considerato una democrazia. Freedom House, una nota organizzazione internazionale non governativa che valuta il rispetto dei diritti politici e civili in ogni Stato del pianeta, considera il Ruanda una nazione non libera. Reporter Senza Frontiere, invece, ha piazzato il Paese alla posizione numero 155 su un totale di 180 per quanto riguarda la libertà di stampa. Alcuni sviluppi politici hanno assunto, inoltre, caratteristiche preoccupanti. Il 23 settembre è stato accoltellato ed ucciso Sylidio Dusabumuremyi, esponente del partito di opposizione FDU-Inkingi. Nel mese di luglio è invece sparito in circostanze misteriose Eugene Ndereyimana, del medesimo movimento e a marzo era stato ucciso Anselme Mutuyimana, portavoce dell’FDU-Inkingi. Gli omicidi non sono stati legati a Kagame ma ricordano, al tempo stesso, quanto possa essere rischioso fare politica attiva in Ruanda. La presenza di milizie Hutu nella vicina Repubblica Democratica del Congo, inoltre, costituiscono una potenziale minaccia per l’esecutivo di Kigali che, in passato, non ha esitato ad invadere la nazione vicina per cercare di distruggere queste forze rivali. Il rischio è che le milizie possano cercare di distruggere il boom economico che sta vivendo Kigali, attaccando il settore turistico, inficiando sulle sue possibilità di sviluppo e favorendo il ritorno delle tensioni interetniche. La popolazione del Ruanda è, per circa l’85 per cento, composta da Hutu mentre i Tutsi costituiscono circa il 10-15 per cento degli abitanti. Paul Kagame è riuscito, finora, a garantire sviluppo e stabilità al Paese ma il forte squilibrio di forze tra i due gruppi etnici potrebbe tornare a riaccendersi, in futuro, qualora l’esecutivo si indebolisca. Uno sviluppo ovviamente non auspicabile e che deve essere evitato ad ogni costo.